La calcestruzzi Agate “arrivau a stazione”

Pubblicato: lunedì, 1 febbraio 2016
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marianoagateLa Cassazione si è pronunciata sulla confisca della Calcestruzzi Mazara, il trono del capo mafia di Mazara

L’ultima parola la Cassazione l’ha pronunciata quando oramai il boss è defunto, ma il segnale dato dai giudici della massima corte è stato ugualmente pesante. Inferto a chi si adopera ogni giorno per far sembrare che il capo mafia sia ancora in vita.

La Cassazione ha confermato lo scorso 27 gennaio la sentenza di Appello con la quale è stata sancita la confisca delle quote della Calcestruzzi Mazara intestate a Mariano Agate e il ricorso presentato dalla stessa società fortemente in mano alla famiglia Agate. Rinviata invece a nuovo esame la pronuncia con la quale in Appello erano state confiscate anche le quote degli altri soci, Giovan Battista Agate, fratello di Mariano, e Antonino Cuttone. La “Calcestruzzi Mazara” è stata il “trono” dove per decenni è stato seduto il padrino della mafia mazarese, don Mariano Agate, anche quando era in carcere, dalla cella gestiva ugualmente la sua attività che teneva il monopolio del cemento nel mazarese.

Una impresa sporca del sangue di tanti morti ammazzati. Si trova alla periferia di Mazara, a ridosso della circonvallazione. Qui si sono svolti summit di mafia per decidere omicidi, stragi, qui Totò Riina è venuto da latitante ad incontrare i capi mafia mazaresi e trapanesi, da qui è passato uno dei tir destinato a trasportare in settentrione il tritolo delle stragi del 1993. Dentro questa impresa sono stati deliberati grandi affari e grandi appalti, come quelli dell’eolico. Se non c’era don Marianino c’erano suo fratello, Giovan Battista o ancora un altro socio anche lui “punciuto”, Nino Cuttone. Qui lavoravano super stipendiati i figli di don Mariano, 5 mila euro di stipendio al mese.

Ricordate la figura di “don” Mariano Arena, il «galantuomo» di paese che nel libro di Sciascia, “Il giorno della civetta” rappresentava la “saggezza” (si fa per dire) mafiosa, uno che aveva buone amicizie grazie alle quali disseminava il paese di reati e intrallazzi, amicizie ministeriali? Dalla fantasia letteraria (si fa anche questo per dire) alla realtà, Mazara e il suo boss “don” Mariano Agate. Nessuna differenza con il “don” Marianino di Sciascia, il vero “don Marianino” vantava forti alleanze mafiose e amicizie potenti, mafia e massoneria, mafia e politica, mafia e impresa.

Per decenni e decenni Mazara dei Vallo ha convissuto con lui, mai nessuno scandalo e nessuna indignazione per le sue malefatte, nemmeno quando si è scoperto che a Mazara “don” Marianino aveva portato in villeggiatura il boss dei boss di Corleone, Totò Riina. Il Comune in quel periodo fu sciolto per inquinamento mafioso, ma il nemico per tutti era lo Stato che aveva mandato i commissari. Poco importava se vennero fuori vicende inquietanti, logge segrete dove si decidevano investimenti miliardari, come l’acquisto con i soldi di Cosa nostra siciliana di un isolotto a Malta, l’isola di Manuel, per realizzare un fantastico villaggio turistico.

Ecco “don” Marianino Agate è stato dentro queste vicende, per un periodo è entrato e uscito dal carcere e ogni volta a Mazara c’era il passaparola come si vede nel film de “Il giorno della civetta”. Nel film c’era il banditore che girava il paese per annunciare che “don Marianino era tornato”, uscito dal carcere, “arrestato ingiustamente”, “mischino”, e nel frattempo in paese cambiava anche il capitano dei carabinieri, veniva mandato via per aver fatto arrestare “don Marianino”.

Dalla fantasia letteraria e cinematografica alla realtà. A Mazara nel 1992 per fare andare via un commissario di Polizia la mafia pensò invece di ricorrere all’omicidio, era il 14 settembre del 1992 e sulla strada litoranea, vicino alla zona delle spiagge, ad un agguato riuscì a sfuggire l’allora dirigente, oggi questore di Piacenza, Rino Germanà, uno di quelli “tosti” che indagava sulla mafia e sulle sue casseforti, che poco prima di sfuggire al commando composto da Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, aveva indagato anche sulla Banca Sicula della famiglia D’Alì, il cui più importante esponente il senatore Tonino, ex sottosegretario all’Interno, il prossimo 4 febbraio tornerà sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado è stato “andreottinamente” prescritto e assolto, il secondo grado ancora non è cominciato ma ha già fatto parecchio rumore per via dei faldoni depositati dal pg Nico Gozzo.

Tornando a Mazara. La “Calcestruzzi Mazara” è stata usata come una arma, per inquinare il mercato, come centro nevralgico per i summit di mafia che qui potevano svolgersi senza che nessuno pensasse mai a denunciarli, un luogo dove dare appuntamento a chi poi doveva essere ucciso, una trappola quindi di morte. Quello di Mariano Agate è il nome che più si incrocia nelle indagini che riguardano la cupola siciliana, l’avanzata dei corleonesi di Riina, la distruzione della vecchia mafia, l’attacco allo Stato e gli inciuci con le istituzioni, i collegamenti con la massoneria e la politica, le strategie stragiste. Don Mariano Agate ha impersonato il binomio più forte del potere mafioso, quello fatto da mafia e imprenditoria.

Oggi molti hanno scoperto la mafia sommersa, la mafia che fa impresa, don “Marianino” questo strumento lo ha sperimentato e poi applicato per tanto tempo, mentre si compivano le carneficine, lui vendeva cemento e monopolizzava il mercato, e nel frattempo “cumannava assai”. Anche stando in carcere, da dietro le sbarre gestiva l’impresa, gli affari, Cosa nostra, stringeva alleanze con le ndrine calabresi per maxi traffici di cocaina dalla Colombia. L’uomo capace di fare il volto buono, il paciere, ma anche mostrare la faccia burbera violenta, come quando un giorno da un’aula di Tribunale a Trapani, dove era imputato con i boss catanesi Santapaola e Mangion, dell’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, fece cenno ad avvicinarsi ad un operatore televisivo, un cameraman di Rtc, la tv dove in quel momento c’era Mauro Rostagno a fare il giornalista, e Mariano Agate proprio a Rostagno mandò con quel suo collaboratore un messaggio, “ditegli a chiddu ca varva e vestito di bianco che a finissi di riri minchiate” – dite a quello con la barba e vestito di bianco che la finisse di raccontare minchiate.

Rostagno seguiva quel processo e smontava gli alibi degli imputati. Poi incontrando dopo quel delitto alcuni comprimari dentro quell’impresa, a chi gli chiese perché Rostagno era stato ammazzato, lui rispose, “questione di corna” e il tam tam per 20 anni ha resistito arrivando fin dentro l’aula della Corte di Assise dove dopo 22 anni da quell’omicidio si svolgeva il processo contro due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Delitto di mafia l’accusa dei pm. Condannati all’ergastolo i due boss, quello diu Rostagno fu il delitto non di mafia e non solo di mafia come si è cianciato, ma semmai della più potente mafia, quella che aveva dentro di se massoneria e servizi deviati.

“A calcestruzzi arrivau a stazione” viene da dire pensando a quando Mariano Agate in carcere nel 1982 annunciò l’imminente omicidio del giudice Ciaccio Montalto con quel “Ciaccinu arrivau a stazione”. Cosa Nostra trapanese con la confisca della “Calcestruzzi Mazara” ha definitivamente perduto un altro «pezzo» importante nella strategia di controllo delle imprese e delle attività edilizie, pubbliche e private. La sentenza di confisca sancisce l’esistenza di un pieno riscontro al fatto che da queste parti, nella provincia di Trapani, spesso mafia e impresa ieri come oggi costituiscono un binomio indissolubile, fusi uno dentro l’altro. Tra sangue di morti ammazzati e denaro…tanto denaro.

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