La mafia a Marsala non è dormiente

Pubblicato: lunedì, 9 marzo 2015
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Pipitone Giappone Bonafede AngileriL'ex boss Francesco De Vita prima si pente e poi ritratta. Quattro arresti e un delitto risolto quello di Baldassare Marino.

L’hanno denominata “The Witness” (il testimone) l’operazione antimafia che nella notte è stata condotta a Marsala ed ha portato allo scompaginamento del vertice della cosca mafiosa locale. Quattro gli arresti messi a segno dai carabinieri del Ros e del nucleo investigativo del comando provinciale. A finire in manette sono stati l’anziano reggente e pluripregiudicato per mafia Nino Bonafede, classe ’35, il cassiere e suo braccio destro, l’incensurato pastore Vincenzo Giappone, 54 anni, e ancora un’altra vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, Martino Pipitone, 66 anni, che secondo le indagini si occupava di tenere sotto controllo gli affari che la mafia coltivava nel centro storico di Marsala, nonché Sebastiano Angileri, anche lui incensurato, 48 anni, la cui moglie gestiva una società di fatto controllata dal marito e da Pipitone. Gli introiti venivano gestiti in modo tale da farli giungere alle famiglie dei boss detenuti e tra quelle maggiormente sostenute è risultata essere la famiglia dell’ergastolano Giacomo Amato.

Ruoli e compiti che ai carabinieri ed ai magistrati sono stati indicati dall'ex reggente della famiglia di Marsala, Francesco De Vita, boss che però poi ha deciso di ritrattare. I carabinieri sono riusciti a intercettare e filmare diversi summit di mafia e addirittura i momenti in cui avveniva la spartizione del “malloppo”, così gli arrestati indicavano il denaro da dividere. Oltre alla gestione di società nel campo del commercio del ferro e della vendita di calcestruzzo, la cosca mafiosa finita in cella si preoccupava di recuperare la refurtiva di furti non autorizzati e di intimidire quei commercianti intenzionati ad aprire esercizi commerciali che avrebbero fatto concorrenza a negozi “protetti”. Tra gli elementi emersi quello che il pastaore Baldassare Marino, soprannominato occhi caddusi, ucciso nell’agosto del 2013 in contrada Samperi a Marsala, era un appartenente al sodalizio mafioso. Le indagini, dirette dal Procuratore Aggiunto della D.D.A. di Palermo, Teresa PRINCIPATO, e coordinate dal sostituto procuratore Carlo MARZELLA, hanno accertato l’attuale vitalità e operatività della famiglia mafiosa marsalese. A firmare l’ordinanza di arresto il gip del Tribunale di Palermo, Marina Pino.

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1 Commento
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  1. MAURIZIO LO PRESTI CONDANNATO PER TENTATA ESTORSIONE DAL TRIBUNALE DI TRAPANI, AVEVA SCELTO IL RITO ABBREVIATO.

    Maurizio Lo Presti, noto avvocato di Alcamo, è stato condannato per tentata estorsione dal Tribunale di Trapani. La vicenda giudiziaria nasce dalla denuncia di due suoi ex clienti, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Si tratta di due dei condannati per la strage di Alcamo Marina, poi assolti, dopo 30 anni, grazie ad un processo di revisione, da tutte le accuse. Avevano denunciato di avere subito pressioni dal loro difensore affinché sottoscrivessero un contratto che prevedeva una quota della misura del 30% della somma che sarebbe stata liquidata all’esito della sentenza e il pagamento di un milione di euro in caso di recesso. Per gli inquirenti il legale avrebbe minacciato di non presentarsi in aula, nell’udienza finale, con gravi ripercussioni per i suoi assistiti che da oltre 30 anni attendevano la revisione. Ferrantelli e Santangelo non avrebbero ceduto alle pressioni decidendo di affidarsi alla fine all’avv. Baldassare Lauria, che aveva già assistito un loro coimputato, Giuseppe Gulotta. Lo Presti, dal canto suo, ha sempre sostenuto di avere affrontato tutte le spese nel corso del lungo percorso processuale per arrivare a ottenere la revisione del processo, resa possibile dalle rivelazioni di un brigadiere dei carabinieri, Renato Olino, il quale fece riaprire le indagini sugli imputati della strage della casermetta, che si addossarono tutte le colpe a seguito di gravissime torture.

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