Boss Calì ucciso a New York. La mafia italo-americana e lo spettro del “ritorno al passato”

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Il precedente omicidio eccellente nel 2011 in Quebec, ad essere freddato in quell’occasione il boss originario di Castellammare Salvatore “Sal the iron worker” Montagna. Oggi l’omicidio Calì apre nuovi scenari

Foto NY Post

NEW YORK. Dopo anni di silenzio, torna prepotentemente sulle cronache internazionali la mafia italo-americana. Torna “in grande stile”, torna alla vecchia maniera: sparando. A cadere sull’asfalto newyorkese il boss Francesco “Frank” Calì, 53 anni, ritenuto “l’ambasciatore” delle cosche. Un mafioso vecchio stampo con forti legami con la mafia palermitana, del quartiere Ballarò. Aveva preso in mano la storica famiglia criminale dei Gambino nel 2015. Calì era considerato il “ponte” fra Cosa nostra siciliana e la mafia americana già nel 2008, durante l’inchiesta “Old Bridge”. I Gambino insieme alle famiglie Bonanno, Colombo, Lucchese e Genovese formano le cinque famiglie mafiose di New York.

Calì è stato freddato la sera del 13 marzo con sei colpi di arma da fuoco, un’esecuzione in piena regola in puro stile mafioso. Ucciso e poi investito con l’auto da un killer davanti la sua residenza di Staten Island. Una zona di New York molto frequentata da italiani.

Secondo i media americani si tratta del primo assassinio di rilievo negli ambienti della criminalità organizzata di New York dal 1985, quando le famiglie mafiose di New York finirono di farsi la guerra versando fiumi di sangue tra le strade della grande mela e non solo. Ma non è proprio così. A cadere prima di Calì un altro “pezzo da ‘90” della mafia italo-americana: il castellammarese Salvatore “Sal the iron worker” Montagna. Boss mafioso a capo della potentissima famiglia mafiosa dei Bonanno dal 2006 al 2009. Sal Montagna è nato a Montreal, ma è cresciuto a Castellammare del Golfo, nel quartiere petrazzi, città che diete i natali a molti big della mafia americana, su tutti Joseph “Joe Banana” Bonanno. Il mafioso carismatico con il fiuto per gli affari. È proprio Bonanno che ispirò la figura di don Vito Corleone nel celebre romanzo di Mario Puzo “Il Padrino” e nel successivo film di successo di Francis Ford Coppola.

Montagna in passato è stato legato anche alla famiglia Gambino, ma reggeva la famiglia Bonanno dal quartiere in cui risiedeva, il Bronx. Dopo l’espulsione dagli Stato Uniti fuggì in Canada, di cui era cittadino per nascita. Il corpo di “Sal il fabbro” è stato ritrovato il 24 novembre 2011 nelle acquee gelide del fiume Assomption a Charlemagne, sobborgo di Montreal (Quebec). Ucciso a colpi di pistola e buttato nel fiume, in puro stile mafioso. Montagna è uno di quei picciotti cresciuto a Castellammare, città in cui i boss oltreoceano, come ha raccontato il pentito Giuffrè, spesso li mandavano per “farsi le ossa”.

I due omicidi chiaramente non sono collegati, ma ci aiutano a mettere insieme il filo degli ultimi “omicidi eccellenti”, senza andare troppo indietro con gli anni. La mafia americana, quindi, è ancora forte, anzi forse più forte di quella siciliana. Una mafia che mantiene i suoi legami storici, soprattutto sull’asse del traffico di droga. Questo emerge anche dalle diverse operazioni antimafia degli ultimi anni, come quella denominata “New Bridge” in cui finirono in manette vecchi e nuovi boss della mafia italoamericana.  Ma è a Palermo che gli scappati contano parecchio. Molti sono tornati, altri sono rimasti scappati oltreoceano. Calì era sposato con una Inzerillo, sorella di Pietro Inzerillo, ritrovato cadavere nel 1981 nel bagagliaio di un’auto a Mont Laurel (New Jersey). Una famiglia molto potente che fu costretta a fuggire dal fuoco corleonese di Riina e compari. Oggi alcuni di loro sono tornati a Palermo.

Oltre agli Inzerillo però sono tornati tantissimi vecchi nomi ancora di peso di Palermo e provincia. Resta da capire il loro ruolo nello scacchiera della mafia di oggi. Stessa cosa vale per altri scappati palermitani che hanno scelto la zona del trapanese, Castellammare del Golfo in particolare, per “rifugiarsi” e mantenere un “basso profilo” in penombra.

Le domande in questo caso sono legittime: siamo di fronte a un omicidio “alla vecchia maniera” che aprirà a vecchi scenari? E quali saranno le conseguenze nella mafia siciliana? Il rischio di un “ritorno al passato” per il controllo del territorio tra le famiglie mafiose di New York è concreto?

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Emanuel Butticè
Emanuel Butticè. Castellammarese classe 1991, giornalista pubblicista. Laureato in Scienze della Comunicazione per i Media e le Istituzioni all’Università degli Studi di Palermo con una tesi sul rapporto tra “mafia e Chiesa”. Ama viaggiare ma resta aggrappato alla Sicilia con le unghie e con i denti perché convinto che sia più coraggioso restare.