Messina Denaro e quell’area grigia

Pubblicato: lunedì, 5 giugno 2017
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I 203 anni dell'Arma dei Carabinieri. L'intervento del comandante provinciale Stefano Russo, l'impegno di un anno e quello prossimo venturo

C'è la mafia in provincia di Trapani e c'è la Cosa nostra più forte e temibile, quella capeggiata dal latitante Matteo Messina Denaro, la mafia che sa sparare, compiere stragi ma che è anche capace di infiltrarsi nelle istituzioni, nell'economia, che sa camuffarsi nella società civile, la mafia che vive con un sistema non dissimile da quello scoperto nell'ambito della indagine "Mare Monstrum" , il "sistema Trapani" dove ciò che è illegale è diventato legale e dove c'è una politica, una certa politica, che posta dinanzi a proprie pesanti responsabilità, anche se presunte, non fa un passo indietro. C'è una campagna elettorale in corso e alcuni candidati la stanno vivendo come una guerra di conquista o di riconquista del territorio, per cui in questo clima difficile trovare disponibilità a fare passi indietro. Ovviamente durante l'odierna festa dei 203 dell'Arma dei Carabinieri nessuno ha parlato di politica e campagne elettorali, però non è stato difficile cogliere passaggi precisi, affermazioni che per primo il comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Stefano Russo, ha messo a disposizione della parte sana del territorio. Nessun onesto deve ritenere di non avere le armi per contrastare il malaffare, ovunque si annida. C'è una larga parte della società che può competere e può vincere, se lo vuole. Nessuno è irrilevante e ogni onesto ha un ruolo da assolvere nel contrasto al sistema corrotto e velenoso che c'è nel territorio. Così la pensiamo noi e le parole del

colonnello Russo ci danno ragione per ben sperare. "Esiste - ha detto il col. Russo - un territorio pesantemente condizionato dalla pervasiva presenza della mafia, pronta ad inquinare i settori dove è facile attingere per le casseforti del malaffare, pronta ad infiltrarsi nelle Istituzioni, nelle pubbliche amministrazioni, e poi tra imprese e professioni. Una mafia che si nutre di impunità e consenso”. La caccia al latitante Matteo Messina Denaro è la priorità che i Carabinieri stanno condividendo con i reparti speciali dei Ros, dello Sco e della Polizia, ma sulla strada della cattura del boss parecchi sono stati i risultati che dovrebbero indurre tanti a ben sperare, invece di girarsi dall'altra parte o a bollare come bugiarde o peggio ancora persecutorie le cronache giornalistiche sulla lotta alla mafia. Come in questi giorni sta accadendo a Castelvetrano dove alcuni sciocchi, perché tali o perché forse conniventi o compiacenti con la mafia, si spendono per dire che la mafia in quella città non c'è o non ha fatto danni, anzi i danni li avrebbero fatti i giornalisti, certi giornalisti come loro dicono, o i collaboratori di giustizia. Facce da "balata" viene da dire, che addirittura si spingono a stigmatizzare il lavoro condotto in queste mesi dal prefetto di Trapani, Giuseppe Priolo, additato, quasi fosse un colpevole, agli occhi del ministro dell'Interno. Il destino del Comune di Castelvetrano ci pare segnato, l'ultima parola, sullo scioglimento per inquinamento mafiosa spetta al Viminale prima e al Consiglio dei ministri dopo. Notevole documentazione messa a disposizione dalla commissione prefettizia incaricata dell'accesso al Comune è stato messo a disposizione dai

Carabinieri. Il colonnello Russo non ne ha parlato specificatamente ma in via generale ha ricordato che le indagini antimafia condotte nell'ultimo anno dai suoi investigatori , dedicate a disarticolare le strutture di Cosa nostra, hanno colpito "precise condotte illecite" nell'ambito imprenditoriale, "con la individuazione delle ricchezze illecitamente accumulate, sono stati ingenti i sequestri di beni illecitamente accumulati, individuati all'interno di quell'area grigia che è diventata una sorta di capitale istituzionale della mafia, una mafia che“cambia pelle e metodi per mantenere inalterata quella sua pericolosità ieri esercitata armi in pugno, oggi anche alimentata con la corruzione”.
 Una ragione in più per tenere sotto controllo la gestione della Cosa pubblica.

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