Calogero Tramuta e il sogno delle arance di Sicilia libere dall’oppressione mafiosa

Pubblicato: martedì, 21 marzo 2017
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Il 31 Agosto del 1951, all’interno di una piccola casa siciliana a Villafranca Sicula, come si era soliti fare a quei tempi, nasceva Calogero Tramuta. Una terra in cui l’odore degli agrumi e della terra bruciacchiata dal sole si mescola con un caldo vento di scirocco che ti accompagna, in modo indelebile, per tutto il resto della tua vita.

Calogero è il secondogenito dei tre fratelli, prima di lui Nino, il fratello maggiore, e poi Piera, la più piccolina. Un’infanzia tranquilla, vissuta nel piccolo comune agrigentino, circondato dagli affetti dei familiari, degli amici e dei villafranchesi. In fin dei conti, a Villafranca ci si conosce tutti, è un paese tranquillo.

Eppure a Calogero quel paese stava stretto, sebbene fortemente legato alle sue origini, lui era uno spirito libero che non poteva pensare minimamente di vivere esclusivamente per tutta la vita relegato in un piccolo comune. Per questi motivi nel 1967, a soli sedici anni, decide di trasferirsi a Campi Bisenzio, in Toscana, ospitato da un cugino, per cominciare il lavoro di apprendista meccanico e guadagnarsi da vivere autonomamente. Esperienza che si arresta qualche anno dopo, nel 1972, per via di una chiamata ad arruolarsi nella Guardia di Finanza. Divisa che indosserà per più di vent’anni, prestando servizio tra Roma e Firenze.

Ma la svolta più importante della sua vita arriva nel 1993, dopo il congedo dal servizio, quando decide di ritornare nella sua terra natia e di inseguire il suo sogno di sempre: “commercializzare i frutti delle terre siciliane”.

E ci stava riuscendo e anche bene: aveva iniziato in piccolo, comprando le arance direttamente dagli alberi dei contadini per poi rivenderli nei mercati ortofrutticoli. E poi Calogero, oltre a rifornire i mercati di Ribera e Agrigento, aveva anche mosso i primi contatti in Toscana, regione che non solo conosceva bene ma in cui poteva trovare l'appoggio della sorella che viveva da quelle parti. Negli anni a cavallo tra il 94-95 avvia degli accordi per accedere all’importante Mercato Ortofrutticolo di Novoli a Firenze. Un colpaccio che avrebbe fatto la sua fortuna e quella di tanti contadini siciliani.

Ma a qualcuno il lavoro onesto di Calogero non andava proprio bene. E i diretti concorrenti dell’ex finanziere, non erano tipi qualunque, erano i boss del triangolo della morte, tra Villafranca, Lucca e Burgio. Ed erano proprio loro che avevano il monopolio del commercio delle arance sul territorio. E lu maresciallo, così veniva chiamato Calogero, non solo aveva conquistato una fetta importante del mercato locale ma era anche riuscito a pagare onestamente i contadini, senza imporgli i prezzi condizionati delle mafie. Insomma, era una figura scomoda che offriva una valida alternativa all’egemonia mafiosa del territorio.

Quello che tollerava meno di tutti l’attività di Calogero era certamente Emanuele Radosta, figlio d’arte dell’anziano boss Stefano Radosta. Il boss gestiva il commercio ortofrutticolo locale e Calogero si era allargato troppo. Bisognava dargli qualche lezione.

E i segnali non tardarono ad arrivare, tra il 1994 e il 1995 diversi “ignoti”, armati di tavole chiodate, entrarono nei giardini del Tramuta danneggiandogli tutte le arance. E qualora l’ex finanziere non avesse colto il segnale, ce n’erano pronti degli altri.

Ed ecco che poco tempo dopo si presentano: distrutte tutte le pompe di irrigazione dei giardini e sabotati i freni dell’auto. Intimidazioni che non fermano l’attività di Calogero, anche se iniziano ad innervosirlo parecchio. La situazione, però precipita nell’aprile del 1996, quando il solito autocarro pieno d’arance di proprietà del Tramuta e destinato alla Toscana, viene sostituito misteriosamente con un altro carico d’arance di pessima qualità. Calogero aveva capito tutto, la mafia aveva deciso di fermarlo con ogni mezzo.

Avevano deciso di togliergli quella libertà conquistata, per la quale aveva così tanto faticato sin da quando aveva sedici e andò a vivere lontano da casa. Calogero questo non poteva proprio accettarlo.

Il 26 aprile del 1996, carico di rabbia per le ritorsioni subite, sfida direttamente il boss Emanuele Radosta, intimandogli pubblicamente di risarcirgli i danni altrimenti l’avrebbe denunciato. Un affronto che la mafia non poteva accettare.

Lo stesso giorno Radosta ordina di eliminare Calogero. Aveva osato troppo, aveva sfidato la mafia. E il prezzo che dovrà pagare sarà altissimo e non tarderà ad arrivare.

La condanna a morte è stata emessa lo stesso giorno nella notte tra il 26 e 27 Aprile all’uscita della pizzeria “Charleston”, in una sottilissima linea di confine tra Villafranca e Lucca Sicula. La mafia voleva la sua vendetta. Un uomo armato di una mitraglietta, probabilmente con l’aiuto di diversi complici, scarica una raffica di colpi all’interno della sua auto, uccidendolo sul colpo.

Per Calogero non c’era più nulla da fare. Villafranca aveva perso uno dei suoi uomini più solari e liberi. Quando arriva Calogero arriva il sole, commentavano in accezione positiva le persone a lui care. Dall’altra parte il boss Emanuele Radosta che esclamò pubblicamente all’indomani dell’omicidio “Cu tocca a mia s’abbrucia”, nel tentativo di ripristinare il suo ruolo di Boss.

Ma a Radosta era sfuggito un particolare. Non avevano tenuto conto della forza dei familiari e delle persone del luogo che non avrebbero mai abbandonato Calogero anche dopo la morte. Nel giorno dei suoi funerali si racconta che a rendergli omaggio erano presenti tutti e tre i paesini dell’agrigentino al completo.

Pochi mesi dopo arrivano i primi arresti e, dopo una battaglia coraggiosa dei familiari, nel 1997 arrivano anche le condanne: 28 anni di carcere, per Emanuele Radosta, mandante dell’omicidio, e Choub Said, esecutore materiale dell’omicidio. A questa condanna Radosta sommerà anche i 30 anni per l’omicidio dei Borsellino di Lucca Sicula.

Oggi a distanza di ventun’anni Calogero non è stato dimenticato. E difficilmente la sua storia finirà nel dimenticatoio. Nel 2016 Don Luigi Ciotti l’ha voluto ricordare direttamente nel suo paese natale, davanti ad una folla di giovani e adulti, stretti in un abbraccio simbolico e pieno di commozione attorno al loro concittadino. Ma se è vero che questo è un Paese unito, la conferma arriva anche dall’altra Regione a cui era legato Calogero: la Toscana. Il gruppo di Libera Prato, infatti, ha deciso di intitolare a lui il coordinamento provinciale.

Ma la cosa che più di tutti terrà in vita la memoria e il coraggio di Calogero sarà la speranza che la Sicilia e l’Italia tutta possano continuare a produrre i propri frutti sempre alla luce del sole.

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