“C’è del marcio in…chiesa?”

Pubblicato: lunedì, 9 marzo 2015
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preteSlitta al 30 marzo l'avvio del processo col rito abbreviato dinanzi al gip contro l'ex presidente della Caritas di Trapani, don Sergio Librizzi. Intanto le indagini sulla curia trapanese vanno avanti

Ricordiamo bene l'esordio del vescovo di Trapani mons. Francesco Miccichè quando arrivò a Trapani nel 1998. Il collega ieri come oggi segretario del sindacato dei giornalisti, Giovanni Ingoglia, gli chiese se avesse mai incontrato la mafia. Domanda, condivisa da molti, legata alle origini del vescovo, nativo di San Giuseppe Jato e forse anche al legame che Miccichè vantava con un altro vescovo molto discusso, mons. Cassisa. “Io questa signora mafia non l'ho mai incontrata”. Va bene sul mancato incontro ma chiamarla “signora” era sicuramente eccessivo. Nei giorni e nei mesi a venire mons. Miccichè non mancò di far sentire la sua voce contro mafia e massoneria. Fermo e deciso vietò che nella processione dei misteri (appuntamento da secoli del venerdì santo a Trapani) vi fossero i cosidetti “incappucciati”, che ricordavano altri “incappucciati”, dalla massoneria arrivò un gran maestro a dire pubblicamente che se il vescovo Miccichè avesse qualcosa da dire non doveva far altro che parlare sennò tacere per sempre. Con l'andare degli anni i forti richiami del vescovo Miccichè sono venuti via via meno, una sera poi si mise alla testa di un corteo che sfliò per strada contro lo scioglimento dell'Autorità Portuale, affianco ai potenti della città, dicendo di essere lì a difendere il lavoro dei portuali. Cominciò a rimuovere sacerdoti, scomodi forse, o veramente perchè andavano rimossi, vai a sapere le cose segrete della chiesa, mentre invitava don Ciotti a incontrare il clero. Un colpo al cerchio e uno alla botte? Certo è che alcune querelle che nel tempo si sono sviluppate attorno a lui, sino ai giorni della rimozione da vescovo di Trapani, hanno finito quasi con l'aiutarlo ad apparire come “vittima” di un complotto quando certi guai cominciarono a venir fuori. Ancora non c'è un responso, ci sono indagini in corso, mentre il Vaticano le sue indagini le ha già chiuse: ha sospeso un prete, don Ninni Treppiedi, ha nominato un visitatore apostolico, mons. Mogavero, ha rimosso il vescovo Miccichè, ha nominato un commissario, mons. Plotti, e infine ha nominato un nuovo vescovo, mons. Fragnelli.

Oggi a Trapani doveva cominciare il processo contro l'ex presidente della Caritas, don Sergio Librizzi, accusato di concussione e violenza sessuale. L'avvio è stato rinviato al 30 marzo, solo perchè la scelta di don Librizzi di farsi processare col rito abbreviato ha determinato la nomina di un nuovo gip, Cavasino invece che Cersosimo. Il processo a don Librizzi non è un processo qualsiasi. Perchè complessivamente la storia, suddivisa per adesso in capitoli apparentemente diversi e distinti, non è una storia qualsiasi.

C'è un sacerdote, non uno qualsiasi ma il presidente della Caritas diocesana, don Sergio Librizzi, sotto inchiesta perché avrebbe chiesto favori, sessuali, sfruttando il proprio ruolo nella commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato politico. C'è un vescovo, l’ex capo della diocesi di Trapani, mons. Miccichè, finito sotto inchiesta perché – ancora secondo i magistrati – avrebbe sottratto soldi dalla “cassa” delle opere di carità. Sono tempi duri per la Chiesa trapanese, sconvolta da queste due indagini che la colpiscono al cuore. Indagini col botto, che è così forte da “affondare” quasi l’altra indagine fino ad oggi maggiormente conosciuta, quella scaturita da una querela di mons. Miccichè contro l’ex direttore della Curia don Ninni Treppiedi. Miccichè è finito indagato nel troncone venuto fuori dall’indagine su don Librizzi. E più si allargano le indagini, più i pm fanno riscontri, più il vescovo Miccichè non sembra potere ancora restare parte lesa come lui sosteneva di essere. L'ex vescovo, monsignor Francesco Micciché, è indagato per appropriazione indebita e malversazione di fondi pubblici (i soldi provenienti dall’8 per mille): secondo i magistrati della Procura di Trapani, l'ex capo della Curia avrebbe fatto la “cresta” sui finanziamenti destinati alle opere di carità. Tutto è accaduto per far soldi alle spalle della povera gente? Il Vaticano sembra aver sposato questa tesi. Il Vaticano ha sospeso don Treppiedi (a tempo determinato) e gli ha chiesto di rendicontare alcune spese risalenti al tempo in cui gestiva gli affari della Curia. Una condanna scritta su tanto di decreto della Congregazione che parla di don Treppiedi ma…colpisce il vescovo Miccichè. Il provvedimento emesso dal Vaticano clamorosamente ha fatto emergere che le malefatte finanziarie (ancora presunte per la magistratura trapanese) di don Treppiedi non sono di quelle entità che sembravano dovere essere per quello che emergeva dall'indagine penale e quelle spese che l’ex vescovo Miccichè nella denuncia alla Procura aveva scritto non essere state irregolari, al Vaticano lo stesso vescovo aveva dichiarato, in altri tempi, essere regolari. La decisione presa dalla Congregazione unita alla nuova indagine della Procura di Trapani sulle presunte appropriazioni dei fondi Caritas da parte di mons. Miccichè, sembrano essere un “siluro” contro buona parte dell’indagine penale su don Treppiedi. Intanto qualche mese fa don Ninni Treppiedi, sul cui nome era cresciuto il primo degli “scandali” della Diocesi di Trapani, ha deciso di rendere “testimonianza” alla Procura distrettuale antimafia di Palermo, entrando così nel processo al senatore Antonio D'Alì, che poi si è concluso con una sentenza di prescrizione per i fatti fino al 1994 e assoluzione per il periodo successivo (il 18 marzo comincerà il processo di appello). Da allora il sacerdote, da quando ha deciso di raccontare le “nefandezze” del sistema di commistioni trapanese al cui vertice sarebbe stato seduto il senatore D'Alì, è stato bollato, dal solito chiacchiericcio dei salotti trapanesi, del marchio dell'inattendibilità. E' la storia di quella Trapani che non vuol sentire di cose brutte e marce, secondo la quale chi collabora con la magistratura è un untore. Accade oggi a don Treppiedi (quando ancora non si conosce nulla delle sue dichiarazioni, se non solo quelle depositate nel processo contro il senatore D'Alì), è successo anche ad altri in tempi andati.

Il “cuore” dell’indagine che tocca la Curia trapanese e non solo deve ancora venir fuori. La Procura di Trapani tiene ancora blindato il grosso dell’inchiesta. Ma la sensazione è quella che quando le pagine verranno depositate per il vaglio dei giudici, a Trapani tanti segreti non resteranno più tali. Il potere occulto verrà pesantemente intaccato. Almeno questa è la speranza che i giusti e gli onesti attendono. Qualcosa si è percepito leggendo l’ordinanza che ha condotto dapprima in carcere e poi agli arresti domiciliari don Librizzi. Il gip Emanuele Cersosimo lo ha scritto a chiare lettere nell'ordinanza: “Dalle indagini è emerso come fatto inconfutabile e notorio come il Librizzi sia detentore di una posizione di grande potere e che lo stesso sia strettamente legato ai soggetti più potenti di Trapani nonché gestore di fatto dei centri di accoglienza e del sistema di cooperative connesso. Librizzi risulta essere unico ed incontrastato dominus di una complessa e articolata rete di cooperative, ipab e società attraverso le quali gestisce in regime monopolistico non solo i centri di accoglienza per extracomunitari ma anche l’intero universo del lavoro ad esso collegato generando e gestendo risorse e lavoro”. Di più: “Librizzi – annota il giudice per le udienze preliminari - è stato ritenuto al vertice di una ricca fiorente e incontrastata holding finanziata con denaro pubblico che gestisce per intero il business dell’assistenza ai migranti. È risultato che si è mosso sempre con determinazione per ostacolare e danneggiare i pochi coraggiosi che hanno avuto la forza di tentare di opporsi alle sue reiterate malefatte con intimidazioni, minacce, vere e proprie aggressioni, condotte talvolta poste in essere da appartenenti alle forze dell’ordine i quali hanno invitato i soggetti che si erano rivolti loro a non sporgere denuncia e di mettere tutto a tacere con il chiaro effetto di creare intorno al Librizzi l’aura di soggetto intoccabile e impunibile”. Preti e soldi, preti, soldi e politici. Preti, soldi, politici e...

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1 Commento
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  1. MAURIZIO LO PRESTI CONDANNATO PER TENTATA ESTORSIONE !

    Maurizio Lo Presti, noto avvocato di Alcamo, è stato condannato per tentata estorsione dal Tribunale di Trapani. La vicenda giudiziaria nasce dalla denuncia di due suoi ex clienti, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Si tratta di due dei condannati per la strage di Alcamo Marina, poi assolti, dopo 30 anni, grazie ad un processo di revisione, da tutte le accuse. Avevano denunciato di avere subito pressioni dal loro difensore affinché sottoscrivessero un contratto che prevedeva una quota della misura del 30% della somma che sarebbe stata liquidata all’esito della sentenza e il pagamento di un milione di euro in caso di recesso. Per gli inquirenti il legale avrebbe minacciato di non presentarsi in aula, nell’udienza finale, con gravi ripercussioni per i suoi assistiti che da oltre 30 anni attendevano la revisione. Ferrantelli e Santangelo non avrebbero ceduto alle pressioni decidendo di affidarsi alla fine all’avv. Baldassare Lauria, che aveva già assistito un loro coimputato, Giuseppe Gulotta. Lo Presti, dal canto suo, ha sempre sostenuto di avere affrontato tutte le spese nel corso del lungo percorso processuale per arrivare a ottenere la revisione del processo, resa possibile dalle rivelazioni di un brigadiere dei carabinieri, Renato Olino, il quale fece riaprire le indagini sugli imputati della strage della casermetta, che si addossarono tutte le colpe a seguito di gravissime torture.

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