Arrestato il Gran maestro Labisi (VIDEO)

Pubblicato: martedì, 10 luglio 2018
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Massoneria: Catania operazione della Dia

Il potente massone Corrado Labisi è stato arrestato dalla Procura di Catania guidata da Carmelo Zuccaro. Si tratta di un'operazione di condotta dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia guidata da Renato Panvino, che vede impegnati i centri operativi di Palermo, Reggio Calabria, Caltanissetta e Messina. Le indagini sono state coordinate dal pool specializzato nei reati dei colletti bianchi e composto dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto Fabio Regolo. Labisi, trentatré della massoneria, in passato “sovrano, gran commendatore e gran maestro della Serenissima gran loggia del Sud” è a capo della casa di cura Lucia Mangano e gestendola avrebbe distratto fondi regionali vincolati: ben 10milioni di euro. Un personaggio di primo piano, sia del mondo della politica, che in quello imprenditoriale, con contatti anche con un pezzo da novanta di Cosa nostra. Nell'ordinanza non ci sono contestazioni per fatti di mafia. Ma in passato, nell'operazione Fiori Bianchi, è emerso il suo rapporto, stretto, con Giorgio Cannizzaro, uno dei colletti bianchi del clan Santapaola.  Al telefono, quando le cimici della Procura di Catania registrano, Labisi lo chiama “mio fratellone” e gli investigatori annotano che “i due si chiamano vicendevolmente fratelli, sostantivo com'è noto utilizzato in massoneria per indicare i consociati”. Corrado Labisi è stato tra i promotori del premio “Livatino, Saetta, Costa”, intitolato ai nostri magistrati uccisi da Cosa nostra. Ogni anno, tra i premiati ci sono stati giudici, esponenti delle forze dell'ordine e delle istituzioni. Nella foto a fianco la consegna dei riconoscimenti nel 2016 ai procuratori della Repubblica Nicola Gratteri e Massimo Palmeri. Un anno prima nel 2015 però il prefetto di Catania Maria Guia Federico ha rifiutato il riconoscimento, immortalato con tanto di foto e lo ha restituito. Labisi si vantava di essere da sempre impegnato per la “legalità”.

Questo il comunicato stampa diffuso dalla sezione della Dia di Catania

Dalle prime ore della mattinata odierna, a conclusione di una complessa e articolata attività di indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Catania diretta dal Procuratore della Repubblica dr. Carmelo ZUCCARO, e dipanatasi mediante l’utilizzo di servizi tecnici e riscontri sul territorio, è in corso l’esecuzione da parte di personale della DIA di Catania, diretta dal 1° Dirigente della Polizia di Stato dr. Renato PANVINO, con il supporto dei Centri Operativi di Palermo, Reggio Calabria e Caltanissetta, nonché della Sezione Operativa di Messina, di un’ordinanza applicativa di misure cautelari, emessa dal G.I.P. di Catania nei confronti di imprenditori coinvolti nella distrazione di fondi regionali per un valore di circa 10 milioni di euro, destinati a strutture socio-sanitarie.

 In particolare, il provvedimento ha disposto la misure della Custodia in carcere nei confronti di LABISI Corrado, classe 1953, già Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Medico Psico-Pedagogico “Lucia Mangano”, ente che si propone di assistere moralmente e socialmente i poveri della città e della provincia, creando centri di mutuo soccorso, elargendo sussidi a favore degli stessi, creando laboratori, offrendo assistenza medica, alleviare lo stato di eventuale disagio in cui gli assistiti potessero trovarsi, per disoccupazione, malattia o altro.

Al predetto, in qualità di capo, organizzatore e promotore, vengono contestati i reati di associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita di somme di denaro.

L’A.G. ha disposto, altresì, la misura degli arresti domiciliari a carico della figlia, LABISI Francesca, classe 1985; della moglie GALLO Maria, classe 1958; dei collaboratori CONSIGLIO Gaetano, classe 1979 e CARDÍ Giuseppe, classe 1961, contestando agli stessi il reato associativo finalizzato all’appropriazione indebita di somme di denaro.

Con il provvedimento in corso di esecuzione il G.I.P. di Catania, in accoglimento delle ipotesi di reato formulate dalla Procura della Repubblica, che ha delegato per le indagini la DIA, ha ritenuto fondati gli elementi probatori raccolti.

 Nel corso dell’indagine sono state ricostruite le condotte poste in essere da Corrado LABISI, già Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto “Lucia Mangano”, il quale ha gestito i fondi erogati dalla Regione Siciliana e da altri enti per le specifiche finalità tese alle cure dei malati ospiti della struttura, per fini diversi, distraendo le somme in cassa, facendo lievitare le cifre riportate sugli estratti conti accesi per la gestione della clinica, tanto da raggiungere un debito pari ad oltre 10 milioni di euro.

Dalla perizia effettuata dal consulente dell’autorità giudiziaria, è emerso che soltanto  Corrado LABISI ha utilizzato per fini diversi la somma di €1.341.000,00 e la coniuge GALLO Maria quella di € 384.000,00.

Peraltro, come accertato in sede peritale, tale scabrosa gestione sarebbe chiaramente censurata proprio dallo statuto associativo dell’I.M.P.P. Lucia Mangano, che prevede “l’esclusione irrevocabile dall’associazione di qualsiasi membro che approfitti del proprio ruolo per impossessarsi, con espedienti vari, per fini propri di somme di denaro destinate alla normale gestione.”

Dalle indagini, emergeva la duplicità dell’agire del LABISI: da una parte si manifesta paladino della legalità tanto da ricoprire la carica di Presidente dell’associazione denominata “Saetta – Livatino”, impegnata a sostenere le iniziative antimafia, insignendo del predetto premio intitolato al magistrato LIVATINO barbaramente ucciso dalla mafia anni orsono, personalità delle istituzioni che si sono evidenziate nel contrasto alla criminalità mafiosa. Mentre l’altro aspetto faceva registrare l’atteggiamento illecito del LABISI, il quale senza scrupolo alcuno, distraeva ingenti somme di denaro per soddisfare esigenze diverse tra le quali il pagamento di fatture emesse dalla Pubblicompass per pubblicizzare gli eventi dal medesimo organizzati, la copertura di spese sostenute dalla moglie e dalle figlie, il pagamento di fatture emesse per cene e soggiorni ad amici vari.

In merito all’Associazione Livatino, l’attività di indagine ha evidenziato che Corrado LABISI, ha impiegato ingenti somme distratte indebitamente dall’Istituto Lucia Mangano, per la copertura di costi relativi all’organizzazione del predetto premio, considerato un riconoscimento alla legalità nella lotta contro le mafie.

Parimenti, Corrado LABISI distraeva altrettante somme di denaro per iniziative connesse all’organizzazione - presso l’Hotel Nettuno – di eventi relativi all’Associazione “Antonietta LABISI”, madre di Corrado impegnata in vita nell’opera di assistenza verso i minori e gli anziani nelle zone di degrado catanesi.

Così come emerso nel corso delle indagini, il trattamento riservato agli ospiti dell’Istituto “Lucia Mangano”, alla luce delle indebite sottrazioni riscontrate, sarebbe stato di livello accettabile, soltanto grazie all’attività caritatevole del personale ivi preposto, e non certamente per la illecita gestione della famiglia LABISI. Infatti, così come testimoniato da qualche dipendente “se fosse dipeso da loro, si continuerebbe a dare (ai pazienti) latte allungato con acqua, maglie di lana e scarpe invernali nel periodo estivo.”

Il LABISI, era riuscito a costruirsi una immagine modello di sé, tanto da indurre soggetti a lui legati a sostenerlo nelle proprie iniziative, essendo considerato un paladino in difesa della legalità.

In tale contesto, appare sintomatica una conversazione captata tra Corrado LABISI ed un suo amico, all’indomani di una perquisizione delegata operata dalla DIA di Catania, presso la Struttura sanitaria “Lucia Mangano” nonché presso lo studio del commercialista di riferimento, che ha portato al sequestro di copiosa documentazione contabile.

Infatti, al fine di cristallizzare gli elementi investigativi acquisiti, la DIA di Catania ha eseguito nel decorso mese di settembre, delle perquisizioni delegate da parte della locale Procura della Repubblica, presso la sede della I.M.P.P. Lucia Mangano, nonché presso la sede del dottore commercialista che cura la contabilità del predetto ente, con il conseguente sequestro di copiosa documentazione contabile nonché supporti informatici ove erano presenti dati aziendali sensibili.

Nel corso della citata conversazione, avvenuta con un amico del LABISI, già appartenente al Ministero della Difesa, questi, commentando l’episodio, affermava testualmente “dobbiamo capire a 360° se c’è qualcuno che deve pagare perché questa è la schifezza fatta a uno che si batte per la legalità …  vediamo a chi dobbiamo fare saltare la testa”. In detta circostanza, chiaro appare il riferimento alla struttura investigativa della DIA, ed ai magistrati inquirenti che svolgono le indagini.

Così come accertato nel corso di altre indagini, Corrado LABISI in passato ha mantenuto contatti con il pregiudicato Giorgio CANNIZZARO, noto esponente della famiglia mafiosa SANTAPAOLA –ERCOLANO.

Il lavoro investigativo ha di fatto permesso di descrivere la personalità del LABISI, la quale si pone come connotata da un rilevante tasso di pericolosità sociale, come rilevato anche dal Presidente dei GIP nella motivazione della misura cautelare, evidenziando un duplice aspetto:  da una parte le millantate  amicizie importanti con apparati dello Stato o addirittura con i servizi segreti, dall’altra parte i rapporti di amicizia con mafiosi di grosso calibro come Giorgio CANNIZZARO, ai quali riserva un posto addirittura nelle prime file della chiesa dove si svolgevano i funerali della madre.

L’attività d’indagine espletata, ed in particolare l’escussione di numerosi soggetti in vario modo interessati dalla vicenda o comunque informati sui fatti dell’indagine, nonché l’attività di captazione telefonica e ambientale, è servita a chiarire determinati meccanismi attraverso i quali parte dei fondi erogati dalla Regione Siciliana (da destinare alla gestione dell’Associazione I.M.P.P. “Lucia Mangano”), sono stati distratti dal loro scopo dagli indagati e utilizzati per fini personali, in tal senso delineando un vero e proprio quadro associativo, tessuto prevalentemente in ambito familiare, fatto di assunzioni finalizzate all’unico scopo di drenare risorse e di compensi erogati in modo spropositato, tanto da indurre l’istituto in una situazione debitoria pari a 10 milioni di euro.

Infine va rilevato che tutti gli indagati hanno dato corso ad una attività illecita anche associativa, molto grave perché a causa delle reiterate appropriazioni indebite per importi elevati, hanno creato i presupposti per la distruzione di un ente benefico, che è stato posizionato nel tempo a livello di un azienda con scopo di lucro e assoggettabile al fallimento, ponendo le basi concrete per privare la società civile di una struttura di assistenza ai bisognosi, soprattutto ai disabili e agli anziani, e con la prospettiva di una perdita di 180 posti di lavoro in un momento caratterizzato da livelli di disoccupazione rilevanti.

Al fine di sanare la pesante condizione debitoria dell’Istituto, l’indagato Corrado LABISI ha proceduto, nel corso dell’anno 2017, alla vendita del ramo dell’azienda facente capo alla struttura destinata a RSA ubicata in locali di proprietà dell’ente nel Comune di Mascalucia.

L’operazione, conclusa con la cessione del predetto ramo d’azienda ad una associazione calatina, si è concretizzata, nei suoi aspetti operativi, nell’accollo di un’importante quota di debiti erariali e previdenziali.

Conseguentemente alla cessione del ramo di azienda, il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto veniva riformulato, ponendo a capo dello stesso LABISI Francesca, già consigliere, di fatto esautorando apparentemente Corrado LABISI dai suoi poteri.

Per quanto concerne gli indagati CONSIGLIO Gaetano e CARDÌ Giuseppe, stretti collaboratori di Corrado LABISI, regolarmente assunti presso l’istituto con mansioni differenti da quelle effettivamente svolte, questi mettevano consapevolmente a disposizione le loro buste paga, ove venivano artatamente inserite voci di costo giustificative delle uscite indebite dell’istituto; ciò a fronte di benefit e premi di produttività per cassa, il cui ammontare variava tra i 500 e 1.500 euro.

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