L’uomo che non poteva godere

Pubblicato: domenica, 27 maggio 2018
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Giovanni aveva 22 anni quando lo conobbi. Aveva una strana fobia, non riusciva ad avvicinarsi ad alcuna esperienza di godimento, compreso quello sessuale. Ogni qual volta stava per avvicinarsi ad un’esperienza che giudicava come positiva, Giovanni entrava in panico, per evitare il quale, cominciava ad associare all’esperienza positiva che stava vivendo, tutta una serie di fantasie negative per annientare subito dentro di sé quel momento di godimento. Al contrario, per evitare di cadere nel terrore di fare delle esperienze troppo negative, Giovanni aveva imparato a praticare dei continui rituali scaramantici che, nelle sue fantasie, lo salvaguardavano dalla possibilità di sprofondare in una catastrofe psicologica. Così, ad esempio, se il giovane provava un certo innamoramento nei riguardi di una ragazza, nel pensarla non riusciva a concedersi una normale esperienza di eccitazione, sentendo l’impellente bisogno di associare immediatamente a quell’esperienza di eccitazione dei pensieri negativi di sporcizia e putridume, impedendosi quindi di accedere al godimento. Ogni giorno Giovanni doveva allacciarsi le scarpe anche per centinaia di volte, fino a trovare il nodo perfetto che potesse salvaguardarlo per le ore successive dalle negatività. Di questi rituali ossessivo compulsivi, Giovanni ne aveva a decine e ne era schiavo per tutta la sua giornata. Giovanni voleva essere perfetto, non tollerava alcuna imperfezione nella sua vita. Nel corso della psicoterapia, cominciò a comprendere che s’imponeva dei parametri eccessivamente elevati per poter accedere ad ogni forma di godimento, i suoi rituali rappresentavano il disperato tentativo di crearsi un ordine magico per potere entrare e restare nel mondo della perfezione. Godere per una donna, per Giovanni significava immaginarsi all’interno di una relazione perfetta, senza problemi, senza alcuna sbavatura nel rapporto, senza conflitti, con una donna ideale, dove tutto doveva rispondere ad un copione idilliaco e fiabesco. Di conseguenza, ponendolo la realtà dentro un ordine completamente diverso rispetto alle sue fantasie, il giovane doveva distruggere qualsiasi forma di eccitazione, con i suoi rituali autopunitivi. Perché Giovanni aveva la necessità di pensarsi in un mondo perfetto? Nel corso della sua analisi capimmo che, a sua volta, Giovanni era stato pensato dai suoi genitori con delle aspettative troppo elevate nei suoi confronti, tanto da divenire paralizzanti. Giovanni sentiva inconsciamente il bisogno di soddisfare quelle che nelle sue rappresentazioni erano le leggi assolute della famiglia; queste non lasciavano in Giovanni alcun margine mentale per una generatività creativa che potesse andare al di là delle indissolubili matrici familiari. Col tempo, Giovanni cominciò ad avvicinarsi a tali rappresentazioni familiari in maniera sempre più consapevole e critica, iniziando così a dare posto dentro di sé a nuovi spazi di pensiero rispetto a quello assoggettante della famiglia, così da affrancarsi progressivamente dalla pena del senso di colpa e dell’autopunizione ai quali si sentiva condannato dai suoi giudici interiori. Giovanni riuscì a riconquistare la sua libertà esistenziale e finalmente il piacere di godere della vita. A tutti i genitori, come spunto di riflessione nell’educare e nel trasmettere le proprie aspettative, talvolta eccessivamente elevate, nei confronti dei propri figli.

Fabio Settipani Psicologo – Psicoterapeuta
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