Mario Tobino. “Il Deserto della Libia”

L’attesa del cartellino sembrava essere uno step fondamentale per la vita dei ragazzi che venivano chiamati alle armi. Quando una persona in Italia, durante il fascismo, riceveva la famosa cartolina precetto che lo mandava in guerra, si presentavano diversi quesiti.

Primo: per chi si doveva fare la guerra? La risposta logica poteva riguardare i fascisti, un gruppo di persone che erano l’opposto della bontà, o per lo meno dell’intelligenza, e conducevano l’Italia alla rovina. L’Italia era divissa tra i collaboratori e coloro che non potevano sfuggire a questa chiamata. Chi disprezzare di più? Coloro che erano convinti dell’ampliamento territoriale italiano in Africa, o coloro che non avevano detto nulla  per ribellarsi per paura oppure si erano limitati a parlare soltanto tra amici fidati?

Ma si poteva sfuggire alla guerra? In realtà molti tra questi ragazzi pensavano che era meglio non prenderne parte per evitare che i fascisti fossero favoriti. L’unico modo per sfuggire alla guerra, senza disertare, era quello di fingersi malati ed eludere il servizio militare con le cure e i certificati medici. Per fare ciò, però, bisognava essere raccomandati: dunque, i popolani non avevano la benchè minima possibilità di avere le raccomandazioni. Per questo, alla fine erano costretti a partire per la guerra.

E’ questa la descrizione della costituzione delle truppe italiane fatta da Mario Tobino, pronte a partire per  la Libia. Un’armata militare debole e con una veste ironica che ritrae personaggi imbranati e incapaci di gestire una guerra. Nel 1919 già le truppe italiane avevano attaccato la Libia, ma alla fine degli anni Venti, con un impegno più feroce, esse penetrarono finalmente in questi territori.

Il testo rientra in  un filone realistico abbastanza critico nei confronti delle ideologie e di un passato in cui gli uomini non sono stati in grado di mettersi al comando della storia e del loro destino, ma hanno soltanto subito l’oppressione ideologica di un partito folle e sconsiderato.

Lo sfondo del deserto libico è un mare di sabbia su cui i soldati bivaccano in attesa che succeda qualcosa. Il tenente Marcello è l’occhio attento che guarda l’alterità, e la rende parte della sua esperienza, alla ricerca del fascino della bellezza femminile araba e delle tradizioni e costumi diversi. Trova tutte queste caratteristiche nella casa di Mahmud e nel suo harem: una bellezza che lo incanta e lo induce a riflettere sulla segregazione della donna e sulla società maschilista araba, così diverse dalla sua occidentalità di provenienza.

Un’ ipnosi interrotta dallo scoppio delle bombe e dalla visione  dei morti delle prime battaglie. La sabbia del deserto, così come nel passato, sotterra le mani di chi è caduto in battaglia, come fosse un grande e misterioso cimitero. Il deserto è l’essenza del libro di Mario Tobino. La luce rende le cose immobili. Il movimento che si distingue è solo quello dei cammelli che trasportano gli arabi ricoperti dalle vesti luminose e rinchiusi tra le mura delle loro case, attenti a non avvicinarsi agli occidentali. Gli arabi non escono dal corano e dal deserto. Essi odiano l’occidente. Tra questi due gruppi differenti solo i più aperti alla scoperta di sentimenti e delle meraviglie del mondo, Marcello e Mahmud, trovano un punto di incontro e intrecciano una relazione nel rispetto di entrambe le parti.

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