Un assessore dall’ingombrante parentela

Pubblicato: sabato, 8 agosto 2015
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assessore Giuseppe MotisiA Castellammare del Golfo il sindaco fa il rimpasto e chiama in giunta il nipote del boss Gioacchino Calabrò

E’ vero. Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. Ancora di più, immaginiamo, le colpe dello zio non possono ricadere sul nipote. E però è altrettanto vero che certe nomine pubbliche che toccano discendenti di capi mafia possono suscitare legittimi malumori.

Accade a Castellammare del Golfo, la città cui è fortemente legato, per le sue origini, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il caso ha voluto che proprio nel giorno in cui il Capo dello Stato ha fatto sentire la sua voce contro la mafia ricordando alcune vittime eccellenti di Cosa nostra, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e il procuratore Gaetano Costa, a Castellammare del Golfo il sindaco del Pd Nicola Coppola ha deciso un rimpasto di Giunta dando una delle poltrone assessoriali a disposizione a Giuseppe Motisi, nipote del boss ergastolano, stragista, Gioacchino “Gino” Calabrò.

Il nome di Calabrò è uno di quelli spesso nominati negli atti giudiziari. Nella sua officina di Castellammare nel 1985 passò quell’auto, che una volta rubata venne imbottita di tritolo, e poi fatta esplodere il 2 aprile 1985 su quella curva di Pizzolungo al passaggio dell’auto dell’allora pm Carlo Palermo. Il magistrato e la sua scorta restarono gravemente feriti, a salvarli fu un’altra auto che transitava su quella curva negli stessi istanti, a morire furono una donna trentenne, Barbara Rizzo Asta e i suoi due gemelli che erano con lei sulla vettura, Salvatore e Giuseppe Asta, avevano sei anni. Calabrò per questa vicenda fu condannato per ricettazione, gli esecutori della strage sono noti, ma contro di loro è impossibile fare il processo, l’unico celebrato si è clamorosamente concluso con una assoluzione convalidata dalla Cassazione.

papa_3065712Anni dopo quel processo altre indagini sulla mafia trapanese hanno permesso di trovare prove schiaccianti nei confronti di quei mafiosi macellai assassini, Calabrò compreso, ma la nostra legislazione non permette la ripetizione dei processi per quei reati per i quali i responsabili sono stati assolti in via definitiva. La storia criminale e crudele di Calabrò non si fermò certo, ancora contro di lui le accuse, che stavolta lo hanno condotto all’ergastolo, per altri omicidi e stragi, il delitto del capitano Paolo Ficalora e gli attentati del 1993. Calabrò sarebbe stato in particolare incaricato di compiere in quell’anno delle stragi, il 1993, l’attentato ai poliziotti e ai carabinieri in servizio allo stadio Olimpico di Roma, l’attentato è rimasto solo tentato, il timer che Calabrò avrebbe tenuto in mano non riuscì a funzionare nel momento in cui gli agenti affollavano il piazzale dove oltre ai bus sui quali si trovavano poliziotti e carabinieri, c’era anche una vettura apposta imbottita di tritolo.

Certamente è una storia che riguarda solo Calabrò e non i suoi parenti. Giuseppe Motisi, l’assessore appena nominato dal sindaco Coppola a Castellammare del Golfo, nulla ha a che spartire con le vicende criminali e assassine dello zio, è una persona mai sfiorata da alcuna indagine, è funzionario del Genio Civile a Trapani, e di lui a sentire in giro non ci sono sospetti e diffidenze di alcun genere. Ha però quella parentela ingombrante sulle sue spalle, Calabrò è suo zio perchè fratello della madre.

Nessun guaio per Giuseppe Motisi e però non c’è stata mai alcuna presa di distanza dalle malefatte dello zio. Insomma probabilmente c’erano ovvi motivi di opportunità per evitare questa nomina, sopratutto per quella distanza dalla mafia che ad ogni occasione il sindaco Coppola ha esternato. A Castellammare del Golfo, ai tempi della gestione commissariale scaturita dallo scioglimento per inquinamento mafioso dell’amministrazione, a metà degli anni 2000, sindaco era allora il medico Giuseppe Ancona, la commissione prefettizia, guidata dal prefetto Antonella De Miro, volle dedicare a Barbara Rizzo e ai suoi figli Giuseppe e Salvatore Asta, vittime della strage mafiosa di Pizzolungo, la biblioteca comunale. E spesso Coppola non ha mancato di sottolineare la valenza sociale di quella intestazione, presente ad ogni iniziativa che a riocrda della strage mafiosa ha avuto la biblioteca quale luogo scelto per fare memoria. Adesso questa nomina che almeno eticamente allontana il sindaco Coppola da quell’esercizio di far memoria per costruire nuovo impegno.

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2 Commenti
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  1. Onofrio scrive:

    Quindi se uno ha parenti mafiosi, non ha nulla a che fare con loro, non può dare il suo contributo alla città solo perché ha una “cattiva” parentela? Meglio nominare scansafatiche che non fanno nulla ma con parentele “pulite”

  2. Vorrei esprimere un mio parere su questo articolo del giornalista Rino Giacalone, per la cui stesura mi sembra si sia servito della famosa “macchina del fango” in uso da un po’ di tempo da parte di molte testate giornalistiche. Voglio partire proprio dalle sue parole : “l’assessore appena nominato dal sindaco…., nulla ha a che spartire con le vicende criminali e assassine dello zio, è una persona mai sfiorata da alcuna indagine, è funzionario del Genio Civile a Trapani, e di lui a sentire in giro non ci sono sospetti e diffidenze di alcun genere”
    La “Nemesi” dea vendicativa che faceva trasmigrare le colpe di generazione in generazione, falciando cosi vittime innocenti, non può che ripugnare alla coscienza di noi uomini moderni. Infatti, nella nostra società civile, il concetto che la responsabilità delle azioni appartiene solo all’individuo che le compie è un caposaldo inamovibile della nostra etica e del diritto. Questa nostra società che si fregia del titolo di garantista lotta perchè il carcere non sia punizione ma recupero della persona e si batte per il reintegro dei detenuti che hanno scontato la colpa; allora ci chiediamo: si può tollerare che un individuo , che non ha mai commesso alcuna colpa, se non quella di avere parenti che hanno offeso con le loro azioni la società civile, sia per questo discriminato ?
    Non sarebbe più logico, invece, compiacersi del fatto che una persona pur essendo cresciuto in un contesto familiare che non ha rispettato la legalità, abbia lo stesso trovato in sé le risorse e la forza per compiere scelte ed azioni del tutto lecite che sono state apprezzate anche dalle amministrazioni pubbliche?
    Sono sicuro che “la presa di distanza dalle malefatte dello zio”, di cui parla il giornalista, non si attua né si misura da eventuali dichiarazioni plateali ma dalla condotta quotidiana che, proprio perchè muta, è nutrita da fatti ed azioni rispettosi nei confronti dei singoli e della società tutta.

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