La mafia delle strategie economiche. Il pm chiede sorveglianza speciale e confisca dei beni per l’imprenditore Vito Tarantolo.

Pubblicato: giovedì, 22 gennaio 2015
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114736312-c2d19205-6e56-46a4-becf-41af926f6b91C’è una mafia per così dire “operativa”, militare, capace di uccidere e far stragi, ma c’è anche la mafia organizzata per penetrare il tessuto economico, quella mafia che convive con la politica e che foraggia la corruzione. La Cosa nostra “segreta” di Matteo Messina Denaro, fatta da colletti bianchi, da uomini d’onore affiliati senza tanti riti e senza punciute. Uno dei punti di riferimento di questa strategia tra mafia ed economia la Procura di Trapani lo ha individuato nell’imprenditore Vito Tarantolo, per il quale a conclusione di un procedimento per l’applicazione della misura di prevenzione, il pm Andrea Tarondo ha chiesto l’applicazione della sorveglianza speciale e la confisca dei beni. Grazie a imprenditori del calibro di Tarantolo sul finire degli anni 80 e i primi degli anni ’90, Cosa Nostra trapanese è passata da un ruolo quasi secondario di accettazione, di imposizione, di guardianìa, di assunzioni, a quello di controllo egemonico con lo sviluppo della strategia “corleonese” affidata al capo mafia Vincenzo Virga che grazie a Tarantolo “pretenderà sempre di più di controllare direttamente l'attività economica e i lavori pubblici”.

“E’ il caso, per esempio, della famosa galleria di Favignana e il relativo appalto”. Ma al centro degli interessi c’era anche l'imprenditoria privata. Gli anni 80/90 furono gli anni del “sacco trapanese”, dello sviluppo urbanistico, disordinato dal punto di vista ambientale, ma “ordinato per le regole feree imposte da Cosa nostra”.

“Le decisioni – ha rimarcato il pm - avvenivano nell'ambito dei comitati di affari trapanesi dove siedevano mafiosi, politici e imprenditori e si traducevano in scelte amministrative, sotto il controllo di un regime mafioso, con una cinghia di trasmissione che funzionava perfettamente fra decisioni mafiose, corruttela e gestione degli appalti pubblici, che determinava attraverso i sistemi di gara da attuarsi e l'impresa che doveva aggiudicarsi i lavori, e se non ci si poteva mettere d’accordo prima si prendeva la busta del soggetto che doveva vincere, la si cambiava, la si mutava inserendo il valore e l'offerta che consentiva l'aggiudicazione”.

Una mafia prevaricatrice “che non consentiva uno sviluppo imprenditoriale secondo le regole della libera concorrenza, ma che imponeva a tutti i soggetti imprenditoriali di inserirsi nell'ambito di un circuito mafioso che contemplava ovviamente anche una parte di utile riservato ai soggetti pubblici di riferimento, ai soggetti politici, ai pubblici funzionari che venivano autonomamente corrotti…e alla mafia si pagava la quota associativa, niente pizzo, ma una quota di partecipazione per accedere al rapporto sinergico tra mafia ed appalti, tra mafia e lavori pubblici”.

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