Ragionare sulle parole

Pubblicato: venerdì, 8 settembre 2017
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Intervento di Claudio Fava, candidato alla presidenza della Regione
di Claudio Fava*
Ho messo nel conto tutto. Lo sfottò, prevedibile, sulla mia residenza (cambiata!). Il risentimento – così, a prescindere - di qualche vecchio compagno malmostoso. L’analisi del sangue di quelli per cui Fava “non è abbastanza” oppure “è troppo”. La preoccupazione (questa sì, autentica) di chi mi vuol bene e sente in questa campagna elettorale molte fatiche, molte insidie, molta asprezza. Ho messo nel conto tutto: tranne la rassegnazione. L’idea cioè che questa Sicilia debba rimanere sempre e solo luogo smarrito, colonia svenduta, terra di risulta. E che non meriti nemmeno una disobbedienza, un gesto di coerenza, l’azzardo di una sfida. Non ho cercato io questa candidatura. Non mi sono proposto. Me l’hanno chiesto sulla soglia di un bivio. Accettare di essere gli inutili ascari nella coalizione con Alfano; oppure andare da soli, provando a cercare un voto largo, vasto, libero e d’opinione: tutto, tranne che di testimonianza. Avrei potuto rifiutare, per molte buone ragioni di convenienza personale e politica. Per evitare gli sfottò, i risentimenti, le analisi del sangue, le preoccupazioni. E invece non mi tiro indietro. Perché dalla politica ho avuto molto e di fronte a quest’ultima chiamata voglio mettere da parte ogni convenienza. Perché considero questa campagna elettorale un mio dovere e al tempo stesso la sento come il mio commiato: e un commiato che fosse solo una fuga sarebbe triste. Infine perché non intendo rassegnarmi alle squisite ragioni di chi dice che la Sicilia è ormai irredimibile, che il voto d’opinione non esiste più per cui bisogna turarsi il naso, piegarsi al compromesso oppure andarsene per sempre. Da quando ho cominciato a fare politica a fianco di Leoluca Orlando (è lui che ai tempi della Rete m’insegnò il primato della coerenza, qualunque fosse il prezzo da pagare) ho sempre saputo che questa è una terra appassionata e ingrata. Da dissodare e da seminare giorno per giorno senza farsi troppe illusioni sul raccolto: basterà una giornata di tempesta a portarsi via tutto. E di giornate di tempesta ne abbiamo incontrate molte. Verrebbe voglia di dire basta, vero? Arare, seminare: per chi? Per cosa? Leggo perfino un florilegio di post dove anche la vita e la morte di Giuseppe Fava diventano gioco di parole oscene, il ricamo di miserabili calunnie perché tutto è lecito quando c’è da sputare sul candidato. Ripeto la domanda: che si fa, allora? Tutti con Alfano? Facciamo i puri e gli incazzati e ce ne restiamo felicemente al balcone di casa? Aspettiamo che qualcuno faccia un passo avanti e subito gli spariamo sui piedi? Oppure pensiamo solo a ciò che ci conviene? A i costi e ai profitti? A non scontentare nessuno? Ecco come stanno le cose: a me non conviene candidarmi ma lo faccio lo stesso. Non per fare la guardia alla bandiera ma per andare a cercare anime libere oltre l’ombra di ogni bandiera. E lo farò assieme a Ottavio Navarra, un antico amico e compagno di cento battaglie. Don Milani diceva: a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca? E Giuseppe Fava scriveva: a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare? Belle domande. Ci servono solo per intarsiare lapidi e per scrivere fiction. Sarebbe utile se, ogni tanto, accanto alla celebrazione di martiri ed eroi ragionassimo - in silenzio - sulle parole che ci hanno lasciato.
 
*giornalista, deputato al Parlamento
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