Il Maxi processo di Palermo compie 30 anni: non fiori, ma opere di bene

Pubblicato: mercoledì, 10 febbraio 2016
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MattielloParla il deputato Pd, Davide Mattiello: “Ci sono due ordini di questioni a voler prendere sul serio l’anniversario dell’inizio del processo che decapitò la testa di Cosa Nostra: le verità mancanti, anzi nascoste e le scelte politiche da presidiare.

Onorevole Mattiello, oggi si fa tanto parlare del famoso maxi processo alla mafia che iniziò a Palermo proprio 30 anni addietro. Lei oltre che essere deputato siede all’interno della commissione nazionale antimafia. Osservatorio privilegiato per parlare di ciò che è successo ma anche di ciò che oggi accade. Ci sono scenari che restano non chiariti. Le chiamiamo “verità mancanti” sulle stragi per esempio?

Recentemente – risponde l’on. Mattiello – anche il Presidente Grasso, ha incoraggiato a non demordere, rivendicando il lavoro svolto dalla Procura Nazionale Antimafia sotto la sua guida, con ciò valorizzando indirettamente il lavoro del dott. Donadio, sostituto della DNA, che fino al 2013 ha avuto la delega sulle stragi. Nel pieno rispetto dell’attività giudiziaria (c’è una incolpazione di aver svolto un’indagine parallela mossa dal pg della cassazione a Donadio, pubblicata in prima pagina dal Corriere della sera qualche settimana fa), ma altrettanto consapevoli di quanto sia importante un’analisi politica degli elementi raccolti, sarebbe utile potere acquisire come Commissione Antimafia quegli atti d’impulso che la DNA indirizzò alle DDA titolari delle inchieste sulle stragi: Donadio ha affermato di aver agito su tutti i complessi scenari delle stragi del 1992/1994 (quindi non solo di quelle siciliane) in completa sintonia con il pna Grasso e nel pieno rispetto della legge”.

MaxiprocessoIn Sicilia le verità nascoste hanno, almeno a proposito di vittime, nomi e cognomi conosciuti.

“C’è la verità nascosta sugli omicidi di Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, collegati a quello di Emanuele Piazza, al fallito attentato all’Addaura e all’eliminazione di due confidenti. Aspettiamo per questo che il 26 di Febbraio avvenga il confronto tra Vincenzo Agostino e l’ex poliziotto Giovanni Aiello. C’è la verità nascosta sul depistaggio di Via D’Amelio con l’invenzione del “pentito Scarantino” che tale rimarrà, a meno che non intervenga la Commissione Antimafia, stante l’archiviazione del procedimento per la sopraggiunta impossibilità ad agire penalmente. C’è la verità nascosta del rapporto tra pezzi di Cosa Nostra e pezzi di Stato, che in qualche modo sarà illuminata dall’esito del primo grado del processo sulla Trattativa, che il Procuratore Lo Voi prevede entro il 2016 (tritolo permettendo, come Galatolo continua a ribadire in ogni sede). C’è la verità nascosta sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, che sembra sempre più un buon investimento fatto dalla ‘ndrangheta reggina (amici compresi) e sempre meno un favore fatto a Cosa Nostra. C’è la verità nascosta sul ruolo dell’estrema destra in Sicilia, che di nuovo intreccia i destini della ‘ndrangheta tra Reggio, Vibo, Roma e Milano: sub judice è tra l’altro la recente scarcerazione dell’avvocato Pio Cattafi, mafioso di Barcellona Bozzo di Gotto, che andrebbe sentito sul tema. C’è la verità nascosta della latitanza perdurante di Matteo Messina Denaro, che tanto sta costando a chi più vi si è dedicato, con quel Giocchino La Barbera che si premura di ricordare in una video intervista di Settembre che è Messina Denaro il custode dei documenti di Riina. Forse proprio quelli portati via dal covo dopo che il capo dei capi era stato arrestato, il covo che non era stato ne’ perquisito, ne’ sorvegliato: e anche questa è una verità in parte nascosta, appesa ad un appello della Procura Generale di Palermo. C’è la verità nascosta dell’omicidio Ilardo e della condanna del colonnello Riccio tritato da un’accusa infamante, che ha a che fare con un’altra latitanza, quella di Provenzano, che possibilmente non doveva chiudersi troppo in fretta”.

Verità nascoste e poteri forti, binomio indissolubile.

“C’è la verità nascosta – prosegue Mattiello – di quanti riuscirono ad approfittarsi della situazione venutasi a creare successivamente alle stragi, capitalizzando relazioni e potere, di cui un probabile riverbero fu quella legge “contra personam” voluta dal Governo Berlusconi nel 2005, che sbarrò a Gian Carlo Caselli la strada verso la Procura Nazionale Antimafia (legge che la Corte Costituzionale dichiarò illegittima nel 2007). C’è la verità nascosta sui patrimoni riciclati all’estero e a disposizione di mafie e collusi e chissà che proprio oggi il Consiglio dei Ministri non approvi il trattato di cooperazione giudiziaria con gli Emirati Arabi, che certo in tal senso aiuterebbe”.

Oggi si parla del processo di Palermo di 30 anni addietro, mentre però abbiamo l’impressione che la lotta antimafia non è più nell’agenda della politica.

“Ci sono le politiche da presidiare, figlie di quella stagione e di quel sacrificio. La legislazione sul collaboratore di giustizia, che deve restare la condizione necessaria per ottenere sconti di pena o modalità alternative di espiazione della medesima per i mafiosi. Il 41 bis, applicato nel rispetto della persona, ma con rigore ed efficacia per impedire che dal carcere i mafiosi possano continuare a comandare. Il sistema di sequestri e confische tanto di prevenzione che penale, per affinare il quale la Camera ha approvato nuove norme l’11 di novembre e che ora sono una priorità per il Senato come ha dichiarato il Presidente Grasso qualche giorno fa. Infine DIA e DDA ovvero la traduzione dell’intuizione che per contrastare un fenomeno come quello delle mafie (e del terrorismo) servono strutture specializzate e centralizzate, che massimizzino professionalità e visione sistemica. Basta leggere la relazione della DIA sul primo semestre del 2015, da poco pubblicata, per rendersi conto di quanto siano strumenti irrinunciabili”.

 

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