La mafia sconfitta….che continua ad organizzare attentati di morte

Pubblicato: martedì, 12 maggio 2015
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werLe ultime indagini arrivano da Caltanissetta: il pm Gabriele Paci doveva essere ucciso per avere smascherato e fatto arrestare un finto pentito

“La sensazione che abbiamo è netta. La mafia ha perfezionato falsi pentiti, ha finto di chinare la schiena dinanzi ai sequestri e alle confische, ha messo in moto una macchina cercando di indirizzare il lavoro dei magistrati, ha dato lavoro a procure e tribunali e intanto si è riorganizzata, più forte di prima”.

E’ la voce di un magistrato, uno di quelli che operano nelle frontiere di questo nostro Paese. Un pm di periferia. Non desidera che venga fatta pubblicità al suo nome perché, spiega, “questa non è solo il mio pensare ma è il pensiero di tanti di noi, è un pensiero che unisce tanti magistrati e giudici”. E spiega meglio: “Ci stanno facendo lavorare anche per farci distrarre dall’attualità. Oggi la mafia non è più quella delle coppole e delle lupare ma è la mafia dei colletti bianchi, dei professionisti…punciuti”. L’avversario insomma è più forte, la strategia della sommersione è servita. Rispetto agli antichi scenari oggi c’è lo Stato che spesso riesce ad essere più forte della mafia ma si fa i conti con una nuova realtà: quando si riescono a fare i processi, quando si portano alla sbarra imputati mafiosi o presunti tali, complici e favoreggiatori può scattare la delegittimazione… “oppure ecco che si mette la sordina ai processi”.

Sentir dire che Palermo non è più governata da Cosa nostra, mentre si riapre l’aula bunker per nuovi maxi processi  che riguardano fatti anche recenti, fa pensare a quei sindaci che davanti ai morti ammazzati dicevano la che la mafia non esisteva. Sentir dire di una Sicilia rinvigorita nella lotta alla mafia mentre si scopre l’ennesimo piano di morte contro un magistrato, ieri Nino Di Matteo, oggi Gabriele Paci, pm a Caltanissetta, fa respirare solo aria di normalizzazione. Il pm Gabriele Paci doveva essere ucciso per avere smascherato e fatto arrestare un boss che si fingeva pentito, e che fingendosi pentito aveva riorganizzato la cosca. Un attentato svelato da un vero collaboratore di giustizia, il palermitano Massimiliano Mercurio, ex uomo d’onore di Brancaccio.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia sono adesso al vaglio della Procura di Catania. “Certamente – ha affermato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari (si legge sul sito di Repubblica.it) – è un fatto inquietante e che abbiamo da subito ritenuto ad altissimo rischio”. Ad ordinare la morte del pm Gabriele Paci  un boss di Gela, Roberto Di Stefano, 48 anni, della cosca Rinzivillo. Di Stefano è in carcere da giugno. Gabriele Paci è un pm da anni impegnato in indagini contro la mafia. Cominciò negli anni ’90 da Trapani, occupandosi del processo sulla raffineria di eroina scoperta il 30 aprile 1985 dalla Polizia ad Alcamo, poi dei processi legati alla vecchia mafia trapanese e in Corte di Assise per i delitti commessi nella guerra di mafia di Alcamo dei primi anni ’90. Trasferito alla Dda di Palermo con Massimo Russo fu il pm che istruì il primo maxi processo alla mafia trapanese, il cosidetto processo Omega. Un processo importante ma non adeguatamente considerato. Oggi si discute del sostegno dato dalla mafia al partito di Forza Italia, ma la circostanza raccontata dai pentiti era già emersa proprio durante quel maxi processo, per fare un esempio. Una sentenza che mandò all’ergastolo per la prima volta l’attuale latitante Matteo Messina Denaro che dalla latitanza fece avere alla corte due segnali precisi: prima l’intimidazione nei confronti del presidente della Corte, l’attuale procuratore di Sciacca Vincenzo Pantaleo, poi la rinunzia al difensore di fiducia, avvocato Celestino Cardinale, rinuncia arrivata per iscritto alla cancelleria della Corte attraverso il servizio postale. Da allora in poi Matteo Messina Denaro non ha più nominato difensori di fiducia, ha avuto sempre legali nominati d’ufficio. Un abile inquirente capace a smascherare i boss che fanno scena. Uno di questi fu l’alcamese Giuseppe Ferro, che per anni evitò le aule di giustizia fingendo la pazzia, fino a quando non fu sbugiardato. E al pm Gabriele Paci il boss Ferro decise di affidare il proprio pentimento, seguendo ciò che il figlio, il medico Vincenzo Ferro aveva già scelto di fare, il collaboratore di giustizia. Lasciata la Sicilia per un periodo breve, il pm Gabriele Paci è tornato chiedendo di andare a far parte della squadra dei pm di Caltanissetta tornando a lavorare con Sergio Lari che aveva avuto già come capo della Procura a Trapani.

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