D’Alì, ecco le motivazioni

Pubblicato: domenica, 11 agosto 2019
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Sorveglianza speciale, obbligo di dimora e cauzione da 15 mila euro

Il senatore D'Alì non è punciutu ma la sua condotta è stata definita dai giudici tipica dell'appartenenza all'associazione mafiosa. Scatta da questa sintesi e a conclusione delle 322 pagine del decreto del Tribunale delle misure di prevenzione (presidente Troja, a latere Visco e Marroccoli) la decisione di applicare la sorveglianza speciale e l'obbligo di dimora a Trapani per i prossimi tre anni all'ex sottosegretario all'Interno (2001-2006) e ininterrottamente parlamentare per diverse legislature a Palazzo Madama (1994-2018). Ritenendolo, per questa sua partecipazione all'associazione mafiosa, "socialmente pericoloso". "D'Alì seppur non organicamente inserito nel contesto criminale associativo, è stato artefice di un contributo causale finalizzato alla conservazione o al rafforzamento dell'associazione, come concorrente esterno". La misura, sostenuta da innumerevoli richiami a pronunce della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell'uomo, e contro la quale la difesa del senatore D'Alì, avvocato Arianna Rallo, ha anticipato di voler presentare ricorso in appello, è però intanto definitiva. Ieri il decreto è stato notificato al senatore D'Alì negli uffici della Divisione anticrimine della Questura di Trapani. Per tre anni non potrà partecipare, se non preventivamente autorizzato, a riunioni pubbliche e politiche, non associarsi a pregiudicati o soggetti sottoposti a sorveglianza speciale, di non poter uscire da casa prima delle 7 o fare rientro dopo le 21, di non potersi allontanare dal suo luogo di residenza, Trapani, senza autorizzazione, e dovrà anche pagare una cauzione da 15 mila euro, oltre che pagare le spese processuali. Tutto questo mentre è in corso a Palermo il processo di Appello dove è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Un processo "bis" dopo che la Cassazione ha annullato la precedente sentenza che come quella di primo grado dichiarava prescritti i fatti contestati fino al 1994 e lo assolveva per i fatti successivi e fino al 2011. Le motivazioni circa la applicazione della sorveglianza speciale sono dirompenti. Fanno guardare ai fatti del territorio trapanese degli ultimi 30 anni attraverso la lente della giustizia. Anni spiegati in migliaia di pagine di rapporti investigativi sulla mafia trapanese che come si sa non è fatta solo di "coppole e lupare" ma sopratutto di "colletti bianchi" e imprenditori. Lo sostenevano ampiamente i giudici Falcone e Borsellino: quando facevano le dovute differenze tra la mafia palermitana e quella trapanese, spiegavano che se a Palermo governa l'ala militare di Cosa nostra a Trapani regna la mafia economica, a Trapani ci sono le casseforti del denaro sporco della mafia, che sostengono ancora lo zoccolo duro finanziatore di tante cose a cominciare dalla latitanza del capo mafia Matteo Messina Denaro. Ripercorrendo diverse indagini antimafia e richiamando numerose sentenze, i giudici del riesame hanno individuato e sviscerato una per una le azioni dell'ex sottosegretario condotte per favorire Cosa nostra trapanese, e questo attraverso patti "politico - mafiosi", sostegno a imprenditori collusi, trasferimento di funzionari scomodi, contati con i vertici dell'organizzazione mafiosa. E questo prima e dopo quel 1994, la linea di demarcazione segnata dai giudici penali nei processi di primo e secondo grado e che l'hanno usata per dichiarare prescrizione e assoluzione. Linea di demarcazione che secondo la Cassazione non dovrebbe esistere, ritenendo continuativo il contatto dal 1992 agli anni 2000 tra D'Alì e l'organizzazione mafiosa. Origine del "patto" tra D'Alì e la mafia è stata la vendita nel 1992 di un suo terreno sito nella contrada Zangara di Castelvetrano, a prestanome messo a disposizione dai suoi campieri Francesco e Matteo Messina Denaro, un terreno finito nelle proprietà occulte di Totò Riina. Al prestanome Geraci, D'Alì si premurò di restituire il denaro frutto di quella vendita. Denaro che poi Geraci ha dichiarato di aver consegnato a Matteo Messina Denaro. Duecento milioni di vecchie lire. Un affare che per i giudici del Tribunale delle misure di prevenzione non serviva solo a riciclare denaro ma sarebbe stato posto affinché Cosa nostra sostenesse elettoralmente D'Alì, prossimo candidato al Senato per Forza Italia: "da quel momento D'Alì entrò sotto l'ombrello della protezione mafiosa". E il sostegno politico a D'Alì cominciò a partire da quel 1994 e la mafia lo aveva deciso "ancora prima che D'Alì rendesse ufficiale la candidatura e la adesione a Forza Italia". Fu il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga a indicare D'Alì, già quando dentro Cosa nostra era maturata la decisione, sostenuta dal boss Leoluca Bagarella, di presentare una propria lista sotto il logo di "Sicilia Libera". Tramontata l'idea di "Sicilia Libera" arrivò l'ordine di sostenere Forza Italia e a Trapani quindi D'Alì per indicazione, fatta durante un summit di mafia a Dattilo, di Vincenzo Virga, destinato poi a cominciare la sua latitanza negli ultimi giorni della campagna elettorale del 1994. I retroscena sono stati raccontati da diversi collaboratori di giustizia ritenuti parecchio credibili come il mazarese Vincenzo Sinacori e il trapanese Nino Birrittella. Per i giudici D'Alì non può sostenere di avere ricevuto il sostegno elettorale a sua insaputa. La condotta politico istituzionale del senatore D'Alì è stata pesantemente sanzionata dai giudici: "...non ha esitato a mettere a disposizione di Cosa nostra il suo ruolo istituzionale...si è spinto con atteggiamenti certamente non consoni alle cariche politiche ricoperte e che lo hanno portato addirittura a vessare uomini dello Stato che cercavano con trasparenza di perseguire interessi generali e pubblici". E così vengono citate le vicende del bene confiscato al boss Virga, la Calcestruzzi Ericina e del prefetto Fulvio Sodano. D'Alì fu contro Sodano perché questi si oppose alla vendita del bene cosa che voleva fortemente Cosa nostra trapanese: "D'Alì esercitò pressioni sul ministro dell'Interno Pisanu per trasferire da Trapani il prefetto Sodano", cosa che avvenne nel luglio 2003, proprio mentre D'Alì sedeva da sottosegretario all'importante ministero al Viminale. Ma ci sono anche altri funzionari pubblici osteggiati da D'Alì. E questo emerge dai verbali contenenti le dichiarazioni del sacerdote Ninni Treppiedi, le cui dichiarazioni hanno svelato parecchi segreti appartenenti alla vita, non solo politica, del senatore D'Alì. Verbali molto apprezzati dai giudici, perché perfettamente riscontrati. Verbali dove viene chiamata in causa l'attuale moglie del senatore D'Alì, l'avvocato Antonia Postorivo. A tutti i costi D'Alì e consorte, sempre nel periodo in cui il senatore sedeva al Viminale, volevano il trasferimento dell'allora capo della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares e del vice prefetto Vincenzo Pasqua. Linares andava trasferito per fermare le sue indagini, addirittura il sottosegretario D'Alì lo avvicinò con tutta la sua autorità consigliandogli per la sua sicurezza di lasciare Trapani: la risposta del capo della Mobile fu del tenore che non si riteneva in pericolo e che comunque per essere trasferito serviva il consenso del Procuratore della Repubblica, la reazione di D'Alì fu proprio di quelle che mostravano rabbia, per come ha raccontato a verbale il dott. Linares, nei confronti del quale, ha raccontato il sacerdote Ninni Treppiedi, vennero anche attivate iniziative "per trovare circostanze per lui compromettenti tali da provocare il suo trasferimento"; il vice prefetto Pasqua doveva andare via da Trapani perché aveva assunto comportamenti autoritari con altri funzionari che per questo erano andati da D'Alì a lamentarsi. Sodano, come Linares e Pasqua erano diventati nemici del D'Alì perché "interpretavano in modo autentico le loro funzioni". "Presenze per il D'Alì intollerabili". Messina Denaro, Virga e Francesco Pace per i giudici erano (e sono considerata la ritenuta attualità della pericolosità sociale) i boss di riferimento del senatore D'Alì. Tanto intimi per esempio da permettere al figlio del boss Virga, Francesco (di recente riarrestato per mafia dai carabinieri) di mandare nel Natale '98 un telegramma al D'Alì, dal carcere dove era detenuto dopo il suo primo arresto, per ricordare che lui si faceva la galera mentre lui era libero di divertirsi: "tu sei la che ti diverti e io sono qua rinchiuso". L'attualità della pericolosità sociale del senatore D'Alì viene tratta dai giudici da una intercettazione in carcere fatta nel 2016. A parlare è l'importante boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano. parla di un certo senatore D'Alia e che questi è in contatto con quello che cercano. Per i giudici, e non solo per i giudici trapanesi, quel D'Alia è D'Alì e quello che cercano è Matteo Messina Denaro. A sostenere l'attualità della pericolosità sociale i contenuti del blitz antimafia dei Carabinieri condotto nel 2018, la cosiddetta operazione "Pionica", dove D'Alì è stato fotografato assieme a esponenti di Cosa nostra, tra i quali il conclamato mafioso Girolamo Scandariato. Incontro risalente al 2014. Parecchio approfondita è stata l'analisi dei giudici a proposito di appalti pubblici. I legami tra il senatore D'Alì e l'allora regista delle aggiudicazioni pilotate di appalti, il valdericino Tommaso "Masino" Coppola, i contatti stretti con gli imprenditori Morici. L'appalto nel 2005 dei lavori del porto, funzionali allo svolgimento delle gare veliche internazionali della Coppa America, fu gestito dalla mafia a favore della Coling dei Morici e sostanziale fu l'appoggio del senatore D'Alì. Vicende che approfondiremo nel prossimo nostro articolo. Intanto da ieri per il "cavaliere" (così era chiamato in codice dai mafiosi per come hanno raccontato alcuni pentiti) D'Alì è cominciata la sorveglianza speciale. Non è il primo politico eccellente ad incappare in questo provvedimento...e forse non sarà nemmeno l'ultimo, in una città dove la mafia non ha certo alzato bandiera bianca.

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1 Commento
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  1. Giorgio Collura ha detto:

    In una città più volte ferita e tradita dagli “eletti” ed in un territorio storicamente esposto al malaffare e particolarmente vulnerabile, in cui chi rappresenta le Istituzioni dovrebbe essere più onesto e trasparente di qualsiasi altro cittadino per essere d’esempio sopratutto per le nuove generazioni, addolora constatare che un “Onorevole, Senatore della Repubblica” e rappresentante del Governo in uno dei gangli nevralgici nel contrasto alla criminalità comune e mafiosa abbia potuto tenere un comportamento – a prescindere dalla commissione di singoli reati – che evoca più il Melampo di collodiana memoria che un faro di guida e di tutela della Comunità.

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