Belice, 50 anni dopo

Pubblicato: domenica, 14 gennaio 2018
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Oggi il ricordo del terremoto e delle sue vittime, quelle seppellite sotto le macerie e tante altre uccise dalla disperazione. Un popolo che ancora attende...

Oggi a Partanna alla cerimonia del ricordo dei 50 anni dal terremoto della Valle del Belice dovrebbe starci solo il Capo dello Stato e non la pletora di quei politici che si portano ancora addosso le responsabilità della mancata ricostruzione e del mancato rilancio economico di quel territorio che era povero quando il sisma tellurico lo scosse a fondo e resta oggi ancora povero come dimostrano i tanti che continuano ad emigrare, e che non hanno nemmeno a portata di mano un treno dove salire con le loro valigie. Oggi si apprezza la presenza del Presidente Mattarella non solo come uomo di questa Sicilia ma come più alta espressione del popolo italiano e vogliamo pensare che oggi in tutta Italia, gli italiani anche per un solo attimo si ricordano di quel dramma che non ha finito di creare gravi conseguenze. Sono trascorsi 50 anni segnati sempre dalla litania dei numeri, da quelli, doverosi, dedicati alle vittime, oltre 300, migliaia di feriti, 70 mila rimasti senza casa, a quelli che hanno riempito la retorica della ricostruzione, quei soldi destinati alla Valle del Belice arrivati, mal spesi o inghiottiti dagli affaristi, i soldi che si dice servono ancora e che non arrivano. Non c'erano le intercettazioni a quel tempo, ma non abbiamo difficoltà a sostenere che qualcuno in quei giorni sorrise e si sfregò le mani, c'erano terreni da espropriare, strade e case da costruire. I soldi arrivarono è vero, ma sino a qualche anno addietro c'era gente che viveva ancora nelle baracche, donne, uomini e bambini che vivevano in quelle baracche senza nemmeno avere conosciuto il dramma della terra che si alzava , sobbalzava e si apriva sotto i piedi dei loro nonni e genitori. La sorte della Valle del Belice è stata segnata da speculazioni e ruberie, dalla mafia che approfittò della situazione, pronta come ha sempre saputo essere la mafia trapanese. Un magistrato provò a far luce sugli abusi e sugli appalti pilotati, sui costi gonfiati, ma fu ucciso dalla mafia il 25 gennaio del 1983, si chiamava Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Un giornalista provò a indagare sui retroscena della ricostruzione, anche lui fu ammazzato il 26 gennaio del 1979, si chiamava Mario Francese. Il Parlamento per decenni ha sostenuto i lavori di una commissione parlamentare di indagine, i risultati nemmeno vale la pena ricordarli, la realtà del Belice di oggi testimonia che non fu un gran lavoro e i parlamentari più volenterosi hanno dovuto alzare bandiera bianca, sopratutto da quando l'arrivo della Lega in Parlamento trasformò le vittime fisiche e morali di quel terremoto dei gran ladroni, salvando invece quei politici che come iene parteciparono con spregiudicati imprenditori ai banchetti pagati con i "piccioli" che dovevano servire a dare sviluppo e invece garantirono arricchimenti a quelli che oggi chiameremo "cerchi magici". Quindi: basta con l'elencazione dei rendiconti. L'odierno sindaco di Salemi, Domenico Venuti, lo dice chiaramente: "L'anniversario di quel tragico evento non deve farci cadere nella retorica delle recriminazioni e dei rimpianti" ma serve "un dibattito nuovo, basato sulla strada da percorrere affinché nel Belice si possa parlare di una vera rinascita". E serve progettare urgentemente una politica di rinascita dell'intera Sicilia e con essa delle zone più depresse come la Valle del Belice, senza cadere nei populismi o nelle politiche vendicative e quest'ultime sembrano essere quelle che stanno muovendo i primi passi del nuovo Governo regionale. Così non risaniamo nulla, un bel nulla. Concludiamo offrendovi una rassegna fotografica: abbiamo scelto le pagine del settimanale Trapani Nuova che raccontarono quei giorni del terremoto. Anche ci sia consentito per ricordare affetti personali indimenticabili.

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