Strage di Alcamo Marina. Gli ordini vanno rispettati

Pubblicato: mercoledì, 1 marzo 2017
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Alcamo Marina, 27 gennaio 1976. Due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, vengono uccisi presso la casermetta “Alkamar”. Sono venuti a conoscenza di qualcosa di molto più grande di loro, in cui sono coinvolti servizi deviati e uomini dello Stato, gruppi di neofascisti, mafiosi, traffici di droga e di armi. Bisogna trovare dei capri espiatori qualsiasi per mettere immediatamente fine al caso.

Alcamo, 11 febbraio 1976. Il comandante dei carabinieri della caserma di Alcamo, Giuseppe Rizzo ed il Brigadiere Renato Olino, giungono sul posto in cui è stato ucciso un uomo da un carabiniere, dopo un inseguimento. La vittima si chiamava Giuseppe Tarantola, venticinque anni, aveva compiuto un furto e per questo era fuggito ad un posto di blocco, ma la sua auto finisce contro un muro durante la corsa. L’uomo scende dall’auto per tentare la fuga a piedi, ma viene freddato dal militare. Giuseppe Tarantola non era in possesso di armi, ma sarà verbalizzato il contrario. Sul luogo dell’uccisione, il comandante Rizzo porge al brigadiere Olino una pistola e gli ordina di metterla sotto l’auto di Tarantola. Olino esegue l’ordine. Così, diffusa la notizia, per l’opinione pubblica quel ragazzo era in possesso di un’arma e stava per uccidere un carabiniere.

Alcamo, mattina del 12 febbraio 1976. Una Fiat 127 verde, correndo ad alta velocità, si schianta tra due muri. Interviene una gazzella dei carabinieri nelle vicinanze. Questa volta l’uomo è armato, si chiama Giuseppe Vesco, ha 22 anni. Gli viene sequestrata una pistola calibro 7,65, stesso calibro di quella che ha fatto fuoco sui carabinieri di Alkamar, una Beretta calibro 9 con la matricola abrasa, stessa pistola in dotazione ai carabinieri, una fondina, due caricatori, un coltello, diverse pallottole. Vesco viene arrestato e trasportato in caserma ed ammanettato ad un termosifone. Vesco dichiara che quelle armi non sono le sue e che doveva consegnarle, non dice a chi. Il ragazzo, sotto ordine del comandnte Rizzo, viene massacrato di botte da altri carabinieri. Il brigadiere Olino sente le urla di Vesco, protesta con il suo comandante, ma non viene ascoltato.

Nel pomeriggio, interviene da Palermo il comandante Giuseppe Russo, successivamente promosso a colonnello, insieme ai suoi uomini più fidati, marescialli Pigantella, Di Bona, Provenzano, Scibilia. Questa volta, Russo ed i suoi uomini, sempre in presenza del brigadiere Olino, conducono Vesco presso una caserma di campagana a Sirignano, dove è presente un altro gruppo di carabinieri di Camporeale.

Sotto ordine di Russo,Vesco viene denudato, viene fatto sdraiare su delle grandi casse e legato da braccia e gambe. Viene messo un imbuto nella bocca del ragazzo e, tappato il naso, viene costretto ad ingoiare ingenti quantità di acqua e sale. Dalla bocca di Vesco devono uscire fuori necessariamente dei nomi. Non avendo successo con litri di acqua e sale, viene eseguita la successiva atrocità: vengono collegati ai testicoli di Vesco degli elettrodi, collegati ad un generatore di corrente.

Dopo un interminabile supplizio di acqua e sale e scariche elettriche, il ragazzo, esausto, pronuncia quattro nominativi: Giovanni Mandalà, i minorenni Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, il diciottenne Giuseppe Gulotta.

I quattro malcapitati, vengono immediatamente fermati, arrestati e costretti a confessare la loro correità sulla strage di Alcamo Marina tramite sevizie, pestaggi, finte esecuzioni con la pistola, ingurgitamenti di acqua e sale, scariche elettriche.

I cinque uomini verranno incacerati e processati. Ferrantelli sarà condannato a 14 anni di carcere, Santangelo a 22 anni, Mandalà e Gulotta saranno invece condannati all’ergastolo. Vesco, l’accusatore, sebbene monco di una mano, sarà trovato impiccato in carcere nell’ottobre del ‘76, dopo aver provato a ritrattare le sue dichiarazioni; Mandalà morirà in carcere nel 1998.

La verità verrà fuori ben 36 anni dopo, grazie alla confessione dell’ex brigadiere Olino ed alla conseguente revisione dei processi.

Sebbene le indagini abbiano fatto emergere delle collusioni tra il colonnello Russo e taluni poteri mafiosi del tempo, che spiegherebbero i metodi insistenti e crudeli utilizzati nei confronti delle vittime, in questa sede vorrei provare a dare una spiegazione ad un fenomeno psicologico alquanto sorprendente accaduto sia ai carabinieri che hanno eseguito degli ordini assurdi, fino all’esecuzione di spietate torture, sia ai carabinieri che ne sono stati testimoni.

Il brigadiere Olino riceve l’ordine di porre una pistola sotto un’auto per “creare” delle prove ed esegue; diversi gruppi di carabinieri ricevono l’ordine di pestare diverse persone e di torturarle, oltre che con le botte, con finte esecuzioni, con orrende somministrazioni di acqua e sale e finanche con terribili scariche elettriche. I carabinieri eseguono. Anche i carabinieri testimoni di queste esecuzioni hanno mantenuto il silenzio, connivendo con gli ordini dei capitani. Olino parlerà solo dopo oltre trent’anni.

Come è possibile che un ordine sortisca questi effetti così potenti su delle persone? 1963, Università della Pensylvania. Il prof. Milgram conduce un esperimento sugli effetti degli ordini impartiti da un’autorità, dai risultati sconvolgenti. Vengono reclutati dei volontari con la scusa di studiare gli effetti della punizione sull’apprendimento e sulla memoria. Vengono costituite delle coppie di persone; un ricercatore (che rappresenta l’autorità) spiegherà loro che uno avrà il ruolo di Allievo, l’altro quello di Istruttore. L’Allievo dovrà memorizzare delle coppie di parole da una lista predefinita; l’Istruttore avrà il compito di esaminare la memoria dell’Allievo e di somministrargli delle scosse elettriche di intensità crescente ad ogni errore. L’Allievo, in realtà, è un attore che non riceverà alcuna scarica eletttrica, ma l’Istruttore non lo sa e pensa che l’Allievo sia un soggetto selezionato a caso come lui. Così, dopo che l’Allievo-Attore ha imparato a memoria le coppie di parole, il ricercatore lo lega ad una sedia e, sotto gli occhi dell’Istruttore, gli applica degli elettrodi al braccio, dicendo all’Allievo-Attore che, all’aumentare degli errori, sebbene le scosse diverranno sempre più forti e anche estrememente dolorose, non provocheranno dei danni ai tessuti. Dopodiché, ricercatore ed Istruttore escono dalla stanza e si recano in una stanza attigua, separata da un vetro da quella in cui si trova l’Allievo-Attore.

Il ricercatore ripete l’ordine all’Istruttore: ad ogni errore che commetterà l’Allievo, l’Istruttore dovrà somministrare una scossa elettrica via via maggiore, aumentando ad ogni nuovo errore la corrente di 15 volt. Comincia il test. Attraverso un citofono, l’Istruttore comincia a comunicare una parola di ogni coppia di parole precedentemente memorizzate dall’Allievo e questi comincia a rispondere con la parola corrispondente. Al primo errore, l’Istruttore rilascia una scarica di soli 15 volt, all’errore successivo la scossa aumenta di intensità. Si raggiungono i 75, 90, 105 volt. L’Allievo-Attore finge dei lamenti e dei fastidi sempre più evidenti, ma l’Istruttore continua.

A 120 volt, l’Allievo-Attore esclama dal citofono che adesso la corrente fa male davvero. A 150 l’Allievo urla: “Basta! Voglio andar via di qui! Fatemi uscire!” Ma per tutta risposta, l’Istruttore passa alla parola successiva. L’Allievo-Attore mostra un chiaro scompenso psicofisico, ma l’Istruttore continua ad eseguire l’ordine ricevuto, continuando il supplizio fino a raggiungere i 450 volt, massima scarica consentita.

Dei 40 soggetti chiamati a svolgere il ruolo di Istruttore, nessuno di loro ha abbandonato l’esperimento quando la vittima ha cominciato a chiedere, e poi ad implorare, di essere liberata. Solo dopo i 300 volt, dopo un urlo straziante dell’Attore, una netta minoranza si è fermata. Nell’esperimento non si è riscontrata alcuna differenza tra uomini e donne.

L’esperimento di Milgram dimostra che l’esecuzione “cieca” di un ordine crudele può colpire tutti. Milgram spiega tale fenomeno sostenendo che dentro ognuno di noi alberga un profondo senso di deferenza verso l’autorità. Nella situazione sperimentale, tutto dipenderebbe dall’incapacità dei soggetti di contrastare i desideri del “capo”, il ricercatore in camice, che incita, spesso con veri e propri ordini, ad eseguire il proprio dovere, nonostante il male fisico e psichico provocato alla vittima innocente.

A sostegno di questa spiegazione, è stato effettuato un altro esperimento in cui l’Allievo-Attore chiedeva coraggiosamente di continuare la somministrazione, mentre il ricercatore in camice diceva all’Istruttore di fermarsi: il 100% degli Istruttori si fermò, ascoltando ancora una volta gli ordini del ricercatore e non i desideri del compagno-allievo.

Anche quando, in un ulteriore esperimento, era il ricercatore ad occupare il posto di Allievo-vittima, l’Istruttore si fermava al primo ordine del ricercatore. Siamo educati fin dalla nascita a pensare che obbedire all’autorità legittima sia giusto, disobbedire sia sbagliato.

Questo messaggio riempie gli insegnamenti dei genitori e degli educatori, i racconti, il sistema legale, politico, militare, religioso. La psicoanalisi classica spiegherebbe il fenomeno tramite il fatto che nel nostro inconscio si attiverebbero degli ancestrali istinti di obbedienza al capo e sua idealizzazione, così come si verificava nelle prime orde di esseri umani.

Se, da un lato, l’autorità dà all’individuo sicurezza, dall’altro lo priva del senso del giudizio. Specialmente nei sistemi in cui l’autoritarismo rappresenta lo strumento elettivo di comunicazione, come il sistema militare, il rischio dei sottoposti al capo è quello di eseguire degli efferati delitti, come quello esercitato sui falsi responsabili della strage di Alcamo Marina, senza alcun pensiero critico sull’azione esercitata.

Come poter ovviare a tale rischio? Certamente, (visto che il meccanismo dell’esercizio del potere funziona sia in senso negativo che positivo) attraverso delle leggi chiare in cui lo Stato “impone” con fermezza ed autorevolezza il divieto di qualsiasi forma di tortura ed attraverso una formazione specifica sul mantenimento del senso del discernimento, su tutti coloro che potrebbero essere a rischio (come i militari, i carabinieri e le forze di polizia) di ricevere degli ordini sull’esercizio di azioni crudeli su altri uomini, contro ogni qualsiasi valore che violi i diritti fondamentali dell’essere umano.

Fabio Settipani Psicologo - Psicoterapeuta

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