Facciamo l’amore – intervista a Ignazio La Colla

Pubblicato: domenica, 25 maggio 2014
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ImmagineDi Milena Vesco ALCAMO. Facciamo l’amore, è inutile procrastinare, magari giochiamo al dottore ma basta parlare, facciamo l’amore... vi dice niente?È il ritornello del singolo “Facciamo l’amore” del cantautore alcamese Ignazio La Colla, una canzone pop leggera con un’impronta reggae che la rende fresca ed estiva. Facciamo l’amore sta facendo parlare di se soprattutto grazie alla sua irriverenza e al video, girato ad Alcamo Marina (https://www.youtube.com/watch?v=5w0zygkM8MI).

-Come è nata la tua passione?

Da piccolo passavo il tempo ascoltando i vinili dei miei genitori: il mio gioco era prenderne uno, metterlo, ascoltarlo, graffiarlo, toglierlo, metterne un altro, ascoltarlo, graffiarlo e via discorrendo. Sono cresciuto con un repertorio che variava da Raffaella Carrà ai Led Zeppelin.

-Hai mai studiato musica?

No, e non me ne vanto. Sono una persona molto pigra che fa fatica a concentrarsi più di quindici minuti su una cosa. Per me studiare musica in maniera convenzionale avrebbe significato cominciare a detestarla, a meno che se per studio non intendiamo l’ascolto di migliaia e migliaia di dischi. Da sempre mi viene naturale imparare tutto delle canzoni: tutti gli strumenti, tutti i suoni. Quando ero piccolo imparavo canzoni in inglese con la pronuncia uguale, ma in realtà imparavo solo i suoni fino a saperli riprodurre perfettamente. Chiedendo ad amici ho imparato qualche accordo di chitarra e mio padre mi ha insegnato a strimpellare il piano per poter avere una base su cui comporre.

-Com’è cambiato il tuo genere in questo nuovo ep?

Ognuno di noi, che sia “artista” o no, fa un percorso e, come diceva un grande batterista, “per crearti uno stile devi sudare sette camicie”. La riconoscibilità è la cosa più difficile. Essenzialmente questo nuovo genere è sempre pop, mi sono mantenuto sull’orecchiabile e il facile da ricordare. Ciò che ho fatto di nuovo è stato alleggerire la musica dalla restrizione del gruppo. Cioè, quando sei con un gruppo sei costretto ad utilizzare determinati strumenti, invece con questo disco ho potuto avere una scelta più vasta. Il gruppo continua alla grande, ma più che altro è conosciuto per i live dove qualcuno ci chiama per fare divertire perciò non possiamo fare inediti, ma ciò che la gente può cantare. Per questi motivi ho scelto altri musicisti in base ai miei gusti. In venti anni di “carriera” ho conosciuto tanta gente che suona bene, anche siciliani, e io volevo fare una cosa essenzialmente siciliana.

-Perché?

Perché sono convinto che qua ci siano tanti che sanno fare il proprio mestiere, solo che la realtà in cui vivono non gli permette di farlo diventare una professione. Ogni popolo ha una sua cultura. Nel catanese, per esempio, c’è più apertura musicale, la gente va nei locali per ascoltare i tuoi pezzi, perché sono proiettati verso roba nuova e inedita. Nella Sicilia occidentale, non ti so dire perché, siamo maldisposti per l’apertura alla cultura in genere. La gente va nei pub per rilassarsi, non per ascoltare pezzi inediti. Ed è giusto che sia così. Se dobbiamo cambiare qualcosa questo deve partire da voi giovani, la mia generazione non ha questo entusiasmo interno del “se vuoi farlo lo puoi fare”. Forse è arrivato il momento di credere che “la potenza di una cosa sta nel cominciare a farla”. La differenza tra uno scrittore professionista e uno scrittore non professionista è che lo scrittore professionista ha continuato a provare. Non mi considero un artista ma quello che faccio è l’espressione di quello che voglio fare e, anche se forse non sarà mai una professione ben retribuita, io mi considero già uno scrittore di canzoni professionista.

-Cosa comporterebbe lasciare il tuo lavoro di insegnante per dedicarti solo alla musica?

Comporterebbe un abbandono della musica. Professionismo per me non significa “poterci campare”. Amo una cosa fino a quando non sono costretto a farla. Se scrivessi musica per campare ci sarebbe il rischio di vederla solo sotto l’aspetto economico, perdendo tutta la creatività. Diventerebbe stressante e pieno di costrizioni. Però, se qualcuno mi offrisse di entrare in un giro davvero grande, forse sarebbe diverso, perché respirerei un’aria diversa da quella che può darmi una cittadina come Alcamo, respirerei nuove idee. “Le canzoni nascono da sole, vengono fuori già con le parole”, diceva Vasco Rossi, e c’è una grande verità in questo. Le canzoni e tutte le idee del genere umano sono già nell’aria. La Gioconda era nell’aria, Leonardo ha avuto la sensibilità di carpirla e metterla su tela.

-Questo non annulla l’originalità?

La chiamerei creatività, non originalità. Da quando si fa arte tutto è stato una rivisitazione del passato, niente è stato completamente nuovo e originale. La creatività è la capacità di ricevere informazioni, mangiarle e rivomitarle attraverso la tua sensibilità. Mi piace paragonare l’artista all’ape: prende da tanti fiori (tutti gli stimoli che gli arrivano nel cervello) e poi ha la capacità inconsapevole di far venir fuori il miele (un’arte che è la rivisitazione di quegli stimoli). La capacità di creare dal nulla come Dio, non esiste, secondo me. Tutti, dai Led Zeppelin a Michelangelo, hanno studiato, appreso, copiato, sbagliato, imparato, fatto, disfatto, distrutto, costruito e trasformato questo in quello fino a costruire il loro stile. Per chi lo fa non è un sacrificio. Se ascolto tutta la musica del mondo non mi sembra di studiare, mi diverto! Senza entusiasmo diventa un sacrificio. Ma per un artista resta certo che “non puoi sapere dove vai a finire se non sai da dove vieni”. ...perché mi sono perso in questo discorso che non ha nessuna uscita?

-Raccontaci Guaracha, l’ultimo disco. Sei soddisfatto o cambieresti qualcosa?

La falsa modestia è tanto deprecabile quanto la superbia. Il disco è venuto bene e non cambierei niente perché in Guarachaè riflesso tutto quello che sono stato fino ad adesso. Il titolo viene da un vecchio stile di ballo argentino ed era perfetto dal momento che cercavo qualcosa di esotico perché ho sempre imparato dagli artisti che mettono qualcosa di esotico nella loro musica (Sergio Caputo, Vinicio Capossela, Paolo Conte, Francesco De Gregori e tutti questi mostri sacri). Quando li ascoltavo prima di tutto arricchivo il lessico perché è gente che sa quello che dice e lo sa dire nel modo migliore, e poi imparavo cose nuove su mondi diversi dal mio. Quindi mi è piaciuta l’idea di far incuriosire la gente, che comincia a chiedersi “cos’è la Guaracha?” Infatti un qualsiasi progetto artistico ha sempre uno scopo, l’arte fine a se stessa non esiste. Lo scopo dell’arte è quello di indorare la pillola della conoscenza. È lo stesso che cerco di fare con i miei alunni: piantare il seme della curiosità. Un altro elemento importante in Guaracha è l’ironia. Infatti come insegnante ho capito che ciò che fa sorridere è più facile da imparare. Ad esempioho fatto una canzoncina sulle regioni d’Italia che dura 30 secondi, e adesso tutti sono in grado di ripetermi le regioni in 30 secondi. In sostanza, l’apprendimento tramite la musica è una delle cose che amo fare di più.

-Tecnicamente come si costituisce il disco?

È composto da 4 tracce che racchiudono atmosfere di milonga, tango, guaracha (Ti darò il mio cuor), mambo e reggae (Facciamo l’amore) fino allo stile bandistico (Io non pago le tasse, brano uscito l’anno scorso di cui presto spero di realizzare il video, ho già idee molto chiare un po’ fuori dalle righe). E infine c’è Ti saluto ciàcià, che credo sia il brano meno commerciale di tutti, anche se a sentirlo sembra il più commerciale in assoluto. Parla della meschinità non dannosa dell’Italia piccola. Le strofe ritraggono un’Italietta povera di morale e di umanità a livello ideale ma ricca di umanità a livello pratico e reale, presa molto in giro, il tutto alleggerito dal ritornello. L’ironia è sempre stata quell’arma di autodifesa che mi ha concesso di distaccarmi da ciò che faccio. Questa è l’arma che ho usato anche per Io non pago le tasse, dove sono espressi concetti estremamente seri e amari in una forma divertente. In fondo le canzoni sono forme di intrattenimento democratico perché hanno diversi livelli di lettura: puoi sentirle solo come intrattenimento o puoi ascoltarle attentamente per imparare qualcosa. Ad esempio Maracaibo di Lu Colombo racconta una storia molto triste ma nessuno ti direbbe mai che Maracaibo è una canzone triste, perché ci ballano sopra! Sono sempre stato affascinato da questa canzone, mi piacerebbe poter scrivere un pezzo così: intrattenimento, storia triste da sviscerare tra le righe, elementi esotici.

-Come ti vedono i tuoi alunni come cantante?

Sono convinti che io sia famoso! Ogni volta che sono andato ad insegnare in una scuola nuova non ho mai svelato a nessuno la mia “identità segreta”, ma i bambini lo scoprono lo stesso, anche nella scuola di Milano dove non mi conosceva nessuno! Evidentemente erano talmente incuriositi che saranno andati su google o youtube per scoprire qualcosa in più su di me, e la cosa mi fa tanto piacere. È come quando leggi un libro e ti piace talmente tanto che decidi di comprare tutti gli altri libri di quell’autore. -La sceneggiatura di Facciamo l’amore è stata ideata da te? Inizialmente doveva essere tutt’altra cosa, ma non l’ho potuta realizzare per problemi “tecnici”. Mi serviva una protagonista femminile con certi target e non volevo che fosse Irene (la sua fidanzata, nda) o un’altra ragazza della mia vita privata, che scindo sempre con forza dalla mia vita sul palco. Non trovando una buona protagonista, mi è venuta fuori questa idea che è molto più semplice, più facile da eseguire e più divertente.

-Per il video di Io non pago le tasse riproporrai Alcamo come location?

Sì, perché non mi interessa far vedere le bellezze di altri posti, ogni luogo ha una dignità. Tutti si dovrebbero sentire fieri di appartenere alla propria terra come io mi sento fiero di appartenere alla Sicilia (non posso dire di essere solo alcamese, perché mi sento profondamente siciliano). Se faccio un video voglio farti vedere che la mia terra è così nella buona e nella cattiva sorte. Non andrei mai via dalla Sicilia, o meglio “puoi levare il siciliano dalla Sicilia ma non puoi levare la Sicilia dal siciliano”. Io ne sono la prova vivente, ho girato tutta l’Europa ma per me niente è come qua, peccato che a volte non ce ne rendiamo conto. Una buona soluzione sarebbe mandare fuori per 5 anni tutti i ragazzi per imparare come si lavora poi, avendo capito come cambiare le cose dall’interno, farli tornare qua. Noi abbiamo questa tipica “tranquillità siciliana” che io amo, ma c’è anche il momento in cui bisogna lavorare per davvero. Se fossi rimasto in Sicilia non avrei capito come si lavora. Il pesce rosso nella boccia finché non saprà cos’è il mare non capirà che quella che conosce è solo una parte della realtà. Questo è un consiglio che do a tutti: andate a lavorare fuori! Però tornate, cercate di cambiare la vostra realtà, esistono altri modi di pensare! Spero che quattrocento anni dopo la mia morte i miei pro-pro-pro-pro-pronipoti godranno della piccola goccia che ho messo io, unita a quella di tutti gli altri, per un reale cambiamento.

Ignazio mi saluta con molta umiltà e insiste perché scriva che ha fatto caldi complimenti alla giornalista per la sua “professionalità”. Io, invece, rossa in viso ma convinta che “la falsa modestia sia tanto deprecabile quanto la superbia”, vi invito ad ascoltare Guaracha, questo eclettico lavoro di un artista affascinante che, a mio parere, ha saputo mescolare il suo spirito 100% siciliano con un’onda esotica sapendo ben dosare le strofe antipolitiche e la componente di intrattenimento.

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