Salviamo le “Fornaci Romane”. Stellino: “Forse abbiamo dimenticato l’orgoglio dell’essere Alcamese”

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La vicenda Fornaci Romane presenti in Contrada Foggia ha creato un serrato dibattito tra esperti del settore, ma anche in Consiglio Comunale grazie alla mozione prima e alla interogazione poi del gruppo Alcamo Bene Comune e Alcamo Cambierà. Oltre a quello prettamente politico abbiamo voluto sentire il punto di vista “tecnico”, che porta ad una conoscenza tale da vederne sia il lato storico che turistico, in quanto potrebbe essere polo di attrazione per tanti appassionati e non. Per affrontare al meglio l’argomento abbiamo posto delle domande all’archeologa Antonella Stellino.

Fornaci Romane, più volte se ne è parlato come un bene da valorizzare, salvaguardare, tutelare per la grande rilevanza storica certificata da esperti archeologici di livello internazionale, ma rappresentano anche una risorsa turistica oltre che storica, quale la situazione ad oggi?

“L’area archeologica delle Fornaci Romane è un contenitore di grande ricchezza oltreché archeologica, storica, culturale anche turistica, di cui però finora non si è riusciti ad avere la giusta valorizzazione. Ad oggi ci troviamo in totale stato di emergenza, rischio perdita dei resti archeologici, a causa di una prima ma fondamentale difficoltà riscontrata, ovvero la mancanza della reperibilità e dunque della disponibilità di fondi da destinare ad essa, ma mancanza che si rileva in tanti altri settori che diano ad una società una connotazione all’avanguardia e al pari di tante altre comunità vicine e lontane. Sicuramente la valorizzazione dei Beni Culturali non è fra le priorità soprattutto quando ci si trova di fronte ad altre emergenze e così ad oggi siamo spettatori di uno scenario per nulla gratificante se non mortificante per i tanti che vorrebbero vedere fiorire itinerari rurali turistici, rispondendo alle linee guida di una comunità europea sempre più globalizzata, come polo attrattore di un popolo, quali appunto quello dei turisti, che cercano luoghi come questi per appagare la propria sete di cultura, di conoscenza e di curiosità che in tanti modi manifestano e dichiarano di volersi avvicinare, ma di contro trovano una realtà non ancora pronta e attrezzata per rispondere a questo tipo di domanda di un mercato turistico sempre più crescente. Pertanto necessitano maggiori sforzi e maggiori sinergie fra tutte le parti, istituzioni e non, per il raggiungimento di scopi comuni, come il caso di quest’area come area protetta idonea a sito minore di parco archeologico. Necessita un tempestivo e immediato intervento da parte delle istituzioni tutte, per intercettare fondi, studiare strategie e programmare azioni di breve, media e lunga durata; ma per cominciare come segnale positivo basterebbe destinare anche poche risorse affinché ciò consenta di avviare un processo di acculturazione, verso l’area in questione, innescando un effetto domino su una scala sicuramente di più ampio respiro.

Le Fornaci Romane rappresenterebbero da un punto di vista di indotto un volano e un biglietto d’ingresso per accedere alle innumerevoli bellezze che il patrimonio della città di Alcamo detiene e contiene; con Carlo V la nostra città ebbe il titolo di opulenta e giocosa: è questo il clima che molti cittadini sognano di vivere, attraverso l’opulenza i cuori si trasformerebbero in giocosi. L’area in cui si trovano le Fornaci Romane è ubicata al confine con la città limitrofa di Castellammare del Golfo, in prossimità del fiume San Bartolomeo. Quest’ultimo oltre a rappresentare un confine da un punto di vista turistico, pare risultare una barriera invalicabile per raggiungere la città di Alcamo, pertanto la valorizzazione e la fruizione dell’area potrebbe essere d’incentivo da parte dei turisti a oltrepassare il varco e attraverso essa accedere alle tante offerte tout court che la città si presta a proporre ai visitatori.

L’area in sé va letta insieme ad altre significative presenze e testimonianze storiche, naturali e ambientali in prossimità ad essa come vero e proprio itinerario con una sua logica di inizio e non di fine: ad esempio pensiamo al fiume San Bartolomeo come fiume navigabile ancora nel ‘700, indicato dalle cronache del tempo, ponendosi a contatto con la vicina Segesta; o la stessa c/da Magazzinazzi, contrada quest’ultima che oltre a collocare geograficamente una fetta importante della località di Alcamo Marina, contiene la stazione di Castellammare e poi troviamo una struttura ben visibile che storicamente si individua e si classifica tra le tonnare più importanti che la Sicilia occidentale può rivendicare insieme a San Vito Lo Capo, Scopello, ecc… ed è proprio la Tonnara de I Magazzinazzi. Luogo quest’ultimo che insieme al fiume navigabile e all’emporio prima e al porto di Castellammare poi, le Fornaci Romane assumono un ruolo centrale nella produzione, nel commercio e nel controllo degli scambi e scali marittimi, e protagonista di un’intera economia propulsore che si muoveva per raggiungere luoghi lontani del Mediterraneo, come pure attiva fin dall’antichità, quella vicina a noi Via Valeria che metteva in stretta comunicazione luoghi come Lilibeo (Marsala), Panoromo (Palermo), Himera (Termini Imerese). Ma ciò che veniva prodotto all’interno dell’area industriale delle Fornaci Romane durante il periodo dell’Impero Romano, quando la Sicilia era provincia di Roma e, non a caso siamo chiamati anche qui in prima linea ad assurgere a quel titolo che venne attribuito alla nostra regione, quale Granaio di Roma, l’attività dell’area era punto nodale per la realizzazione dei contenitori affinché raggiungessero tutte le terre del mondo antico allora conosciuto dell’area occidentale, almeno dal I sec. a.C. fino alla metà del V secolo d.C.

L’area andrebbe presa a cuore non solo dalle istituzioni, dagli appassionati della cultura, dai professionisti e studiosi ma da tutta la comunità, in quanto essa si pone come simbolo di un unico territorio e della sua valenza come comunità che rivendica come una storia collettiva l’essenza, e qui mi consenta il mio filo – alcamese, dell’essere Alcamese’ appunto. Forse abbiamo dimenticato l’orgoglio dell’’essere Alcamese’ non riconoscendo più nelle tracce storiche le grandi capacità che ci venivano riconosciute attraverso un’economia forte sul mercato internazionale del mondo antico fino al non lontano XVIII secolo.

La nostra capacità era riconosciuta e rispettata perché l’Alcamese in sé aveva grande sicurezza delle proprie capacità individuali e in gruppo, perché il sistema lo permetteva. Capacità oltre a quelle di coltivare il grano, produrre l’olio, il vino, probabilmente anche il garum, capacità tecniche e maestranze altamente specializzate in grado di mettere a frutto tutto ciò che serviva per un’economia sviluppata su tutti i suoi aspetti e perciò le Fornaci dovevano produrre grandi quantitativi di dressel, anfore dalle più svariate dimensioni, destinati a intraprendere viaggi verso l’entroterra e per via mare. E mi consenta una nota malinconica per un passato glorioso della nostra città quando Alcamo aveva tre porti, due tonnare, un fiume navigabile, senza accennare in questo contesto di altre gloriose vestigia di cui Alcamo ne era possessore e che sono andate perdute e timidamente rinvenibili tra le fonti e ahimè in tracce archeologiche che sembrano trasformarsi in puro mito e fantasia. L’importanza delle Fornaci va vista in una visione ampia di tutto il territorio e qui colgo l’occasione auspicando l’interesse sempre più vivo e attuativo di valorizzare Monte Bonifato, come Calatubo, il centro storico e la realizzazione di un antiquarium, ossia un museo che ospiti tutti gli innumerevoli reperti che giacciono nei magazzini. E allora questa visione globale può restituire ad un mercato sempre più esigente nella domanda un’offerta competitiva e all’altezza dei turisti più esigenti”.

Per realizzare tutto ciò di sicuro, bisogna rivolgersi alle istituzioni, quali i passi intrapresi?

“In questi ultimi anni sono stati intrapresi diversi passi innanzitutto attraverso la sensibilizzazione e la messa a conoscenza dell’area alle istituzioni, si è passati per le scuole attraverso seminari per trasmettere alle nuove generazioni l’importanza di appropriarsi, come concetto prima e azione poi, di luoghi simbolo che ci identifichino in un territorio e ci restituiscano il senso d’appartenenza e di identità di una cultura. Come presidente dell’Archeoclub d’Italia Calatub Onlus di Alcamo, insieme ai soci volontari, ci battiamo attraverso le uniche armi che conosciamo quali la passione e un profondo amore incondizionato per la nostra Terra, di intraprendere azioni di anello congiungenti fra i vari enti, auspicando un dialogo costruttivo e propositivo. In questi anni dunque ci sono stati continui viaggi a Trapani in Soprintendenza, ci siamo imbattuti in lunghi iter burocratici degli uffici anche comunali, ci siamo trasformati in operai a pulire l’area da sterpaglia, sfabbricidi presenti in quanto per molti anni è stata soggetta a discarica abusiva, ma il nostro continuo voler pulire l’area da soli non ci ha portato lontani, anche se abbiamo fatto tantissimo, ma sono dell’idea che da soli non si va da nessuna parte: alla prima pioggia torrenziale ci si trova di fronte ad un’area la cui selva puntualmente diventa sempre più oscura. Sono stati fatti passi da gigante: l’area dal 2005 era caduta nel totale oblio e soltanto nel 2014 si è riportata nuovamente alla luce, alla memoria. Da allora l’area è stata più e più volte pulita, sono state poste in essere le tettoie a protezione dei resti archeologici, ma oggi ci troviamo impotenti, necessita un altro salto e per farlo serve aiuto. Le Associazioni non si possono sostituire alle Istituzioni, ma devono essere viste come valore aggiunto per la crescita di un luogo, come risorsa umana in volontà, capacità e passione per contribuire alla forza di uno o più enti. L’associazione in autonomia può promuovere e come finora è stato fatto ha cercato di rendere l’area più dignitosa, ma l’assenza di scelte programmate sorrette da investimenti per la messa in sicurezza e la pianificazione di un sistema di fruizione come percorsi, steccati, cartelloni, segnaletica ecc… ci impedisce di portare avanti le varie fasi dello sviluppo dell’area come sito protetto e come itinerario turistico. Non parliamo di approfondire gli scavi e mettere in luce gli altri tredici forni che il terreno custodisce, lo sappiamo con certezza attraverso il georadar utilizzato dal prof. Giorgetti (ha condotto gli scavi negli anni 2003/2005) e la sua equipe, ma parliamo di salvaguardare ciò che è già stato posto in luce e che in breve tempo l’assenza di interventi significativi ci faranno perdere. Ad oggi gli scivolamenti dei terreni fangosi vicini sopra le fornaci non solo coprono l’area ma staccano parte delle sue strutture dal suo stato di fatto iniziale, sono frequenti le frane e i dissesti dovuta all’assenza di parapetti, di recinzione o di un semplice argine che farebbe confluire le acque torrenziali verso il torrente Molinello a protezione delle stesse. L’associazione di certo da sola non può sanare una situazione così precaria, non essendo dotati né di mezzi economici né di strumenti pratici, da considerare sempre che il nostro tempo da volontario va fatto coniugare con la vita personale e professionale che in questi anni in tante occasioni abbiamo sacrificato. Oggi l’area delle Fornaci Romane chiede in ausilio un aiuto che fissi la differenza tra un periodo di scavo, poi di oblio, poi di riscoperta, poi di tentativi di salvare la scialuppa con i mezzi di fortuna disponibili da un gruppo di persone armate di tanta buona volontà e ora tocca e pertanto auspico l’avvio di un periodo diretto verso un percorso preciso e fatto di azioni concrete da parte delle istituzioni per la realizzazione di un sito turistico”.

Una domanda sul personale, lasciando stare la sua professione, da semplice cittadino quale la sensazione ispirata dalle Fornaci Romane

“La mia è una sensazione semplice forse perché prima di ogni cosa mi sento un cittadino semplice, come tanti, e tanti sono i cittadini che vedono in questo territorio grandi potenzialità di sviluppo e di crescita. Magari ciascun cittadino vede aspetti diversi, è impegnato su fronti diversi o ha passioni diverse, come giusto che sia, ma ciò deve essere una forza, in quanto le singole parti formano un insieme. Non c’è una parte di territorio che merita più di altri, ma tutti meritevoli, come pure in questo preciso contesto sono meritevoli le Fornaci Romane che risulta essere la parte di un insieme. Qualunque cittadino dotato da buon senso, senso civico e con l’agire del buon padre di famiglia intuisce che tutto il territorio merita di essere valorizzato perché innanzitutto a meritarlo è il cittadino Alcamese. Ho piena fiducia nelle istituzioni tutte. In quanto cittadina-figlia di un luogo di cui si è innamorata ormai tanto tempo fa di tutte le bellezze che l’Alcamo sotto e sopra terra può decantare, e pertanto non smetto mai di sperare che tutto ciò prima o poi venga curato e lanciato. Credo che una volta superato l’empisse e sarà più facile fare spiccare il volo a questa città, anche partendo dall’area delle Fornaci Romane. Bisogna essere un po’ visionari e vedere i primi frutti in un futuro prossimo, il cui segno rimanga tangibile per i nostri posteri”.

E se fosse una guida come spiegherebbe le Fornaci Romane e gli oggetti ritrovati?

“L’impianto delle Fornaci Romane ha mantenuta una lunga attività produttiva dal I secolo a.C. alla metà del V secolo d.C. L’area di lavoro risulta piuttosto ampia, soprattutto quella ancora da porre in luce; in essai si ipotizzano ubicati ben 15 forni con i relativi ambienti per l’estrazione dell’argilla, la sua decantazione, la produzione delle dressel, in particolare 21 e 22, cioè anfore destinati a contenere i prodotti alimentari come l’olio, il vino e il grano. Queste fornaci rimanevano accese 24 ore su 24 e pertanto richiedevano un impegno costante da parte delle varie unità lavorative. Si presume che vi lavorassero almeno 90 persone e perciò si ipotizza che con le loro famiglie vivessero non lontano dal posto di lavoro, in un apposito villaggio. L’impianto romano doveva essere di proprietà di aristocratici romani che a sua volta quando venivano in Sicilia soggiornavano in apposite ville rustiche, per rendicontare la produzione durante determinati periodi dell’anno. Questo impianto ha assunto un ruolo importantissimo perché sono stati rinvenuti i bolli, cioè il marchio di fabbrica, con il nome del proprietario Maesi. La gens Maesia è ben documentata nella Sicilia di età imperiale tardo antica, attraverso le innumerevoli iscrizioni provenienti da Marsala, Palermo e Termini Imerese. Proprietari dello stabilimento sicuramente nel V secolo d.C. in quanto si firmavano con il simbolo cruciforme all’interno del nome Maesi, simbolo questo adottato proprio in questo periodo”.

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Eros Bonomo
Eros “Libero” Bonomo, Giornalista siciliano, vive ad Alcamo, il cui lavoro è incentrato su Passione, Rispetto e Indipendenza, così da informare al meglio i cittadini. Grande “divoratore” di Dylan Dog, musica e libri, in particolare di storia politica. Motto: “Non sarai mai solo con la schizofrenia”.