Una sentenza confermata

Pubblicato: venerdì, 23 settembre 2016
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D'Alì Messina DenaroProcesso al senatore D’Ali: prescrizione fino al 1994, assoluzione per i fatti successivi.

Il senatore D’Alì resta un prescritto per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Anche in appello i giudici, come accaduto in primo grado, hanno sentenziato alla stessa di maniera di come fu per il più famoso senatore a vita Giulio Andreotti.

Prescrizione per i fatti contestati sono al 1994, assoluzione per i fatti contestati nel periodo successivo. Il pg Gozzo aveva chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi dopo avere chiesto e lo ha fatto fino all’udienza di stamattina la riapertura del dibattimento per sentire nuovi testi. In una prima fase aveva chiesto di sentire il sacerdote Ninni Treppiedi e il collaboratore di giustizia Nino Birrittella, ma anche l’attuale direttore della Dia di Napoli, ex capo della Mobile a Trapani, Giuseppe Linares, il cui nome è emerso in un quadro parecchio pesante, ossia i ripetuti tentativi del senatore D’Ali, ma anche della moglie Antonia Postorivo, si far trasferire da Trapani il bravo investigatore. Tentativi che si sarebbero concentrati in particolare nel periodo in cui D’Ali era tra gli inquilini eccellenti del Viminale.

La Corte ha però deciso di fare a meno di queste testimonianze così come oggi ha rigettato la richiesta ancora del pg Gozzo di sentire il pentito calabrese Marcello Fondacaro, che sentito dalla procura di Roma ha aperto uno scenario di connessione tra mafia e massoneria, dicendo che sia il senatore D’Ali che il boss latitante Matteo Messina Denaro “sono affiliati ad una loggia segreta”.

La sentenza di prescrizione e assoluzione è di poco tempo addietro, non è stata una lunga camera di consiglio. I fatti per cui è scattata la prescrizione sono essenzialmente quelli dei rapporti tra D’Alì ed i Messina Denaro suoi campieri a Castelvetrano, e in particolare la vicenda della compravendita di un terreno in contrada Zangara, la storia di un contratto d’acquisto firmato davanti a un notaio con il denaro, 300 milioni puntualmente versati dall’acquirente, il gioielliere di Castelvetrano, poi pentitosi, Ciccio Geraci. Un terreno i cui veri proprietari erano Riina e Messina Denaro, e quei 300 milioni tornarono indietro…ai mafiosi.

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