“E’ un guaio se vengono a cercare nel magazzino”

Pubblicato: venerdì, 13 gennaio 2017
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Un’intercettazione indirizzò i finanzieri per scoprire la truffa dell’Anfe. I nomi degli altri indagati

sede anfeL’indagine che ha visto finire ai domiciliari il potentissimo “re” della formazione professionale siciliana, presidente nazionale e regionale dell’Anfe Paolo Genco, e l’imprenditore Baldassare Di Giovanni,  è scattata un paio di anni addietro a Catania, dopo un esposto di un paio di corsisti che denunciarono il fatto di non avere ricevuto l’indennità di frequenza e di essere stati utilizzati in pratica come lavoratori in nero in un fantomatico stage presso il gruppo commerciale Aligroup. Dovevano prestare attività lavorativa come banconisti per un paio di ore, si ritrovarono invece a dovere rispettare in pieno l’orario di lavoro previsto per i dipendenti assunti. Da Catania l’indagine arrivò dapprima alla Procura di Enna perché i corsi finiti sotto inchiesta si erano svolti in questa città, e poi le carte arrivarono a Trapani giacché la “cassa” dell’Anfe era gestita presso una banca trapanese. Finirono quasi subito intercettati i protagonisti dell’indagine e nel marzo 2015 i finanzieri ebbero subito chiaro dove andare a cercare la truffa. Ascoltarono così Di Giovanni discutere con una dipendente della sua società, la General Informatic Center. Erano cominciati gli interrogatori e Di Giovanni capì subito che il rapporto commerciale e di affari con Genco stava per venire fuori: “il problema scaturisce dal fatto del magazzino perché loro (i finanzieri ndr) dicono tu hai fatto un milione di fatture l’anno, questo magazzino ce lo avevi, non ce lo avevi, come stavi messo?”. Il raggiro truffaldino poi scoperto funzionava in questa maniera. L’Anfe avviava un’indagine di mercato per acquistare beni e servizi per i corsi, per rinnovare il parco computer e informatico, puntualmente ad aggiudicarsi la fornitura erano sempre società del Di Giovanni, l’Anfe pagava con bonifici la fornitura, a sua volta le società del Di Giovanni pagavano in contanti i fornitori (fittizi), e i soldi finivano nuovamente nella disponibilità, stavolta personale di Genco. Soldi spesi per investimenti immobiliari, case, ville e terreni dapprima acquistati da una stretta collaboratrice di Genco,  Tiziana Paola Monachella, quando questa si stufò di essere usata come prestanome, anche perché nel frattempo pare si fosse interrotta la relazione sentimentale con Genco, questa chiese di non essere più coinvolta, avrebbe chiesto comunque per se l’intestazione di un immobile, Di Giovanni intercettato è stato ascoltato riferirne la richiesta “una casa al mare”,  per essere “ricompensata”; uscita la Monachella entrò in scena la società immobiliare “La Fortezza” amministrata da Baldassare Di Giovanni ma di fatto controllata da Paolo Genco.  Gli acquisti immobiliari milionari furono così fatti da questa società. Ancora intercettazioni ambientali svelarono il pieno coinvolgimento di Genco nella società immobiliare, davanti al pm che lo interrogò a maggio scorso quasi cadde dalle nuvole alla domanda su la società “La Fortezza” dicendo, annota il gip nella sua ordinanza, di non conoscerne nemmeno le finalità. “Non abbiamo potuto contestare l’autoriciclaggio – dice il comandante del nucleo operativo della polizia tributaria della Finanza di Trapani, col. Michele Ciarla, perché la norma non può applicarsi per fatti antecedenti al 2016”. I reati di truffa e concorso nella truffa per indebita percezione di fondi pubblici sono infatti contestati in un periodo compreso tra il 2010 e il 2015. Di Giovanni sapeva benissimo che un magazzino della merce non esisteva: le indagini di mercato l’Anfe le avrebbe condotte chiamando ditte inesistenti a presentare offerte, per favorire così Di Giovanni, questi a sua volta preparava fatture false per provare l’acquisto dei computer da vendere all’Anfe. I finanzieri che a questo punto si sono messi a cercare il cosidetto “magazzino” da dove nel 2012 all’Anfe sarebbero stati forniti 90 computer e 206 pc nel 2013:  hanno trovato bolle di trasporto riferite addirittura a automezzi che per esempio dalla Puglia, dove risultavano collocati, non si erano mai mossi, e fatture di negozi di giocattoli e che di informatica non si occupavano affatto. Ancora ieri eseguendo perquisizioni di computer nuovi non ne hanno trovato nelle sedi dei corsi nemmeno uno. Due milioni di euro quindi volatilizzati.. Il sistema di raggiro non era del tutto sconosciuto dentro l’Anfe. L’indagine vede indagata oltre a Paola Monachella anche altri soggetti, Aloisia Miceli e Rosario Di Francesco. Il fantomatico magazzino non è mai esistito e intercettato ancora Di Giovanni anticipava al suo interlocutore cosa avrebbe detto agli investigatori: “il magazzino me lo hanno fatto sfasare”.  Il lavoro investigativo delle Fiamme Gialle è stato condotto in maniera super blindata. Le Fiamme Gialle erano perfettamente a conoscenza dell’ampio raggio di relazioni che Genco aveva con ambienti politici, ma anche tra le forze dell’ordine, l’Anfe era chiaro che funzionava come stipendificio e forse anche da “bancomat” per le esigenze della politica, tra gli assunti parenti di politici ma anche di dipendenti tra le forze dell’ordine, e quindi qualsiasi cosa potesse trapelare dalle indagini era possibile che giungesse come notizia Paolo Genco. Durante le indagini è anche emerso un particolare inquietante, cioè quello che le regole per la gestione dei corsi, che l’Anfe avrebbe dovuto rispettare, di fatto “venivano scritte nell’ufficio di Genco”. A leggere l’ordinanza del gip Brignone e tutti questi particolari si ha la netta impressione che la truffa scoperta potrebbe essere la punta di un iceberg. Per adesso si parla solo di 2 milioni di euro volatilizzati, ma la cifra potrebbe essere più alta ancora e i soldi destinati ai corsi non sarebbero solo finiti spesi negli investimenti immobiliari, dalla Sicilia al Piemonte, ma anche in altre tasche. Insomma un nuovo scandalo ancora più ampio di quello già scoperto potrebbe essere dietro l’angolo.

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