Rostagno e la storia di una città che subisce ancora la mafia e le connivenze pericolose

Pubblicato: sabato, 26 settembre 2015
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Mauro RostagnoVentisette anni dopo il delitto del giornalista e sociologo, i temi da lui affrontati restano attuali. A Trapani affianco a magistrati, investigatori e società civile responsabilmente impegnata, resistono, contrapponendosi, i “depistatori” contro i quali nessun reato può essere contestato, non esiste nel codice penale.

Due giornate ricche. Finalmente il silenzio si è rotto. Si è spezzato. Saman ieri lo ha fatto con due iniziative, una all’istituto alberghiero Florio, l’altra presso la Biblioteca Fardelliana, puntate sul nuovo documentario del regista Alberto Castiglione dedicato a Mauro Rostagno. Oggi nel 27° anniversario del delitto, Mauro Rostagno viene ricordato a Valderice per una iniziativa organizzata dal Comune che ha chiamato a raccolta le associazioni Ciao Mauro, Libera e Articolo 21. E affinchè chi passi per strada capisca, da alcuni giorni un grosso banner col volto di Mauro Rostagno campeggia proprio sopra l’ingresso del Municipio valdericino. Il muro di gomma che circonda Trapani stavolta è stato forato.

Sono giorni importanti, gli slanci fatti nel segno del ricordo e della memoria, indispensabili per vivere, e non sopravvivere, nel presente, speriamo non si interrompano, non si fermino dinanzi a tentativi di screditare, far polemica e confusione come sta accadendo. Dobbiamo essere più forti Noi di quelli che non desiderano che si spendano parole per ricordare Mauro Rostagno, sociologo e giornalista, uomo di tante cose e tante vite, nessuna mai inutile e vanitosa, ammazzato in terra trapanese, in contrada Lenzi di Valderice, il 26 settembre del 1988. Ventisei anni dopo è arrivata la pronuncia di primo grado, la Corte di Assise il 15 maggio del 2015, dopo tre anni di dibattimento, ha condannato all’ergastolo due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Ergastolo la pena inflitta. Due pezzi da 90 di Cosa nostra trapanese, due personaggi che se decidessero di parlare forse smantellerebbero la mafia e non solo quella di Trapani. Ma hanno scelto il silenzio, perpetuando un rituale mafioso hanno respinto le accuse.

Lo scorso luglio i giudici hanno depositato le motivazioni della condanna all’ergastolo, scrivendo quasi 4 mila pagine. Dentro c’è il perché del delitto, ma anche altro. La storia di Trapani con le sue connivenze, la mafia, la massoneria, i servizi segreti, Gladio. Rostagno è stato ucciso perché faceva il giornalista-giornalista, ogni tentativo di girare attorno per trovare altre motivazioni, magari quelle più schifose e infamanti, è stato reso vano dai giudici, e però le loro parole, le parole scritte in sentenza, c’è chi desidera che restino inascoltate.

C’è chi continua a preferire a dar voce ad altro. Le corna, le vendette personali, l’azione di una malmessa banda di piccoli delinquenti. La Corte di Assise ha pure scandagliato questi ambiti, ma le mani dei giudici togati e popolari hanno raccolto solo fango, perché di fango si trattava. Il dibattimento è vero, ha anche offerto altro, di più interessante, nelle udienze sono entrate le storie di Gladio e del traffico di armi verso la Somalia. E’ entrata, benché fosse successiva di anni, la morte (20 marzo 1994) di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin; il passaggio contemporaneo a Mogadiscio e Bosaso di Giuseppe “Jupiter” Cammisa; la morte in Somalia (12 novembre 1993) “per una pallottola vagante” di Vincenzo Li Causi, maresciallo dell’esercito in servizio al Sismi, vero titolare di Gladio a Trapani e di importanti missioni “occulte” nel mondo per conto del governo italiano. Altrettanti capitoli del libro infinito sui misteri italiani. Il processo Rostagno da un certo punto in poi è sembrato caricarsi del compito arduo, se non di risolverli, di farne uno scrupoloso catalogo. Interessante, da leggere, ma la morte di Mauro Rostagno è stata voluta da una mafia, da un “sistema” che su Trapani desiderava e desidera il silenzio.

Giorni importanti. Vero. L’azione di magistrati e investigatori non demorde, i mafiosi vengono perseguiti, impoveriti, si tolgono loro i beni sporchi del sangue di tanti morti ammazzati, a Palazzo di Giustizia, da Trapani a Palermo, si celebrano processi importanti. Nelle aule di giustizia ci sono platee di parti civili, una parte della società civile da qualche anno ha deciso di non stare più a guardare. Il consenso sociale al sistema mafia resta, ma è incrinato. A giorni a Palermo riprende il processo contro un politico, l’ex sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado se le è cavata con una prescrizione ed una assoluzione. Una sentenza che dovrebbe far gridare allo scandalo, qualcuno ha provato anche a scriverlo, ma il senatore D’Alì non è indietreggiato di un passo. Suoi campieri erano i Messina Denaro, Francesco, l’anziano patriarca, e l’allora giovane Matteo, oggi super ricercato. Rostagno fu ucciso per ordine di Francesco, che lo definiva una camurria.

A uccidere Rostagno fu Vito Mazzara, un campione di tiro a volo che però si esercitava sparando alle persone, e in qualche occasione con lui ad ammazzare in giro la gente c’era anche il giovane Matteo Messina Denaro. Giorni importanti, e il ricordo dedicato a Rostagno deve alimentare le forze dei pochi che dicono ogni giorno di no alla mafia, alle mafie e ai complici del super latitante. Noi giornalisti abbiamo un dovere preciso, raccontare e dar voce a chi di mafia e mafiosità non vuol sentire più parlare. La città di Trapani per certi versi sembra quella degli anni in cui Ristagno dalla tv, da Rtc, la scuoteva. Maddalena, la figlia, sentita al processo, ha detto una cosa importante, “Mauro voleva fare il terapeuta della città”. Oggi Trapani più di ieri ha bisogno di un terapeuta. Perchè la faccia crescere nella indignazione. Serve l’indignazione. Serve l’indignazione dinanzi a chi dice che la sentenza giudiziaria noin rapprsentà la realtà dei fatti, serve l’indignazione dinanzi a chi dice che D’Alì è stato assolto, e invece prima è stato dichiarato prescritto, quando si candidò nel 1994 al Senato per la prima volta, c’erano i mafiosi che lo appoggiavano, Matteo Messina Denaro in persona diede l’ordine di votare Forza Italia e al Senato non c’era altro candidato se non il barone e banchiere D’Alì. Serve l’indignazione dinanzi al fatto che ci sono voluti 20 anni per dedicare una via a Rostagno e 10 giorni per fare la via dedicata ai Grandi Eventi, quelle manifestazioni veliche del 2005 che arricchirono la mafia ed i mafiosi imprenditori. Serve l’indignazione dinanzi a certi avvocati che invitano i giornalisti a tacere, serve l’indignazione dinanzi al fatto che dire pezzo di merda ad un mafioso è un reato, serve l’indignazione dinanzi a chi usa l’informazione per giocare col potere mafioso e massonico che governa la città e che si compiace pure.

Oggi mafia e massoneria resistono in questa città, perchè manca la rabbia, la reazione della gente. Ecco queste giornate dedicate a Rostagno se non servono a questo saranno solo passerelle. Valderice bisogna dire punta in alto. Vuol parlare di depistaggio, nel nostro Paese questo reato non esiste dinanzi ad uno scenario storico fatto di depistaggi. Vogliamo parlare di Mauro Rostagno vivo, perchè Lui è vivo e lo sarà se la marcia contro i mafiosi riprenderà con vero e serio vigore il suo cammino. La sentenza emessa dalla Corte di Assise nel processo per l’omicidio Rostagno ci dà una grande aiuto, i giudici hanno scritto che non è anormale l’antimafia ma che non è normale che a Trapani la mafia continui a comandare.

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