Il marciapiede di Popò 5 – Il sogno

Pubblicato: mercoledì, 22 maggio 2013
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La mattina comincia in modo inconsueto davanti al marciapiede di Popò. Strani tizi, capelloni, donne vestite di bianco e un furgone del Comune che si mette stranamente di buona lena a pulire la piazzetta di fronte a casa. Mah! Un dispiegamento di forze e un’attività decisamente insolita, c’è pure un imbianchino che allatta i muretti a giro, una cura che non si vede dai tempi del… anzi, veramente non s’è mai vista, la finitura dei muretti è ancora quella originale di quando è stata realizzata la piazza, qualche anno fa. Popò guarda stranito affacciandosi dalla porta-persiana al pian terreno di casa sua, contemplando il movimento attorno al giardino pubblico di fronte a sé.

Come fa ogni mattina, si dispone a portare fuori sull’ampio marciapiede antistante la sua sedia preferita, una semplice seduta fatta di strisce di plastica colorate, tese sul leggero telaio in allumino. Oggi fa caldo, c’è vento, ma vale la pena di capire dove andranno a parare questi imbianchini e a cosa servirà il gazebo che cominciano a montare vicino al muro. Oggi c’è spettacolo per i vicini pensionati del luogo che, ognuno con la propria sedia, faranno capannello sullo spazioso marciapiede. Presto infatti arriva il vecchio zù Turiddu, detto ‘u Picciuni, che brontola per il baccano in strada. “Quello viene dall’autobotte nella stradina di Santino”, lo informa Popò. “La colpa è del Comune che acqua non ne manda”, risponde pronto Turiddu, che ha trovato un altro obiettivo per le sue lamentele. Vedono passare Santino che è impegnato e fa un gesto con la mano: li raggiungerà dopo. Ma Popò non è preoccupato, non rimarrà tutta la mattina ad ascoltare le lagnanze del vecchio zù Turì, presto arriveranno gli altri habitué a schierarsi seduti in fila sul marciapiede, rivolgendo lo sguardo verso la piazza. Arriva, infatti per primo, Petro l’Americano, “ma che happen? Chi succedi?”, domanda nel suo tipico slang misto siculo-merricano, “chi camma, ‘u president?”. Non ha tutti i torti a domandarlo, pensa Popò, sembrano le pulizie che si fanno in Italia prima dei grandi eventi – per fare capire agli uomini al potere che le cose nei piccoli centri funzionano a meraviglia. Come se quelli stessi non sapessero come vanno le cose in realtà, oppure facendo finta di non saperle in una colossale presa per i fondelli collettiva. Intanto si sono seduti Nanà Viola e Vito lu Pirollu, disponendo le sedie di fianco. Per ultimo, come di consueto, li raggiunge don Minzione, accompagnato dalla sua pancia, naturalmente.

“Mi hanno detto”, esordisce don Minzione con aria d’importanza, “che devono dipingere il muro della piazza”. “Ma che è di nuovo, che è di nuovo?” domanda Nanà che ripete spesso le cose due volte come rafforzativo. “Stavolta la fanno dalla parte di fuori”, sorride compiaciuto il Don per potere sfoggiare con i compari le notizie che ha avuto di terza mano dalla signorina Nardina, la donna delle pulizie di cui può vantare i servigi. In effetti, Popò si accorge che tutte quelle persone che stanno suddividendosi gli spazi non sono degli imbianchini, ma si apprestano a delle vere e proprie pitture: tracciano sul muro col carboncino dei disegni, anche elaborati. Volti ancora difficili da decifrare, alberi, figure intere, i mattoni di un muro, due grandi mani. Chissà che vogliono dire. “Ma che mi rappresentano?”, domanda. “Secondo me…”, comincia Don Minzione; poi si ferma, si spinge in avanti sulla sedia, stringe gli occhi come a penetrare le immagini o le menti dei pittori per carpirne i reconditi intendimenti, infine sentenzia: “Artisti”, accompagnando le parole ad un movimento della mano destra, come a dire “pazzerelli”. Rimangono in silenzio ad osservare i gesti degli attori ad una cinquantina di metri di distanza.

Arrivano due gruppi di ragazzi con insegnanti, si sdraiano a terra, prendono colori, tingono tele e pannelli, imbrattano per terra, si sporcano e si dannano, si insultano e poi si rimettono al lavoro di lena, colorano l’atmosfera altrimenti grigia attorno ai pensionati. “A me mi pare come quando camma lu president”, riprende Pietro l’Americano, “ai rimembro ‘na vota chi lu president…”. “Non è per il presidente”, lo stoppa Popò, “però certo c’è una manifestazione”. Finalmente un manifesto viene posto davanti ai lavoranti e alle loro opere che stanno prendendo forma e colore. Tre giorni per la legalità dice il cartellone con tanto di foto di Falcone e Borsellino. Ah, allora per quello. Si capiscono così quelle pitture: due mani che tengono un alberello e la sua terra, un enorme volto di bambino-Giovanni, un muro con scritto MAFIA sfondato, i volti di padre Puglisi, Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, la folla che non dimentica i suoi morti, le idee che non smettono di circolare, i ragazzi contro la mafia, l’uomo che rinnega la sua metà malvagia.

Rimarranno come segno forte su quel muro, proprio di fronte al marciapiede di Popò, sono le immagini lasciate dagli artisti capelloni, con gli orecchini ma un grande sogno: che lui ogni mattina appena sveglio le guarderà e non potrà più pensare che nessuno fa niente.

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