51 milioni di euro sequestrati a Cosa nostra

Pubblicato: venerdì, 6 dicembre 2013
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TRAPANI. I soldi al boss Matteo Messina Denaro, magistratura e forze dell’ordine adesso sono andati a prenderli fin dentro la casa del boss a Castelvetrano.

Un sequestro da 51 milioni di euro. La parte più consistente del sequestro, 50 milioni di euro, ha colpito l’hlding commerciale palermitana dei fratelli Niceta, negozi di abbigliamento e gioiellerie, immobili, conti correnti. Un milione di euro sono satti sottrratti a Francesco e Maria Guattadauro, nipoti del boss latitante Messina Denaro, figli di Rosalia Messina denaro e di Filippo Guattadauro. Negozi intestati ai Niceta che loro, i Guttadauro, gestivano nei centri commerciali Belicittà e La Fontana di Castelvetrano e Borgetto.

I provvedimenti sono stati emessi dai Tribunali delle misure di prevenzione di Palermo e Trapani. Ad operare sono stati i Ros dei carabinieri, i finanzieri del gico e i poliziotti della Divisione Anticrimine della Questura di Trapani. Indagini tra Palermo e Trapani. Non è un caso. Perché le indagini dimostrano che le cosche di Messina Denaro siono in grado di scavalcare i confinti geografici delle province siciliane. Matteo Messina Denaro è il capo in queste zone, zone dove si trovano ricche casseforti come quelle dei Niceta. Gli imprenditori recitavano la parte dei taglieggiati e invece con i mafiosi avrebbero grande familiarità.

Sin dagli anni '80 quando a capo dell’impero imprenditoriale c’era Mario Niceta, che adesso ha passato ogni cosa nelle mani dei figli, Massimo, Piero e Olimpia. In queste aziende regeva la regola delle intestazioni fittizie e degli investimenti con i soldi della mafia. A tradire ogni cosa, pizzini e intercettazioni. Filippo Guttadauro che manda gli auguri ai Niceta, Matteo Messina Denaro che ringrazia i boss Lo Piccolo per avere aiutato Massimo. A legare Niceta e Messina Denaro, pare anche un delitto del 1985: quello dell’ex presidente del Palermo Roberto Parisi, ammazzato a Mondello ma per affari trapanesi. Gestiva un impianto di itticoltura nelle saline dello stagnone. Un contrasto con mario Niceta suo socio, sarebbe stata la causa della sua morte, ha raccontato in alcuni verbali massimo Ciancimino. Poi ci sono le accuse di altri pentiti come Cannella, Grigoli e Siino. I Niceta insomma non sarebbero stati taglieggiati, ma soci dei mafiosi.

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