Il “padrino” Matteo Messina Denaro comanda ancora, lo dicono gli intercettati indagati nel blitz antimafia Eden 2

Pubblicato: mercoledì, 20 maggio 2015
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MatteoMessinaDenaroVerso il processo contro il clan mafioso belicino. In tre rinviati a giudizio per la rapina alla Tnt di Campobello di Mazara, 16 hanno chiesto il rito abbreviato: tra questi il nipote di Messina Denaro, Luca Bellomo, e un consigliere comunale di Castelvetrano Lillo Giambalvo. L’associazione Libera tra le parti offese ammesse al processo

Luciano Pasini, castelvetranese di 27 anni, Andrea Pulizzi, marsalese di 50 anni e di Vito Tummarello 54 anni di Castelvetrano, dovranno comparire dinanzi al Tribunale di Marsala all’udienza già fissata del prossimo 6 luglio. I tre sono stati rinviati a giudizio dal gup del Tribunale di Palermo, giudice Sestini, nell’ambito dell’udienza preliminare scaturita dal blitz antimafia Eden 2. Una operazione condotta dai carabinieri e che è sfociata in una retata compiuta nel novembre dell’anno scorso. Arresti che hanno ancor di più falcidiato il clan del boss latitante Matteo Messina Denaro. I tre saranno processati per un “colpo” messo a segno nel novembre 2013 ai danni di una agenzia della Tnt a Campobello di Mazara. Secondo l’accusa la rapina avrebbe avuto come basista Luciano Pasini, dipendente dell’azienda, “regista” sarebbe stato il nipote del boss Messina Denaro, Luca Bellomo (che accusato di reati ancora più gravi a cominciare dall’associazione mafiosa è tra gli indagati che hanno chiesto il rito abbreviato).

Si appropriarono di 600 colli e di 17 mila euro che erano tenuti in cassaforte. Tummarello ancora deve rispondere di una estorsione ai danni del titolare di una pizzeria di Castelvetrano. Il 16 giugno l’udienza preliminare proseguirà nei confronti degli indagati che hanno chiesto il rito abbreviato: Ruggero Battaglia, palermitano, 39 anni, Girolamo “Luca” Bellomo, 37 anni, palermitano, nipote, come si diceva, del latitante Matteo Messina Denaro (è il marito dell’avv. Lorenza Guttadauro, figlia di Filippo e di Rosalia Messina Denaro), i castelvetranesi, Rosario e Leonardo Cacioppo, 34 e 38 anni, Giuseppe Fontana (detto Rocky), 58 anni, Calogero “Lillo” Giambalvo, 39 anni, consigliere comunale di Articolo 4 a Castelvetrano, Salvatore Marsiglia, 39 anni, Giuseppe Nicolaci, 32 anni, tutti e due di Palermo, Salvatore Vitale, palermitano, 37 anni, tutti soggetti in atto detenuti; rito abbreviato anche per due collaboratori di giustizia, i palermitani, Salvatore Lo Piparo e Benito Morsicato 43 e 37 anni (hanno svelato i retroscena dell’ “assalto” ad un centro “Tnt” di Campobello di Mazara). Indagati in stato di libertà sono Marco Giordano, palermitano, 33 anni, Giovanni Ligambi, castelvetranese, 47 anni. Tra i risvolti dell’operazione le intercettazioni, e in particolare quelle che hanno riguardato il consigliere comunale Giambalvo, da una parte, quella politica, considerato molto vicino al deputato regionale trapanese Paolo Ruggirello, quanto affine dall’altra parte ai contatti con i massimi vertici della mafia belicina. E’ Giambalvo che parla e che racconta gli incontri con Matteo Messina Denaro (chiacchere che faceva con un altro consigliere comunale, Francesco Martino, non toccato dalle indagini ma che all’esito delle intercettazioni risulta non essere stato all’oscuro delle frequentazioni mafiose del collega Giambalvo).

Lillo Giambalvo ascoltato attraverso le “cimici” dei carabinieri racconta di avere visto il capo mafia latitante tra il 2009 e il 2010 incontrandolo nelle campagne di contrada Zangara di Castelvetrano: “Abbracci e pianti” si è sentito dire dalla viva voce del consigliere indagato. “… Tre anni fa, ero a Zangara a caccia, tre anni, quattro anni precisi, quattro anni, ero a Zangara a caccia, loro raccoglievano olive… raccoglievano olive… prendi… a che non lo vedevo da una vita però ha?”. “… Senti, ho preso una lepre che era quattro chili e sei, e l’avevo… nella giacca che mi usciva metà di qua e metà di qua, prendi, mentre camminavo filara, filara… lui nel mentre era andato da mio zio Enzo (Vincenzo La Cascia, pregiudicato e sorvegliato speciale, campiere dei Messina Denaro e campiere nei terreni della famiglia D’Alì)… mio zio gli ha detto, se vuoi andare a sparare vai a sparare, mio nipote sopra l’ho sentito sparare può darsi che qualche coniglio lo ha preso dice, acchianaci… lui (Matteo Messina Denaro ndr) sale a piedi da solo come un folle sale verso di me, io non lo avevo riconosciuto a primo acchitto, era invecchiato, mi sono detto, ma questo perché minchia mi cammina appresso… poi ho fatto che mi sono ignuniato nelle filara… e mi sono buttato sotto le zucche… lui salendo a me andava cercando, lui perché non mi ha visto più poi ma quando è arrivato di qua a là … mi ci sono alzato, abbiamo fatto mezz’ora di pianto tutti e due… Lillo come sei cresciuto? Lillo… e io mezz’ora di pianto, e mi voleva fottere la lepre con questa piangiuta, ma io gli ho detto, gli ho detto: stiamo facendo mezz’ora di pianto e ti stai fottendo la lepre gli ho detto”. Gli investigatori dei carabinieri che lo intercettano sentono ridere Giambalvo mentre racconta a Martino di quell’incontro con l’inafferrabile Matteo Messina Denaro. Altri incontri in precedenza addirittura con il “padrino” in assoluto più influente di Cosa nostra siciliana, don Ciccio Messina Denaro, deceduto sul finire del novembre 1998. Giambalvo dice di essere stato testimone di un blitz che per poco non ha portato alla cattura dei Messina Denaro: “Allora prima che lui morisse, un tre mesi prima di morire, io ci sono andato alla casa per scaricare tronconi, aveva che non lo vedevo una cinquina di mesi… c’era un profumo di caffè. Entra Lillo prenditi il caffè, zu Cicciu assabenerica… ci siamo abbracciati e baciati, io ogni volta che lo vedevo mi mettevo a piangere… allora tutto assieme mi sento dire così, senti qua, viene una delle sue figlie e mi dice: Lillo vattene escitene con questo trattore da qua dentro, stanno venendo a fare perquisizione, corri, scappa, vattene Lillo, vattene di corsa, salgo sopra il trattore… loro di colpo chiudono il portone, minchia s’arricugghieru 1000 sbirri… ti giuro, io ho fatto tutta la via, da Castelvetrano a Zangara a piangere, mi sono detto lo hanno arrestato… non lo hanno trovato…”.

Don Ciccio Messina Denaro trascorreva la latitanza in paese, a Castelvetrano:  “… portava il fazzoletto attaccato… gli faceva due scocche qua, sempre il fazzoletto portava lo zu Cicciu… cappello, coppola e fazzoletto al collo, sempre questo, sempre così lui…. Ti pare dove era all’Africa? Qua dentro il paese era. Restando tra di noi, io lo vedevo tutte le settimane”. Giambalvo si è mostrato essere, con le sue parole, un devoto dei boss Messina Denaro: «La verità ti dico Ci fossero gli sbirri qua? E dovessi rischiare a metterlo in macchina e fallo scappare, io rischierei. Perché io ci tengo a queste cose. Mi farei per lui 30 anni di carcere». Ma anche Francesco Martino si dimostra all’ascolto delle intercettazioni non è di meno: «Io una volta l’ho visto, Mi piaceva come personaggio» dice Martino a proposito di don Ciccio Messina Denaro. Giambalvo annuiva e rilanciava: «Tre mesi prima che morisse ci siamo abbracciati e baciati ».

Sono diverse le parti offese ammesse come parti civili al processo, tra queste Libero Futuro, la ditta Tnt, l’associazione antimafie e antiracket Paolo Borsellino onlus di Marsala e l’associazione Libera. E Libera con il proprio avvocato, Enza Rando, ha rivendicato di potersi costituire parte civile in nome di uno dei suoi obiettivi principali: “costruire una comunità alternativa alle mafie”. “Una comunità alternativa alle mafie – dove vengono riconosciuti a ogni essere umano diritti e non favori, a differenza di quanto avviene nel sistema mafioso – è quella tratteggiata nella Carta Costituzionale. La battaglia contro le mafie è quindi necessariamente una battaglia per i diritti sanciti dalla Costituzione. E tali diritti, tutti, sono stati gravemente lesi dagli imputati del procedimento che insieme agli altri facenti parte dell’organizzazione, già condannati, come si può facilmente evincere dallo stesso capo d’imputazione, avevano organizzato un sistema criminale caratterizzato da quelle che sono le logiche perverse di accaparramento delle risorse locali e di condizionamento dell’economia legale, e delle relazioni perverse tra Cosa Nostra e soggetti deviati che hanno tradito lo Stato con lo scopo anche di destabilizzare il Paese, attraverso intimidazioni, violenze e potere stragista ed in aperto contrasto, quindi, con i valori e le regole su cui dovrebbe fondarsi la comunità cui aspira e per la quale si impegna statutariamente Libera”.

Libera con l’avv. Rando ha ancora aggiunto nella richiesta a sostegno della costituzione di parte civile. “Libera ha sempre pensato che ogni delitto commesso dall’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra” che sia rivolto a colpire gli uomini e le donne dello Stato che compiono il loro dovere o semplici cittadini responsabili, giornalisti che per il fatto che esercitano i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, o ancora imprenditori che giornalmente cercano di lavorare onestamente in un contesto socio-economico gravemente compromesso, rappresenta un pericolo e un danno per la comunità”.

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