Un Paese che galleggia, tra veti, burattini e burattinai

Pubblicato: giovedì, 19 aprile 2018
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ROMA. Continua la fase delle consultazioni per la formazione del nuovo Governo. Un esecutivo che sembra sempre più lontano e impossibile, a distanza 47 giorni dalle elezioni del 4 marzo. Una cosa è certa: il primo partito d’Italia, il Movimento 5 Stelle, resta fermo e “minaccia” di andare a nuove elezioni. Salvini, che ha vinto la sfida della coalizione di centrodestra continua a rifiutare la carica di leader. Preferisce essere burattino del burattinaio di sempre, ovvero l’eterno cavaliere senza più cavalli da guidare. Il siparietto andato in scena qualche giorno fa durante la dichiarazione della coalizione è stato qualcosa di esilarante, ma a tratti grottesco. Esilarante perché ci ha mostrato un Berlusconi in gran forma. Ma soprattutto per l’ironia tirata fuori dai social network, che su questo fronte continuano ad essere fucina di idee, meme e gif che colorano il buio di questa fase politica nazionale. Grottesco perché si legge in un solo modo: Salvini non è il leader del centrodestra. O meglio, è il leader scelto dagli italiani ma non è il leader scelto dagli alleati che continuano a “benedire” la leadership di Silvio Berlusconi. Durante la dichiarazione di Salvini, è stato il Cavaliere a rubare la scena, il suo conto delle parole, i suoi gesti, il suo distratto sorriso di circostanza hanno trasformato il momento in un siparietto da ventriloquo che non fa più ridere. Ha perso il fascino, lo charme. Ma non l'ironia e il trono da capo. E lo ha dimostrato anche in quei secondi successivi l'intervento di Salvini: si è preso la scena per non dire niente, ma solo per "dire l'ultima parola".

I 5 Stelle dal canto loro continuano a dire no a Berlusconi, per loro resta il “male assoluto”. Anche Salvini, se pur non direttamente, dice no a Berlusconi. Il suo no però è più pesante, non vuole o non può staccarsi da Forza Italia. Di fatto senza più i voti dei forzisti cosa resterebbe del centrodestra? Salvini resta quindi all’angolo, non può scegliere e quindi non viene scelto. I 5 stelle guardano da vicino e spazzano via il tempo, che diventa un braciere che cuoce a fuoco lento. Ma di tempo non ne resta molto.

In tutto questo il terzo in comodo sembra il Partito Democratico, che dal Nazareno non da segni di vita politica in direzione di Palazzo Chigi. Sembra ancora ferito a morte, i sorrisi dei Parlamentari, il silenzio assordante di Renzi, e il poco carisma di Martina sottolineano come sia quasi diventato un partito ai titoli di coda. Se addirittura uno dei pionieri del Partito Democratico Walter Veltroni, al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia, incalzato da una nostra domanda sul futuro del Partito Democratico, ha preferito congedarsi con un lapidario “NO, ci facciamo la foto insieme ma sul PD non ti dico niente”. È un segnale di resa? È un segnale di cosa? Forse vuol dire che dalle ceneri dell'Ulivo non crescerà più niente?

Sicuramente continua ad essere un momento di sospensione, di “galleggiamento”, mutuando le parole di Alan Friendman. E se tutto ciò sembra davvero difficile da decifrare in ottica futura, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sembra non saper che pesci prendere. Sembra che le stia provando tutte, ma non cava un ragno dal buco. La Casellati, vecchia guardia della politica berlusconiana, sembra in difficoltà. Le barricate sono granitiche. Ma qualcuno prima o poi dovrà cedere, a meno che non si voglia tornare al voto. Per provare a cambiare qualcosa, per smuovere le acquee "stagnanti". Per cambiare tutto o per non cambiare niente e lasciare la politica in una situazione “gattopardiana”.

Ah, dimenticavo. Il Governo Gentiloni, senza più fiducia, è ancora in carica, ma è l’ombra di se stesso. E non potrà esserlo per sempre.

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