Historia Alcami: il Monte Bonifato

Intervista ad Ignazio Messana, esperto della Provincia Regionale di Trapani per le risorse locali, impegnato in attività di ricerca studi e promozione del territorio a cura di Pietro Pignatiello e Lidia Milazzo.

Per questa puntata di Historia Alcami, ci spostiamo in uno dei posti più belli del nostro territorio: la montagna. Nonostante la sua imponente presenza sul territorio e la sua bellezza, sono pochi quelli che ne conoscono la storia. Sarà capitato a tutti di fare un pic-nic nell’area attrezzata, all’interno del bosco, che si presenta in tutta la sua bellezza. Eppure, la vegetazione che oggi vediamo è artificiale. La piantumazione, effettuata attorno agli anni trenta, ha comportato dei veri e propri sconvolgimenti della stratigrafia e quasi la distruzione dell’area archeologica che ospitava i resti della vecchia città medievale.

Buongiorno Ignazio. La prima domanda che volevamo porle riguarda proprio la situazione archeologica del Monte Bonifato. Cosa ci può dire a questo proposito?

La situazione archeologica della nostra montagna è stata molto compromessa. La stratigrafia, ovvero quel processo che permettere la lettura a strati del terreno, come se esso fosse un libro, è stata completamente distrutta. La piantumazione, iniziata intorno agli anni trenta, è stata effettuata in maniera selvaggia, creando delle grandi buche e quindi provocando dei dissesti al terreno che hanno rimescolato e confuso la collocazione cronologica dei reperti.

Cosa possiamo dire del vecchio abitato in cima al monte?

Innanzitutto dovremmo distinguere tra i vari abitati susseguitisi in ordine temporale. I principali insediamenti sono due: quello del periodo elimo, risalente al VII-VI secolo a.C. e quello del periodo medievale. Del secondo ci restano la porta della Regina, accesso alla città murata, il Castello, la cisterna d’acqua conosciuta come la “funtanazza”(edificio pubblico all’esterno della città murata) ed altre cisterne più piccole (oggi collocate all’interno del bosco, ma integrate in passato all’interno della struttura cittadina), la cortina muraria e le due torri (n.d.r. non si tratta della torre del Castello in cima al monte). Vorrei aggiungere che il Monte Bonifato è stato frequentato sin dalla preistoria; durante le mie ricerche ho infatti ritrovato alcune punte in selce che venivano utilizzate per la caccia. Altro esempio è anche l’ascia levigata in granito dell’Età del Bronzo .

Partiamo in ordine cronologico, parliamo degli Elimi.

Grazie ai nostri fossili guida, ai frammenti ceramici che affiorano numerosi in superficie, possiamo ipotizzare che tutta l’area sommitale del Bonifato era occupata, in età arcaica (VII-VI sec. a.C.), dagli Elimi, popolo misterioso che ci affascina, probabilmente perché ancora oggi conosciamo ben poco a riguardo.

L’importanza che l’insediamento ha avuto, ad iniziare dalle fasi finali della preistoria, appare evidente. Le abbondanti ceramiche  a decorazione incisa o impressa, del tipo di S. Angelo Muxaro, che riporta elementi geometrici di colore arancio, rosso e/o marrone  e le necropoli ubicate nelle c/de Funtanazza, Mazzone, Carrubbazzi e Tre Noci, sono una palese testimonianza della presenza di questa popolazione.

I rari reperti di epoca classica suggeriscono l’abbandono del borgo sul Bonifato nel corso del V sec. a.C.. Le ragioni dell’improvviso tramonto di Monte Bonifato, ma anche di Monte Pietroso e Monte Ferricini (città che rientravano nell’ambito politico di Segesta), verso la fine del V sec. a.C., sono da ricercare negli eventi storici del 410 a.C., come ha ricordato Diodoro (XIII, 44, 3). I Selinuntini, che a quel tempo erano prosperi e la cui città era sovrappopolata, avevano i Segestani in disprezzo; per tale ragione, per prima cosa spiegandosi in ordine di battaglia, devastarono il territorio confinante, dal momento che le loro forze erano di gran lunga superiori.

Com’era strutturata, invece,  la cittadella medievale?

Era una cittadella fortificata, con la presenza di mura e torri. L’area occupata era di circa 16 ettari nel suo periodo di maggiore estensione. Le case erano disposte lungo un asse Est-Ovest e avevano una struttura unicellulare, con un unico ingresso luce, corrispondente alla sola porta; non vi erano finestre e la struttura era costruita in pietra a secco locale grezza. Le mura, nel loro percorso, risalivano i versanti della montagna e andavano a ricongiungersi al Castello in cima.

L’ingresso alla città era costituito da quella che oggi chiamiamo “porta della Regina”. Malgrado l’assenza di torri in prossimità della porta, la difesa era garantita da un notevole dislivello del terreno che aumentava l’efficacia del tiro piombante (per maggiori informazioni guarda questo articolo) contro eventuali assalitori. Nei pressi di questa porta furono ritrovate alcune monete, tra queste anche una d’argento risalente al periodo di Federico III D’Aragona, il quale tentò di ripopolare nel 1332 la vecchia cittadella esistente, ma già al tempo abbandonata.

Quindi possiamo parlare di diversi momenti di popolamento sul Bonifato…

In estrema sintesi i primi documenti che attestano l’esistenza di un villaggio medievale sul Monte consistono nell’elenco dei possedimenti della Chiesa di Monreale del 1182, dove vi era una divisa terrarum duane que sunt in partibus benefati, e sunt in manibus homines benefati. Nei primi anni del XIII secolo, inoltre,  il geografo arabo Yaqùt, cita Bùnifat (Bonifato), come un centro abitato dell’interno della Sicilia.

É attualmente difficile stabilire, come ed esattamente quando venne costruito il borgo. Appare comunque improbabile che motivi difensivi abbiano generato un arroccamento durante il X secolo. E’ più facile pensare che sia stato l’arrivo dei cavalieri normanni a causare una tumultuosa serie di cambiamenti, esplosi violentemente in epoca sveva, e a spingere la popolazione a salire sul monte.

I risultati della Scuola Normale di Pisa, intrapresi ad Entella negli anni ’90, evidenziano un incremento, verso la fine del XII secolo, della superficie occupata da un insediamento, dovuto probabilmente ad un afflusso di musulmani che, abbandonando i casali, tendevano a concentrarsi e raggrupparsi in siti di altura, per difendersi meglio e con più forze. É da questo momento che il borgo fortificato sul Bonifato comincerà ad espandersi fino ad occupare un’area di 16 ettari di superficie, nei primi anni del XIII secolo.

Nel 1222 Federico II prepara e concretizza l’attacco contro i rivoltosi musulmani arroccati sulle montagne della Sicilia occidentale. Le fonti storiche del XIII secolo non ci informano degli eventi drammatici che videro coinvolti gli abitanti di Bùnifat e ne determinarono la sua distruzione. Questa contingenza storica rimane senza documenti, avvolta nel mistero e in un coacervo di congetture. La rivolta si concluderà venti anni dopo ed i superstiti deportati a Lucera.

Nel 1332 Federico III tenta di ripopolare il sito, ma la costruzione del Castello dei Conti di Modica incentiverà il trasferimento della popolazione ai piedi del Monte dove già sorgeva uno dei maggiori casali musulmani, Alqamah, che dal XIV secolo diventerà l’unico insediamento di tutto il territorio. Nei secoli successivi il Bonifato continua ad essere frequentato soprattutto come luogo di villeggiatura, (n.d.r. documentato dal Tornamira e da I. De Blasi).

La strada che siamo abituati a fare per giungere in cima è la stessa che facevano nel Medioevo?

Nell’ufficio tecnico del Comune di Alcamo si trova un elenco delle ex regie trazzere che attraversano la città e che offrono garanzia di remota antichità. Tra queste, la R.T. 486 Spiazzo Madonna delle Grazie-S.S. Salvatore-Chiesa Madonna dell’Alto, con biforcazione Spiazzo Balatelle. E’ questa la più antica mulattiera, documentata, che raggiungeva l’area sommitale del Bonifato. Questa trazzera, in origine, era la prosecuzione di altre due trazzere che dalla costa si inoltravano verso l’interno: la 409 (Tonnara Magazzinazzi-Alcamo) e la 108 (Rocca di Calatubo-Alcamo) che raggiungevano Alcamo e continuavano lungo le attuali vie: S.S. Salvatore e via per Monte Bonifato (acchianata Firraredda). Le due mulattiere convergevano in c/da Falde Montagna e proseguivano lungo un violu dalla pendenza molto accentuata, l’accurzu, (tagliava i tornanti di oggi) sino a raggiungere la cima del Monte. Le moderne vie per la montagna, quindi seguono, in parte, gli originari tracciati, ampliati, ridisegnati e asfaltati. Ma altri antichissimi sentieri, oggi abbandonati, sono nascosti tra la vegetazione.

Uno sicuramente importante, perché collegava i due siti indigeni di Monte Bonifato e Segesta, avvalorato dai reperti archeologici, era quello che passava dalla Portella della Fastuchera e Poggio Fegotto.

Un violo collega la sommità del Monte con la “trazzera di li rocchi caruti”, in c/da S. Nicola, alle spalle del Bonifato ricco bacino frumentario.

Una, tra le prime strade carrozzabili, è stata quella che dall’acchianata Firraredda, dopo avere attraversato la val di coniglio (Badda cunigghiu) – torrente Balatelle, continuava lungo il versante occidentale del Monte, sino a raggiungere la Funtanazza. Oggi Monte Bonifato è una riserva e un sito di importanza comunitaria e scopriamo che la vera truvatura è il Monte stesso, ancora così poco conosciuto e sottostimato, ma dalle enormi potenzialità.

Usiamo con disinvoltura un nome conosciuto da tutti: Monte Bonifato. Che origini ha?

Non abbiamo alcuna notizia per poter definire il nome di età elima. Sull’origine del nome Bonifato si sono espressi alcuni autorevoli studiosi del passato. Il poeta Sebastiano Bagolino per i buoni seminativi indica bonum satum; lo storico Ignazio De Blasi, per la fertilità del terreno e per la presenza di rocce pregiate, ricchissime di fossili fa riferimento al travertino e al rosso bonifato.

Mi consenta una digressione…

… prego…

… desideravo sottolineare l’importanza del travertino oltre al suo naturale impiego come materiale da costruzione anche e soprattutto per avere restituito una fauna fossilizzata mai conosciuta prima: la tartaruga gigante, in aggiunta all’elefante di taglia ridotta.

Nel 595 il Papa affida la gestione della Ecclesia carinensis al Vescovo Bonifato di Reggio Calabria. Sarà stato lo stesso, i cui interessi economici abbracciavano anche l’odierna Alcamo, a dare il suo nome al nostro Monte?

Pochi anni dopo, tra i vescovi della chiesa di Carini, è documentato, nel 602, un Vescovo di nome Barbaro e a Calatafimi-Segesta si trova un monte chiamato Barbaro. Durante il periodo bizantino il Vescovo era l’uomo più potente della città ed era a capo di immense proprietà fondiarie. Pertanto ritengo plausibile questa mia ipotesi.

CONDIVIDI
Commenti Facebook
Articolo precedenteTrapani, Presentata l’esposizione “Pacem in Maris”
Articolo successivo“Il Trapani Calcio incontra la scuola”