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1 Commento
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  1. Liborio piccichè ha detto:

    I cinque pini storici del Liceo Classico di Alcamo sono stati tagliati col pretesto della sicurezza. ( è una tendenza diffusa )
    Vi invio una breve riflessione sul tema : “sicurezza e potere” nonché sui probabili futuri effetti de ” la buona scuola “. Spero potrà esservi utile.

    REQUIEM PER I CINQUE PINI DEL LICEO CLASSICO DI ALCAMO

    Se con la riforma de “La buona scuola” i dirigenti potranno assumere i docenti sulla base degli stessi criteri con cui stabiliscono che una veneranda pianta ha concluso il suo ciclo vitale, magari con la scusante della sicurezza, si può a ragion veduta ipotizzare che nell’imminente futuro, un insegnante rispettabile ma poco incline ad assoggettarsi allo spartito filo-governativa del governo di turno, potrà essere debitamente scartato come probabile attentatore alla “pubblica salute”. La questione ha radici antiche: la sicurezza è stata sempre un ottimo pretesto per limitare le libertà se non addirittura a giustificare gli arbitri del potere: “L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza” così infatti profetizzava Sigmund Freud nel Il disagio della civiltà, quasi a prevedere lo stato di allarmismo diffuso instaurato come strategia per il controllo sociale nell’era della globalizzazione. Il datagate (programma di sorveglianza di massa) ci insegna che siamo spiati, che ogni nostro gesto, parola, movimento vengono sistematicamente registrati, analizzati a nostra insaputa e senza il nostro consenso, tutto ciò serve anche a prevedere il nostro comportamento e ad attribuirci delle intenzioni che statisticamente potremmo avere; così a grandi passi si prospetta una tirannide impersonale che ci farà tacere, in nome del rispetto e della sicurezza.
    D’altra parte facendo un bilancio anche sintetico dell’evoluzione o involuzione della scuola pubblica italiana dagli anni ’60 , (cioè dall’ apertura democratica al diritto all’istruzione superiore ) ad oggi, si deve ammettere che nella scuola si è via via allargata la distanza tra l’assetto burocratico dirigenziale, sempre più irregimentato da logiche gerarchiche e di potere, e la classe docente sempre più vessata da incombenze assolutamente periferiche che non solo intralciano la loro attività formativa, ma che paradossalmente diventano, da quella prospettiva verticistica, sempre più urgenti. Basta per tutti: la maniacale corsa alla automatizzazione delle attività logistico- organizzative ma anche valutative (“il mito della valutazione oggettività”) sempre più urgentemente imposta come un naturale destino. In più questo clima sostanzialmente omologante delle specifiche identità (la scuola dovrebbe principalmente insegnare a non rinunciare ad essere se stessi) è adeguatamente condito con salsa linguistica ispirata al politically correct (Chomsky docet) di termini oculatamente scelti per la loro ossequiosa “aura professionale” il cui effetto sostanziale e quello di assopire le coscienze e il pensiero critico e quindi: i test si “ somministrano” e l’atto del tranciare violentemente un albero diventa “messa in sicurezza”. In questa cornice anche la stilistica del potere ha una sua coerenza: lim e computers vengono introdotti nelle scuole italiane con le stesse modalità con cui si decide di come gestire arredi e suppellettili, di organizzare gli spazi fisici, di manipolare il verde ( il “Grande Fratello” sa sempre operare la migliore scelte per te !): e cioè con assoluta noncuranza delle reali esigenze e soprattutto dei desideri dei “lavoratori della scuola”, dei suoi utenti, di chi in sostanza quotidianamente nell’ambiente scolastico investe speranze ed affetti.
    Cosi un altro piccolo-grande scempio si è consumato nel silenzio più totale, in barba alla legge che protegge il verde urbano e gli alberi monumentali, i quali andrebbero estirpati solo dopo iterati tentativi di recupero; senonché in un contesto territoriale gravemente segnato dalla cementificazione selvaggia, il verde è prima relegato nelle aiuole di risulta fino a quando, per una improvvisa misteriosa (ma non tanto) metamorfosi, viene individuato come minaccia da cui difendersi a suon di motosega perché in fondo qualsiasi stupido è capace di distruggere gli alberi: non possono né difendersi né scappare. Perciò questo intervento estremo e soprattutto irreversibile, ostentato dalle autorità competenti con retorica da libro cuore, risulta in realtà il triste epilogo di una carente cultura della manutenzione e mette tristemente in luce, nell’attuale contesto politico, il decisionismo autoritario dilagante che perentoriamente irrompe con l’incontrovertibile “dato di fatto” escludendo l’ambito delle “possibilità non date”: per esempio nel caso specifico la semplice potatura.
    L’albero è un santuario scrive Hermann Hesse in un suo celebre saggio e lo stolto non vede l’albero allo stesso modo del saggio ammonisce W. Blake. I Cinque magnifici pini del cortile della scuola così pieni di vita ora non mostrano più le loro rigogliose chiome svettanti ai passanti di via Vittorio Veneto ne più vedremo ondeggiare le loro chiazze di ombre colorate ad animare il grigio pavimento del cortile.
    Saremo più sicuri? non credo, ma sicuramente un pochino meno felici.

    Liborio Piccichè Liceo Classico di Alcamo

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