Trattativa tra lo Stato e la mafia: primo teste è Germanà

Pubblicato: giovedì, 17 ottobre 2013
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Sfuggì ad un attentato di mafia nel 1992, adesso nei retroscena spunta Mannino e un prefetto fin troppo curioso

La Corte di Assise di Palermo lo ha convocato in aula come testimone per il prossimo 24 ottobre. Il questore di Piacenza Rino Germanà sarà tra i primi testi, assieme a Susanna Lima, figlia dell’eurodeputato Salvo ucciso nel marzo 1992, nel processo sulla “trattativa” tra lo Stato e la mafia. Da investigatore, nel pieno di indagini in corso si sentì chiamare da suoi superiori al Viminale, per sapere cosa stesse facendo, ma anche dallo stesso indagato “eccellente” del tempo al quale si stava interessando per sentirsi dire che era meglio che lasciasse perdere ogni interesse investigativo su di lui. Siamo nel 1992. Paolo Borsellino era procuratore aggiunto di Palermo, Germanà guidava la Criminalpol siciliana. Dopo quei due “strani” contatti si vide improvvisamente trasferito a dirigere il commissariato di mazara. C’era già stato a Mazara, sempre da commissario, poi aveva fatto carriera, era andato a guidare la Squadra Mobile di Trapani, successivamente la nomina ad altri incarichi fino alla Criminalpol. Quella nomina a Mazara costituiva un “misterioso” passo indietro. A poche settimane dal suo insediamento si trovò inseguito sul lungomare di Mazara da un super commando mafioso, composto da Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano. Volevano ucciderlo lui riuscì a salvarsi perché Germanà non è una persona qualsiasi. E’ stato lesto nello scoprire il tranello, ha sparato e reagito ai killer, si è salvato gettandosi in acqua, aiutato anche da alcuni bagnanti. Era il 14 settembre 1992. Poche ore dopo l’agguato si ritrovò abbracciato dall’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, per lui scattò un piano di sicurezza, divieto di tornare in Sicilia, e un posto quale dirigente del commissariato di Polizia all’aeroporto di Bologna. Germanà che era ed è una delle menti più eccellenti nel campo della lotta alla mafia, da allora si è dovuto tenere a distanza dalle indagini antimafia. Cosa nostra vinse lo stesso anche se non era riuscita nell’intento di ucciderlo.

Cosa c’entra la sua testimonianza nel processo in corso a Palermo sulla “trattativa”? C’entra perché in quello che a lui è capitato c’è l’impronta marcata di un “patto” tra pezzi dello Stato e della mafia. Si occupava di indagini su mafia, politica, massoneria Germanà, si occupava di indagini sui flussi finanziari che riguardavano la mafia e le banche vicine alla mafia . Un comune denominatore delle sue tante indagini era stato, tra gli altri, tal notaio Pietro Ferraro, nome ricorrente nelle indagini tra mafia, massoneria e politica. Ferraro che, così per dire di che si tratti, è socio nel villaggio turistico Kartibubbo costruito a Campobello di Mazara dal latitante Vito Roberto Palazzolo, o ancora lo si ritrova a fare da anello di collegamento con mafiosi mazaresi, oppure indicato come il personaggio che telefonò al presidente della Corte di Assise di Palermo, Salvatore Scaduti, raccomandando “a nome di un politico democristiano di area manniniana ma trombato”, gli imputati del processo per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Ecco Germanà su incarico di Borsellino si stava occupando proprio di questo. La sua testimonianza è finita nel fascicolo che riguarda l’ex ministro Calogero Mannino, indagato per minaccia a corpo dello Stato.. Germanà indagando su incarico di Paolo Borsellino non impiegò molto tempo a capire chi era il politico che si interessava al processo dove Scaduti era presidente, si trattava di Vincenzo Inzerillo, ex segretario particolare del ministro della Difesa Ruffini, poi schieratosi sotto l’ala di Lillo Mannino. Inzerillo e Mannino per altri fatti furono arrestati a distanza di poco tempo da quell’attentato ma per altri fatti ovviamente, nel 1995. Mannino è uscito assolto, Inzerillo è ora in cella a scontare una condanna a 5 anni e 4 mesi. Mentre indagava sui due politici Germanà fu chiamato a Roma, al Viminale: il prefetto Luigi Rossi, capo della Criminalpol, vice capo della Polizia, gli chiese di quelle indagini. Non ottenne nulla se non generiche informazioni, non poteva far altro Germanà che stava svolgendo l’inchiesta come ufficiale di pg. Poche settimane dopo quell’incontro fu l’allora ministro Mannino a farsi direttamente avanti, lo contattò prima attraverso un suo parente e poi direttamente, lo vuole incontrare, ma Germanà rifiutò. Poche settimane ancora e dal Viminale arrivò il trasferimento di Germanà, l’ordine fu quello di tornare a Mazara, a dirigere il commissariato che era rimasto vacante. Il fascicolo con le indagini su Inzerillo e Mannino però non lo potè portare appresso. Erano giorni terribili, a Mazara giravano indisturbati i mafiosi più pericolosi, anche quelli che Germanà anni prima aveva denunciato e fatto arrestare. Mazara è un concentrato incredibile di connessioni tra mafia e massoneria, il notaio Ferraro e il senatore Inzerillo sono di casa. Quest’ultimo addirittura avrebbe partecipato ad un summit con Matteo Messina Denaro come racconterà il pentito Sinacori. Sono i giorni d’estate segnati dalle stragi e il 14 settembre 1992 divenne il giorno scelto dalla mafia per uccidere Germanà, l’ordine che Totò Riina impartì fu chiaro, lo riferiscono i pentiti, “levatevi tutte le spine”, e il vice questore era una “spina”.

Il Viminale in quel 1992 era molto attento a quello che accadeva in Sicilia. Non tanto per capire come la mafia aveva lanciato il suo attacco stragista allo Stato, ma come gli investigatori e gli inquirenti si stavano occupando di dare la caccia ai mafiosi e ai loro complici. L’allora vice prefetto Ninni Sinesio, vicinissimo al ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri sin da quando questa era prefetto di Catania, e dirottato due anni addietro dal Viminale, dove guidava la segreteria tecnico del ministro (sempre Cancellieri), al Dap come commissario dell’emergenza carceri, e che in quel 1992 era ai vertici dell’alto commissariato per la lotta alla mafia, pare abbia passato molto tempo a bussare alle porte di magistrati e investigatori per capire su cosa stava indagando Borsellino nel frattempo ucciso nella strage di via D’Amelio. Sinesio è stato sfiorato ma mai toccato da indagini, salvaguradando la sua figura di integerrimo uomo delle istituzioni, nei processi dove è stato presente è stato sentito sempre come teste: venne ascoltato ne dibattimento contro il numero due del Sisde Bruno Contrada. Indirettamente sarebbe stato proprio Sinesio a fargli sapere del suo imminente arresto. Nel processo il prefetto spiegò che aveva riferito la notizia al suo diretto superiore dell’epoca e quindi ha potuto dimostrare che non era lui la “gola profonda”.

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