Saguto, l’ora della sospensione firmata dal ministro Orlando

Pubblicato: martedì, 27 ottobre 2015
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sagutoIl Guardasigilli ma anche il Pg della Cassazione chiedono al Csm una urgente misura cautelare per il giudice coinvolto nell’affaire beni confiscati

L’ultimo tassello di un puzzle che da tempo doveva essere composto. E’ stato posto dal ministro della Giustizia Orlando e dal Procuratore generale della Cassazione, Ciccolo. A collocare il tassello però dovrà essere la commissione disciplinare del Consiglio superiore della Magistratura. Dovrà decidere se accogliere o meno la richiesta di sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, di Silvana Saguto, l’ex presidente delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, indagata per corruzione, induzione e abuso d’ufficio dalla procura di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei beni confiscati a Cosa nostra. Si tratta di una misura cautelare. Intanto è attesa la deposizione del giudice Saguto a Palazzo dei Marescialli, sede del Csm. La richiesta del ministro Orlando e del Pg Ciccolo arrivano mentre la stessa commissione disciplinare e la prima commissione del Csm stanno affrontando l’ipotesi di trasferimento di ufficio nei confronti dell’ex presidente delle misure di prevenzione Silvana Saguto, procedura avviata per quanto già emerso dall’indagine condotta dalla Procura di Caltanissetta. Saguto, si ricorda, è al centro di un’inchiesta che ha fatto luce su un giro di favori e regali nella gestione delle ricchezze dei boss. Ed è stata intercettata mentre definisce i figli di Borsellino “squilibrati e cretini”. Tutto questo si scrive quasi mettendo in secondo ordine il contenuto dell’inchiesta giornalistica condotta per anni da un giornalista, Pino Maniaci, dalla sua Telejato di Partinico. Le denunce erano quotidiane, sempre documentate, Maniaci ha indicato nome e cognome delle malefatte trovando sponda in un reportage condotto dalla nota trasmissione “Le Jene” di Italia Uno. Il resto del mondo giornalistico  ne ha preso quasi le distanze, almeno fino a quando non sono saltati fuori gli atti dell’indagine di Caltanissetta. Viene da chiedersi perché dinanzi alle denunce, alle interviste, ai dati incontrovertibili mostrati al telespettatore, dalla magistratura non si è alzata alcuna voce, a nessuno pare sia venuto mai in mente di andare a verificare. Come accade per la politica anche in questo caso un pezzo importante di magistratura, Csm compreso, ha preferito attendere l’intervento della magistratura, di Caltanissetta in questo caso. A Pino Maniaci va riconosciuto il merito di essere andato avanti, nonostante l’essere stato fatto oggetto di accuse incredibili, anche la querela presentata con “faccia tosta” dal giudice Saguto e dall’avv. Cappellano Seminara, per non parlare di quanto qualcuno, anche qualche giornalista, si premurava di scrivere sui social network per dipingerlo come inaffidabile. Chi scrive è stato testimone della sua deposizione dinanzi alla commissione nazionale antimafia, in quella occasione Pino Maniaci non fu avaro di notizie. Ma a sentirlo era il gruppo che si occupava delle intimidazioni ai giornalisti per cui quelle parole di Pino Maniaci sembravano essere fuori tema. Adesso si spera che la commissione nazionale antimafia nel suo insieme acquisisca quella deposizione se non valuti addirittura di sentirlo ufficialmente proprio sul tema, adesso che il caso è stato giudiziariamente scoperchiato. Qualcosa potrebbe riguardare anche la provincia di Trapani, anche se in questo caso dinanzi a comportamenti anomali di amministratori giudiziari c’è da dire che il Tribunale presieduto dal giudice Piero Grillo non ha condotto azioni a copertura. Ci fu un provvedimento di revoca giunto alla fase finale e riguardò il gruppo 6Gdo (i Despar leggasi di Grigoli e Messina Denaro), con una incredibile e lunga contestazione al dott. Nicola Ribolla che ne fu amministratore giudiziario; un altro provvedimento si interruppe per le dimissioni dell’amministratore, il dott. Pietro Bruno, a proposito della gestione del gruppo imprenditoriale di Giuseppe Amodeo, vicenda questa che sotto il punto di vista del sequestro preventivo non è conclusa ma che merita ancora approfondimenti. Vale la pena accennarla attraverso un episodio. Quando arrivò l’amministratore giudiziario casualmente, ripetiamo il caso ha voluto, in quell’azienda si presentò un imprenditore, Domenico Scimonelli, interessato, pare, a diventare socio in una delle aziende, un albergo di Castelvetrano, che era coinvolto nel sequestro ma che era affidato in gestione ad un soggetto fuori dal provvedimento. Scimonelli è tra i soggetti arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia Ermes condotta poche settimane addietro da Polizia e Carabinieri. Scimonelli è il soggetto che per conto di Matteo Messina Denaro avrebbe condotto attività finanziarie, prelievi e depositi, presso un istituto bancario svizzero. Fino a quando quell’albergo, pur affidato in gestione, era nella proprietà di Giuseppe Amodeo, nessun mafioso o presunto tale si era fatto avanti, quando scattò il sequestro, forse pensando ad un momento di difficoltà, la mafia col presunto boss Scimonelli invece si fece avanti e fece la sua offerta.

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