Curia Trapani, lo scandalo c’è ma non è opera di padre Treppiedi

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Il gip ha archiviato le accuse contro l’ex direttore della Diocesi, Procura e giudice hanno scritto un pesante atto di accusa contro l’ex vescovo Miccichè: ha inventato tutto per coprire proprie malefatte

Ci sono voluti sette lunghi anni di indagine e oggi il gip del Tribunale di Trapani Emanuele Cersosimo ha scritto e firmato l’atto finale che ha chiuso e mandato in archivio l’indagine sullo scandalo che nel 2011 colpì l’ex direttore amministrativo della Curia di Trapani don Ninni Treppiedi e lo vide finire al centro di una sorta di labirinto del malaffare dentro la Diocesi di Trapani. Su richiesta della Procura di Trapani, pm Marco Verzera, il gip ha archiviato ogni accusa nei confronti di padre Treppiedi, ma magistrato e giudice hanno sostanzialmente affermato che uno scandalo resta e semmai ruota attorno proprio a mons. Micciché. Proprio contro l’archiviazione dell’indagine si era opposto mons. Micciché, difeso dall’avvocato Marco Caputo, ma il gip ha respinto in toto l’opposizione della parte offesa, mons. Micciché non è una parte offesa ma semmai un indagato. E avrebbe messo su il “teatrino” con le sue denunce per nascondere proprie malefatte. Ma andiamo con ordine. L’ex direttore amministrativo della Curia, don Ninni Treppiedi, difeso dall’avvocato Vito Galluffo, non è responsabile di alcuno dei reati che dal 2011cominciarono a lui essere contestati e cioè appropriazione indebita, calunnia, stalking, anche la tentata estorsione. Una indagine scaturita da ben sei querele presentate dall’ex vescovo Miccichè, che per far “fuori” moralmente il suo ex braccio destro, e per portarlo quasi in catene dinanzi ai magistrati, utilizzò anche provvedimenti gravi come quelli della sospensione a divinis cosa che fu preceduta da una improvvisa revoca dagli incarichi che a padre Treppiedi furono sottratti, per costruire, si comprende adesso, uno scenario dove lui, il Vescovo, era la persona onesta e padre Treppiedi un sacerdote terribile e con manie di carriera, fuori e dentro gli uffici vaticani. Un lungo e travagliato percorso giudiziario, ma anche alcuni documenti giunti dal Vaticano, hanno ricondotto ogni accadimento alla verità che non è tanto quella giudiziaria ma appare essere quella dei fatti. Le risultanze finali dell’indagine contro padre Treppiedi, a firma del sostituto procuratore Marco Verzera, hanno infatti provato come Treppiedi non è colpevole di nulla e che le denunce dell’ex vescovo Micciché, che avevano portato sotto inchiesta padre Treppiedi, non erano altro che un nemmeno scaltro tentativo da parte del vescovo Micciché di allontanare da se dubbi e sospetti sulla gestione della Diocesi di Trapani. In dieci pagine inviate dalla Procura al gip Cersosimo con la richiesta di archiviazione per padre Treppiedi e altri indagati, il pm Verzera ha ricostruito tutti i passi dell’indagine che ad un certo punto portarono la Procura di Trapani ad avanzare una richiesta di rogatoria internazionale presso la Santa Sede, quando si vociferò, e nemmeno sommessamente, anche di conti segreti che padre Treppiedi avrebbe tenuto presso lo Ior, la banca vaticana. Nessun conto né pubblico né segreto fu scoperto. Mons. Micciché accusò padre Treppiedi di una gestione illecita di alcuni immobili, di procedure di vendita “a sua insaputa”, fine usato da padre Treppiedi per incassare “somme in nero”. L’ex vescovo sostenne ai magistrati di essere stato raggirato, elencando tutta una serie di malefatte, ieri presunte oggi risultate inesistenti, commesse, anche in violazione del diritto canonico, da padre Treppiedi: “Quel reverendo – sostenne – mi ha carpito la buona fede”. E a sua difesa portò personaggi importanti della Curia, come don Liborio Palmeri. Ma i racconti di mons. Micciché presto si sono dimostrati infondati, anche per contraddizioni che via via sono emersi anche in sede canonica. Come quelle legate alla sua rimozione da Vescovo di Trapani con provvedimento assunto dalla Santa Sede nel maggio 2012, deciso dopo la “visita apostolica” – una sorta di ispezione – condotta su ordine del Vaticano dal vescovo di Mazara mons. Domenico Mogavero. La Procura nella richiesta di archiviazione ha evidenziato in particolare un comportamento anomalo dell’ex vescovo, che addirittura alla Procura di Trapani attribuì alla sua solerzia nel denunziare don Treppiedi, la ragione della visita apostolica decisa dal Vaticano, “come se fosse stato vittima di una ritorsione della Santa Sede per avere compiuto il proprio dovere di cittadino italiano”. La Procura ha invece chiosato: “monsignor Micciché era bene a conoscenza delle ragioni di quella visita apostolica”. Riguardavano propri comportamenti non regolari nella gestione della Diocesi, come furono rappresentati da mons. Mogavero. E nell’ambito dell’indagine è emerso che qualcuno dal Vaticano aveva avvertito mons. Micciché della sua imminente rimozione, cosa che il Vescovo aveva avuto premura di far sapere all’allora sindaco di Trapani Mimmo Fazio. E non meno rilevanti sono apparse le dichiarazioni dell’originario accusato, padre Treppiedi, che da una iniziale fase di silenzio ad un certo punto ha deciso di svelare i retroscena di questo scandalo montato nei suoi confronti. Un esempio: alcune vendite di immobili (beni ecclesiastici nella zona di Calatafimi) che mons. Micciché sostenne essere state fatte da don Treppiedi con fare truffaldino, sono risultate invece rendicontate dallo stesso vescovo alla Santa Sede, ben due anni prima della presentazione della prima querela. Certo l’indagine ha lasciato irrisolti alcuni scenari. Come quello di una lettera che mons. Micciché avrebbe inviato ad un gran maestro della massoneria italiana, il faccendiere Luigi Bisignani e che fu oggetto di uno scoop giornalistico pure stigmatizzato dal pm Verzera. Il lato oscuro di questa vicenda non tocca però padre Treppiedi. Certamente a diffondere quella lettera che mons. Micciché si affrettò a negarne l’autenticità, il contenuto addirittura colpiva il Santo Padre Benedetto XVI, il cardinale Bertone e il vescovo Mogavero, non furono né Treppiedi né altri coindagati per questa storia. Qualcuno lo fece, facendola arrivare a testate nazionali e locali. La Procura ha indagato sulla diffusione non sulla autenticità. La conclusione del pm Verzera è stata netta al termine delle dieci pagine della richiesta di archiviazione, “gli elementi raccolti incrinano il quadro probatorio, non ci sono prove per sostenere un processo”. Il gip Cersosimo ha scritto di condividere le conclusioni dell’accusa, le dichiarazioni del vescovo Miccichè “non sono dotate di attendibilità”. La Curia di Trapani, oggi nelle mani salde del nuovo vescovo Pietro Maria Fragnelli, è stata oggetto di uno scandalo, ma che va cercato, e non solo a titolo figurativo, a casa del vescovo rimosso mons. Francesco Miccichè. Oggi indagato per quei reati che col polverone d’accusa sollevato contro il reverendo Treppiedi, voleva nascondere: peculato, appropriazione indebita di una ingente somma di denaro destinata alle opere di carità ma secondo la Procura sarebbe finita in un lungo arco temporale, sui suoi conti correnti. E ad accusare il vescovo Miccichè, si ricorda, è stato l’ex direttore della Caritas Sergio Librizzi, il prete condannato per gravi reati sessuali. Miccichè pare ne fosse a conoscenza come altri sacerdoti della Diocesi, sarebbe rimasto in silenzio e indifferente in cambio del silenzio che don Librizzi manteneva su quei denari, che non erano certo “trenta”, intascati dal vescovo. Con don Treppiedi l’archiviazione ha anche riguardato Antonina Aprile, Aldo Mirabile, Giuseppe Cottone, Luigi De Blasi, Antonina Cammisa, Filomena Cavarretta e Vincenzo Basiricò. In precedenza l’archiviazione riguardò anche due giornalisti, Gianfranco Criscenti e Giuseppe Pipitone. “Oggi – ha dichiarato padre Treppiedi dopo avere appreso della decisione del gip – si conclude con il pieno riconoscimento della mia innocenza e della correttezza del mio agire un iter giudiziario che non avrebbe avuto ragione d’essere. Ringrazio Dio e la Madonna dei Miracoli, a cui da sempre sono molto devoto, per avermi sorretto in questo calvario. Un ringraziamento rivolgo ai miei familiari, al vescovo S. E. Fragnelli, mio legale avv. Vito Galluffo e a coloro che mi hanno sostenuto con la loro vicinanza e la loro preghiera. Cristianamente perdono chi mi  perseguitato, affidando alla misericordia di Dio il giudizio ultimo su queste tristi vicende su cui la magistratura ha oggi posto la sua ultima parola. Adesso, con fiducia nel Signore, riprendiamo il cammino interrotto”.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.