“Abbattere i recinti (e non solo quelli fisici) che bloccano il porto”

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L’Ospite. Trapani: le considerazioni dell’architetto Vito Corte a proposito dei progetti portuali

di Vito Corte*

A proposito del video divulgato online e delle notizie di stampa riguardanti le prossime trasformazioni del Porto di Trapani.

Già sui social se ne è parlato ed anche parte della stampa locale ha riportato sia la notizia che alcune impressioni, tra cui la mia.

Qui vorrei esporre, se la redazione fosse interessata, alcune altre considerazioni a corollario e compendio del mio ragionamento al riguardo.

Queste mie osservazioni potranno essere interpretate come esternazioni di un petulante professorino rimasto a bocca asciutta: sono consapevole del rischio di apparire quello di “chi si scusa si accusa”.

Ciò premesso, ed avendo esperienza di uomini e cose locali, a chi pensasse a male offro oggi lo spunto per potermi criticare domani qualora nel futuro io professionalmente acquisissi qualche beneficio derivante da questa mia odierna posizione: non dico e non faccio questo perché spero di ottenere incarichi professionali, né ad essi sono interessato (in altra sede scrivevo che se proprio un serio problema ho oggi questo è quello di smaltire il lavoro e gli incarichi che già ho) né soffro perché rimasto a bocca asciutta per una mancata occasione di lavoro.

Soffro invece perché ancora una volta la mia città non ha memoria né apprezza chi ha dimostrato di sapere e di potere fare cose per essa. E soffro oggi perché temo che certi interventi risultino domani irreversibili.

Su un certo argomento alcune decine di studiosi, di veri e profondi conoscitori delle dinamiche urbane, territoriali e portuali, sono concordi da anni, anzi da decenni: l’argomento è che l’eccezionale peculiarità di Trapani è data dal fatto che la sua parte più antica (dunque meritevole di salvaguardia) è circondata dal mare. Buona parte di questo mare è Porto ed anzi questo porto costituisce il germoglio, il motivo per cui la stessa Trapani esiste.

La cosa più sbagliata che possa farsi è allora ragionare per compartimenti stagni, rifugiandosi in quel burocratese che si fonda sulle perimetrazioni, sui limiti, sui confini: amministrativi, di competenza, di gestione.

Se perdiamo di vista la necessità di controllare i diversi processi che riguardano il Porto secondo il difficile – ma non impossibile – sforzo di coordinamento unitario non otterremo che risultati parziali e settorializzati: insoddisfacenti.

Ma come, piangiamo sulla nostra pelle i danni di deprecabile politica gestionale che ha voluto le amministrazioni comunali di Erice, Trapani e Paceco frantumate all’interno di assurdi ed ingestibili perimetri amministrativi disegnati sulle carte e non certo riconoscibili alla vista e per il Porto non ci accorgiamo che il principio adottato finora è uguale?

Si continua a scrivere la nostra storia attraverso i recinti: il recinto della città di Trapani ed il recinto dell’Autorità Portuale. E dentro quest’ultimo, il recinto della Marina Militare, il recinto dei cantieri navali, il recinto dei Vigili del Fuoco, i recinti delle concessioni per il diporto, il recinto del porto pescherecci, il recinto del mercato del pesce al minuto, il recinto per gli aliscafi, il recinto per la crocieristica. E poi, appena fuori ma afferenti ad altre amministrazioni non troviamo che altri recinti: il recinto della Colombaia, il recinto del Villino Nasi, il recinto delle Case Rosse e il recinto della Riserva Naturale delle Saline: ma siamo pazzi? O la schizofrenia protezionistica di quanto è di propria competenza rispetto agli “attacchi” da parte di presunti invasori estranei ci porta ancora a ragionare così ad escludendum, elevando steccati fisici e concettuali?

Con quale coerenza le nuove amministrazioni comunali dichiarano di volere abbattere con il dialogo e con gli atti amministrativi certi insulsi steccati eretti dalla politica degli anni passati (parlo di fognature, di servizi sociali, di rifiuti, di urbanizzazioni e di programmazione strategica, mica mi limito al ridicolo stop della pista ciclabile sul confine Trapani-Erice) e poi per il Porto la città capoluogo non chiede, con la ferma determinazione del caso, che prima di passare alla fase della realizzazione delle opere portuali ci si confronti concretamente con l’interfaccia urbano appena al di là di quel segno tracciato sulle carte?

Si badi bene: il limite di proprietà è un concetto e può essere riconosciuto anche senza doverci costruire un muro.

Muri e recinti più o meno edulcorati dalla trasparenza di un vetro o di una ringhiera restano sempre una cesura: un taglio di una parte che invece territorialmente, spazialmente, storicamente, culturalmente, paesaggisticamente, archeologicamente, naturalisticamente, urbanisticamente, percettivamente, emotivamente è unica.

Dunque cosa si può fare?

A questa nuova amministrazione comunale va riconosciuto il merito di avere cominciato a lavorare nella direzione della interclusione e della relazione tra le parti, mentre alla nuova Autorità Portuale di Sistema va riconosciuto il merito di aver dichiarato di prestare ascolto alle domande di interclusione e relazione.

I tempi degli anni in cui una certa egemonia politica aveva letteralmente imposto progetti, trasformazioni, appalti sono ampiamente trascorsi. Allora solo in pochi protestammo al cospetto di una gestione autoritaria – che nel tempo diede prova di tutti i suoi limiti – del territorio, del centro antico e del Porto.

Ma non è sufficiente apprezzare le differenze per ritenersi soddisfatti, anche perché nel frattempo le scelte vengono fatte, diciamo a prescindere dalle belle dichiarazioni d’intenti, e le opere vengono costruite.

Sarà difficile poi, quando le prime due grandi opere portuali saranno completate, dire che era meglio non costruirle così e che era meglio aspettare di avere chiaro il quadro complessivo piuttosto che rincorrere, improvvisando, l’estemporanea esigenza di alcune parti del complesso di “stakeholders” presenti nel territorio.

Già, perché tra i “portatori di interessi sani”, ovvero gli stakeholders, io annovero in prima linea ogni singolo cittadino e in seconda linea chi ha interessi imprenditoriali.

Allora, che si può fare?

Condividere in forma compiuta e formale un Atto giuridicamente valido a tutti i sensi di legge, rogato da un Notaio e conseguenza di un serrato e partecipato dibattito, nel quale ogni parte del territorio in esame riconosca il valore UNITARIO al territorio urbano trapanese compreso tra Marausa e San Cusumano: un valore che sia prioritario e superiore, inteso nell’interesse pubblico e collettivo, e SOVRAORDINATO a qualsivoglia altra attività ed iniziativa di settore;

Che in subordine a tale prioritaria dichiarazione di unitarietà ogni iniziativa di settore possa essere realizzata, ancorchè nell’ambito della rispettiva e propria giurisdizione ed avendone titolo, SOLO se tutte le altre parti sono state convocate al processo di concertazione ed abbiano espresso il proprio parere vincolante.

Nelle more tutte le attività in fase di programmazione, progettazione, realizzazione e gestione DOVREBBERO essere improntate al cautelativo principio della REVERSIBILITA’ in maniera che qualora gli eventi futuri dovessero condivisibilmente orientarsi verso direzioni diverse da quelle già intraprese le opere eseguite fino a quel momento possano facilmente smontarsi non pregiudicando irreversibilmente i luoghi e non determinando irragionevolmente sprechi di immani risorse finanziarie (ergo, evitando migliaia di metri cubi di scavi, di rinterri, di cementi armati costosi e difficilmente removibili).

*ex presidente dell’Ordine degli Architetti di Trapani, docente presso Università italiane, scrittore e saggista su temi dell’architettura e del governo e la gestione urbanistica del territorio

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