“L’hanno uccisa i mafiosi”

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Rita Atria, la testimone che si ribellò alla cultura di Cosa nostra

Vi ricordate di quella ragazza che abitava in un appartamento al quinto piano di una palazzina in Viale Amelia a Roma? Rita si chiamava, Rita Atria. Lei è la settima vittima della strage mafiosa di via D’Amelio, quella dove il 19 luglio del 1992 morirono uccisi dal tritolo di Cosa nostra il procuratore Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina. Rita si uccise lanciandosi nel vuoto da una finestra di quella casa dove viveva sotto protezione, per avere testimoniato nelle indagini sulla mafia trapanese. Due vie lontane, tra Palermo e Roma, che quasi si somigliano per il loro nome, che finirono per essere macchiate dal sangue delle vittime di mafia: via d’Amelio a Palermo, Viale Amelia a Roma. L’ordine di morte arrivò da quella mafia che ieri come oggi ha sempre lo stesso capo, Matteo Messina Denaro, 56 anni, ricercato dal 1993. Si uccise Rita straziata da quella strage di via D’Amelio dove era morto il padre che si era scelto contro il volere della sua famiglia, osteggiata dall’ambiente del suo paese, Partanna, Valle del Belice. Per questo dobbiamo riconoscere che quello non fu un suicidio ma un delitto di Cosa nostra trapanese che vive con tante regole ma una in particolare, la regola del silenzio e dell’omertà. Ieri come oggi. La storia di Rita Atria è una storia che ci fa capire, conoscere, Cosa nostra trapanese, ci fa conoscere la sua essenza, l’essenza della mafia in provincia di Trapani. Rita aveva cominciato a scrivere il suo diario ancora prima di decidere il 5 novembre del 1991 di uscire di casa per andare alla Procura di Sciacca dove l’attendeva il procuratore Paolo Borsellino e dove avrebbe c di quella ragazza che abitava in un appartamento al quinto piano di una palazzina in Viale Amelia a Roma? Rita si chiamava, Rita Atria. Lei è la settima vittima della strage mafiosa di via D’Amelio, quella dove il 19 luglio del 1992 morirono uccisi dal tritolo di Cosa nostra il procuratore Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina. Rita si uccise lanciandosi nel vuoto da una finestra di quella casa dove viveva sotto protezione, per avere testimoniato nelle indagini sulla mafia trapanese. Due vie lontane, tra Palermo e Roma, che quasi si somigliano per il loro nome, che finirono per essere macchiate dal sangue delle vittime di mafia: via d’Amelio a Palermo, Viale Amelia a Roma. L’ordine di morte arrivò da quella mafia che ieri come oggi ha sempre lo stesso capo, Matteo Messina Denaro, 56 anni, ricercato dal 1993. Si uccise Rita straziata da quella strage di via D’Amelio dove era morto il padre che si era scelto contro il volere della sua famiglia, osteggiata dall’ambiente del suo paese, Partanna, Valle del Belice. Per questo dobbiamo riconoscere che quello non fu un suicidio ma un delitto di Cosa nostra trapanese che vive con tante regole ma una in particolare, la regola del silenzio e dell’omertà. Ieri come oggi. La storia di Rita Atria è una storia che ci fa capire, conoscere, Cosa nostra trapanese, ci fa conoscere la sua essenza, l’essenza della mafia in provincia di Trapani. Rita aveva cominciato a scrivere il suo diario ancora prima di decidere il 5 novembre del 1991 di uscire di casa per andare alla Procura di Sciacca dove l’attendeva il procuratore Paolo Borsellino e dove avrebbe conosciuto le due giovanissime donne magistrato, Alessandra Camassa e Morena Plazzi , che avrebbero raccolto i suoi racconti. Rita era figlia di “don” Vito, il “consigliori” di Partanna, l’uomo di mafia addetto a far da paciere, e sorella di Nicola ucciso mentre pensava a vendicare la morte del padre anche lui morto ammazzato. Rita è cresciuta in una famiglia mafiosa , ascolta e crescendo capisce. E nel suo diario scrive parole disperate, scrive che questa vita non le piace, ancora prima di conoscere Borsellino, spinta a farlo dalla cognata, Piera Aiello che decide subito di diventare testimone dopo essere scampata al piombo sparato dalle armi dei killer andati ad uccidere il marito. Rita dopo quell’incontro con Borsellino nel diario cominciò a scrivere parole di speranza, scrive che adesso non è più il momento di arrendersi, parole spente però da quel botto, dal fume acre, dalla puzza della morte, di via D’Amelio. Aggiorna così il suo diario: “ora che è morto borsellino nessuno sa che vuoto ha lasciato nella mia vita”. Era uno degli obiettivi che la mafia si era preposta di raggiungere con le stragi del 1992, spegnere ogni speranza che quei magistrati, Falcone e Borsellino avevano acceso nella società civile. I due magistrati cominciarono a morire quando pensarono che “la gente faceva il tifo per loro”. A ventisei anni di quelle stragi dobbiamo riconoscere che il tifo per la giustizia continua ad essere una cosa buona non per tanti. La mafia trapanese è stata sempre un sistema criminale complesso, con dinamiche sottili, trame tortuose, una mafia che è stata capace di cercare e ottenere clientele particolari, rapporti mutualistici con pezzi della società. Le stragi del 1992 è vero determinarono una reazione pesante dello Stato che scompaginò l’organizzazione militare. Rita Atria il suo dovere l’aveva fatto indicando nomi e cognomi della mafia militare che nel suo paese di Partanna in un paio di anni aveva fatto “mattanza”, faide spietate e violente, lasciando decine di morti ammazzati davanti a quelle stesse case le cui finestre, a fine luglio 1992, restarono chiuse al passaggio della bara che conteneva le spoglie di Rita Atria, portata a spalla per essere sepolta nel cimitero nella tomba affianco al padre e al fratello. Ma mentre le procure lavoravano sulle stragi e sulle faide, quei primi anni ’90 segnarono la trasformazione della mafia , capace di creare corpi produttivi, joint venture, società occulte finalizzate al controllo commerciale ma anche a creare un tessuto di consenso. Rita Atria questi segnali di trasformazione li aveva consegnato ai magistrati, la guerra di mafia nella quale furono uccisi suo padre e suo fratello, che contrappose la famiglia degli Ingoglia (alla quale appartenevano gli Atria) a quella degli Accardo alleata con i corleonesi di Riina. Una faida nella quale furono mandati a sparare il killer fidato della famiglia mafiosa trapanese, Vito Mazzara, e il giovane allora Matteo Messina Denaro. Quei morti servivano a far crescere la nuova mafia, quella in nome della quale Matteo Messina Denaro scriveva a Bernardo Provenzano rassicurandolo che lui, che si firmava Alessio in quei pizzini trovati poi nell’ultimo covo di don Binnu Provenzano a Montagna dei cavalli a Corleone, si riconosceva nella “comune Causa”, con la “c” scritta maiuscola a sostenerne l’autorevolezza. Rita Atria ci ha lasciato la sua conoscenza sull’essenza della mafia trapanese, dove nonostante i morti ammazzati, pezzi della società civile sono stati ascoltati dagli investigatori che li intercettavano, a parlare bene, tanto bene di Matteo Messina Denaro. Una mafia capace di dotarsi di automi incaricati di portare in giro le parole e i pizzini del loro capo, automi indifferenti se quelle erano parole che ordinavano delitti e sopraffazioni. Rita Atria il suo messaggio ce lo ha lasciato, ancora non esiste una capacità ampia a leggerlo e comprenderlo per farlo proprio. Rita Atria quel messaggio lo ha scritto, con parole di amarezza ma che di incitazione a cambiare, quando sostenne l’esame di maturità all’Alberghiero di Erice, svolgendo il tema dedicato alla morte di Giovanni Falcone: “Con lui è morta l’immagine dell’uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare… con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque… scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare. L’unica speranza è non arrendersi mai, la verità vivrà contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”. Noi oggi dobbiamo combattere di più ogni giorno, nel nome di Rita Atria. C’è chi lo fa da tempo, ma spesso sono vittime di isolamento o ancor peggio di discredito, talvolta alimentato da una pseudo informazione, capace solo di spargere fango, senza mai intaccare il tessuto mafioso. Spesso fanno finta di parlare di mafia per attaccare il mondo dell’antimafia. Sono i quaquaraqua siciliani. Quelli che sanno bene che sulla strada lastricata dai dolori provocati da Cosa nostra c’è tanta gente che vi cammina per arrivare ad acciuffare la fine della mafia. Già appunto, quando potremo vedere la fine delle mafie? Questo potrà avvenire se riusciremo a vivere una nuova rivolta culturale, come quella che si animò con gli arresti che portò al primo maxi processo di Palermo e che tornò a farsi vedere dopo le stragi del 1992. Per poi lentamente scomparire lasciando ad alcuni il compito, il dovere di andare avanti. Rialziamo la testa allora. Raccontiamo a noi stessi, ai giovani, ma anche a certi silenti adulti, che Cosa nostra non è solo una organizzazione militare, capace di porre in essere reati gravi, Cosa nostra non è morta perché i suoi assassini sono in carcere, Cosa nostra oggi è più viva che mai, è sommersa ma non spara perché ha perfezionato la sua infiltrazione anche dentro ai poteri dello Stato. Cosa nostra si è trasformata. Serve una nuova rivoluzione culturale , vinceremo la mafia riuscendo a far capire che oggi ci sono mafiosi che sono tali pur non appartenendo alle famiglie, non sono i classici “punciuti”, ma mafiosi capaci di mettere a segno reati cosiddetti imprenditoriali, Cosa nostra è viva perché quel pensiero mafioso contro il quale Rita Atria si schierò, si è fatto pervasivo, pervade interi settori sociali. Questa è la mafia che dobbiamo essere capaci di raccontare meglio, per fare aprire gli occhi ad una società che oggi da certuni viene ingannata. Vincere contro la mafia è possibile. Lo dobbiamo a Rita , che non era una picciridda, “una ragazzina dalla personalità talmente preoccupante e talmente patologica” come fu definita da un avvocato in un’aula di giustizia, ma era una donna schiacciata dalla sua consapevolezza. Se non fosse stata sola quel peso sarebbe stato più sopportabile. E questo lo scriviamo nel giorno in cui dal Quirinale il presidente Mattarella ci sollecita a riscoprire la capacità di indignazione. La morte di Rita non ci ha indignato abbastanza. Se riusciremo tutti ad essere più indignati e più consapevoli, già così cominceremo a scrivere la parola fine contro le mafie.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.