Quanto riesci a comunicare?

Pubblicato: sabato, 2 dicembre 2017
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Uno degli assiomi della comunicazione asserisce che “non è possibile non comunicare”. Infatti, noi non comunichiamo soltanto con le parole, ma anche con i nostri atteggiamenti e con le nostre espressioni. Se decidiamo di non rivolgere la parola al nostro interlocutore, stiamo già comunicando qualcosa, magari che non ci sentiamo compresi oppure che siamo adirati con lui e quindi abbiamo deciso di non parlare. Il termine comunicazione ha una radice etimologica latina molto interessante: cum – munis –actionis. Cum = insieme, munis = impegno, actionis = verso un’azione. Potremmo quindi dedurre il significato intrinseco ed originario di comunicazione come un “impegnarsi insieme per un’azione o un proposito”. Inoltre, il termine munis, ha in latino un termine molto simile, ovvero munus, che significa dono. Pertanto, cum – munus – actionis potrebbe assumere il significato di “donarsi reciprocamente qualcosa per un proposito comune”. Ma donarsi cosa? Sembra che sia implicito che il dono sia rappresentato dal pensiero, donarsi dei pensieri. La comunicazione, sempre nel senso originario del termine, comporta allora un impegno reciproco nello scambio dei propri pensieri per il raggiungimento di un comune proposito. La comunicazione non può prescindere dal cum, dal noi, dall’impegno comune. Lo scambio di pensieri, implica l’ascolto e la possibilità di mettersi in discussione, rendendo relative le nostre convinzioni su quelle che riteniamo siano le nostre verità. Se non abbiamo il sano orientamento a metterci in discussione, facendo tesoro del “dono” del pensiero dell’altro, non potremo mai veramente entrare nell’infinito mare della comunicazione interpersonale, restando così, all’interno del porto sicuro delle nostre convinzioni. Oggi la comunicazione assume spesso una connotazione differente dal significato originario in cui il cum, il noi, era l’elemento primario. Difatti, la comunicazione si trasforma in persuasione, in manipolazione, in sfrenato convincimento dell’altro, dove pochi o nulli sono i margini per un vero scambio di pensieri. Colpevole anche la velocità dei sistemi di comunicazione che ci attraversano, dove resta poco tempo per la riflessione e la metabolizzazione dei messaggi che riceviamo dai nostri interlocutori. Secondo la dialettica hegeliana, ad una posizione di pensiero, la tesi, se ne può opporre quasi sempre un’altra, l’antitesi. La risultante tra le due posizioni è la sintesi, ovvero una posizione superiore rispetto ai due punti di vista iniziali. Il filosofo greco Socrate, che con la sua filosofia ha aperto le porte al pensiero occidentale, sosteneva ragionevolmente che il vero sapiente è “colui che sa di non sapere”, in quanto, soltanto partendo da questo principio, a partire dalla comunicazione, noi possiamo andare oltre le nostre conoscenze e progredire come esseri umani. La comunicazione umana è un vero e proprio alimento per la nostra mente. Spesso, il nostro benessere psicologico individuale, di coppia, nel lavoro, nelle amicizie ed in tutte le relazioni interpersonali può dipendere dalla maggiore o minore apertura alla comunicazione, intesa come strumento elettivo di condivisione e di trasformazione di noi stessi e dei nostri punti di vista. Rendere relative le nostre convinzioni e le nostre verità, aprendoci quindi alla comunicazione, può aiutarci a rinnovare costantemente i nostri pensieri e rivitalizzare la nostra personalità.

Fabio Settipani Psicologo - Psicoterapeuta

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