Giacalone, il processo si poteva evitare

Pubblicato: martedì, 7 giugno 2016
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Tribunale Trapanidi Santo Della Volpe

Oggi, alle 13, è fissata, dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Trapani, dott. Visco, l’ultima udienza del processo dove il nostro direttore responsabile Rino Giacalone, è imputato di avere diffamato la reputazione del boss mafioso Mariano Agate. Rino Giacalone è sotto processo per avere scritto in un articolo comparso sul sito Malitalia.it, che con la morte del boss Agate era morto un “gran bel pezzo di merda” parafrasando la famosa frase di Peppino Impastato, “la mafia è una montagna di merda”. L’articolo fu scritto nel giorno in cui Agate è morto e Giacalone dopo avere ripercorso la “carriera mafiosa” e “giudiziaria” dell’Agate, aveva così concluso dopo avere dimostrato la forte appartenenza dell’Agate a Cosa nostra ed alla parte più sanguinaria dell’associazione mafiosa. La vedova, signora Rosa Pace, e due dei tre figli Paolo e Vita, lo hanno querelato e la Procura di Trapani, con il pm Franco Belvisi, ha disposto per Rino Giacalone la citazione diretta in giudizio. Dopo alcune udienze, la prima nel febbraio 2015, oggi è fissata la discussione. Interverranno il pm, la parte civile (i familiari querelanti si sono costituiti con l’avv. Celestino Cardinale) e la difesa, avvocati Carmelo Miceli e Domenico Grassa (quest’ultimo in sostituzione dell’avv. Enza Rando). Successivamente il giudice pronuncerà la sentenza. Il processo al nostro direttore è stato oggetto di un articolo scritto per articolo 21 dall’allora presidente della Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani, Santo Della Volpe. Noi oggi ci fa piacere riproporre questo articolo.
Il processo al collega Rino Giacalone, cominciato a Trapani davanti al giudice Gianluigi Visco, si poteva agevolmente evitare. Perché la sostanza dell’accusa a Rino Giacalone era una frase scritta e rivolta a Mariano Agate, boss della mafia di Mazara del Vallo, morto mentre scontava l’ergastolo per i numerosi gravissimi reati, tra i quali la strage di Capaci e l’assassinio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montaldo.
Rino Giacalone lo aveva definito un “gran pezzo di merda”, parlandone in un contesto di illustrazione giornalistica del ruolo di Mariano Agate nel panorama mafioso criminale in un articolo pubblicato il 3 aprile 2013 sul blog Malitalia e poi ripreso anche da altri siti. Parole forti, ma riprese dall’immagine di Peppino Impastato a proposito della mafia nel suo complesso. il procedimento penale ha preso il via da una querela presentata dalla signora Pace Rosa vedova Agate, difesa dall’avvocato Celestino Cardinale, per il reato di diffamazione. Ed il rinvio a giudizio prima, il processo aperto a Trapani parte da un assunto molto particolare, quello cioè di un presunto diritto al riconoscimento di una pur minima reputazione al soggetto defunto . Perchè, secondo la querela e la difesa della vedova di Mariano Agate, la morte cancella tutto. Anche gli ergastoli, gli assassini di Falcone , Francesca Morvillo e della loro scorta, l’omicidio di Ciaccio Montaldo, l’appartenenza ad un consesso criminale così gravemente inserito nella storia tragica di questo paese. Niente di tutto questo per la vedova del boss che ha addirittura accusato il vescovo di Mazara ,monsignor Mogavero che non aveva voluto fare i funerali del boss mafioso in Chiesa, dicendo che il marito aveva avuto l’estrema unzione. Come se quel sacramento avrebbe potuto cancellare tutto, il traffico di droga mortale come l’eroina che il boss raffinava negli anni 70, gli omicidi per i quali era stato condannato, il suo ruolo di mafioso che organizzava il contropotere mafioso contro lo Stato.

Rino Giacalone ha raccontato tutto questo, aggiungendo un’opinione sul boss Mariano Agate che fa riferimento ad una definizione della mafia entrata nel costume italiano , nei cartelli e striscioni di migliaia di ragazzi delle scuole italiane. “Era assente ogni volontà di colpire e diffamare una singola persona, come essere umano e come individuo”, ha detto Rino Giacalone;” l’espressione, la cui durezza nasce da un’indignazione morale che vuole interpretare e sollecitare quella collettiva, contiene piuttosto un giudizio storico e scaturisce da una riflessione sul fenomeno mafioso, una riflessione che si concretizza in un’immagine che, grazie a Peppino Impastato, non appartiene più al ricco campionario delle rabbiose e scomposte offese, ma fa ormai parte del patrimonio letterario dichiaratamente e coraggiosamente antimafioso e dell’immaginario collettivo della parte più consapevole della società siciliana e nazionale. Non c’è dunque, come si diceva, alcun intento offensivo nei confronti di una singola e specifica persona, ma una spassionata valutazione di quello che ha fatto, che ha rappresentato e che è stato in modo storicamente e giudiziariamente evidente: un “pezzo”, cioè una parte costitutiva e attiva, di una violenta e sanguinaria organizzazione criminale”. Parole chiare alle quali si può e si deve aggiungere solo una considerazione: il rischio di questo processo è che diventi una azione giudiziaria contro una opinione espressa da un giornalista, un processo ad una idea espressa con parole forti, ma dichiaratamente legate ad una ricostruzione del ruolo criminale di un boss come Mariano Agate.

Si vuol dunque processare una opinione? Una cronaca giornalistica? Dove può arrivare la diffamazione, nel caso in cui si parla di un capomafia criminale ed assassino? Si deve dimenticare, nei giudizi giornalistici, l’indignazione morale per tutto il suo passato delinquenziale solo perchè il boss è morto? Crediamo proprio di no. E crediamo soprattutto che ricordando l’articolo21 della Costituzione, non si possa processare l’opinione espressa da un giornalista, senza toccare la libertà di stampa.

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