Il Diario di Elena – Talete e l’arché

Pubblicato: mercoledì, 28 novembre 2012
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Sembra strano che un padre si metta a leggere di nascosto il diario della figlia? Si sa che il diario è uno sfogo e come tale deve rimanere segreto. Altrimenti lo sfogo non sarebbe più libero, ma si trasformerebbe in funzione del lettore, come tutto ciò che è destinato a essere pubblicato.

Questo è il motivo che m’induce a non dichiarare ad Elena che qualche volta mi approprio del suo quadernetto, non tanto per spiare le sue mosse e i comportamenti dei suoi amici, seppure un po’ di curiosità è lecita da parte di un genitore, quanto piuttosto affascinato dal modo di scrivere pieno di neologismi e di termini gergali adolescenziali. La lingua, infatti, lungi dal dover essere cristallizzata, sfugge al controllo cruscaiolo o, peggio, razionalizzante dei grammatici, come Runco Anciddaro sfugge (scusate il dialettismo, ma il nome di tale pesce è più bello e descrittivo in siciliano, piuttosto che in italiano, Gronco, o in latino Conger conger). È quindi interessante seguirne la libera sperimentazione, della lingua italiana intendo, cercando di carpirne le possibili evoluzioni, fermo restando che la maggior parte di tali neologismi avranno brevissima sorte.

Così approfitto della lezione di danza di Elena per attingere ancora ai suoi pensieri segreti. Vado più indietro nel tempo, quasi all’inizio del quadernetto… “Martedì mattina. Federica mi zanzara nell’orecchio le sue smanie amorose, Lollodiqualollodilà, mentre un’apparizione alla porta della nostra cella-aula merluzza tutti: una neoprof! Una specie in via di estinzione, non se ne vedevano in giro dall’elementare, che entra sorridente e salutante. Negli ultimi anni non si è mai presentato nessun insegnante che non fosse Matusalemme. Questa è giovane, scuretta, lisciata, segni particolari occhi truccati pesanti effetto smokey eyes permanente. “Sono la professoressa Marrone, la vostra nuova insegnante di filosofia”. “Guardi che ha sbagliato aula”, sillaba sardonico il Pleistocene, “la nostra insegnante di filosofia è la Calamia”. Lei, nevermind, posa il malloppo di fogli sull’altare-cattedra, poi si gira nel parlottio e spara la bomba: “C’è un cambiamento di programma, per tutto l’anno rimarrò io con voi, la professoressa Calamia è stata dirottata su altri corsi”. E sorride. “Mio padre si farà sentire, è una decisione presa senza il parere dei Rappresentanti” balbetta il Pleistocene. Noialtri ci sottecchiamo attendisti. Solite presentazioni, nomecognomequalemateriatipiacequalihobbyhaiprogettifuturi, mentre riparte la chiacchiera, Fede riprende il suo Lollodiqualollodilà, il Ghiro mi fa bersaglio per palledicarta nel tentativo di ottenere almeno un vaffa, Carla la ciarla e Giada cinguettano infinite nel banco davanti, gli altri ammazzano il tempo in ordine sparso, chi con il cellulare su Fb o al gioco Drag Racing, lo capisci perché piegano alternativamente la testa a destra e sinistra di scatto guardando sotto il banco. Alla fine blatera della nuova materia, di un tizio che camminando con la testa in aria era caduto in un pozzo e di una giovane ragazza tracia che lo sfotteva. “Almeno se l’è trombata?” commenta a mezzavoce Davide, il birichino della classe. “Perché così la storia non ha sugo” insiste. “Infatti l’episodio viene riportato da filosofi successivi”, non si scompone Smokeyes Orecchiofino, “in particolare da Platone, per spiegare che i veri filosofi non tengono conto di ciò che val poco o nulla, ma dirigono il loro pensiero alla ricerca delle verità nascoste. Non per raccontare le storie d’amore del protagonista”. Quindi attacca con un altro episodio sul tizio, che si scopre chiamarsi Talete, di come per dimostrare l’utilità anche pratica della sapienza filosofica, prevedendo una buona produzione di olive, avrebbe affittato assai per tempo tutti i frantoi della sua polis, Mileto, per poi subaffittarli a prezzi più alti, guadagnando. “Paraculo!” commenta Davide già più in tema. Come vegetali risvegliati dalla primavera, l’attenzione di ognuno germoglia quando ci viene posta la domanda sulla causa che ha generato il mondo, cioè qual è il principio, l’archè, dal quale si sono generate tutte le cose. Talete, un uomo di una colonia greca della Ionia nel VI secolo avanti Cristo, si poneva cioè le stesse domande che mi pongo io: da dove vengo? Quale principio (o Dio o demone o Kaos) mi ha generato? Cosa c’è all’origine di tutte le cose? E questo Qualcosa è una forza che mi sostiene ancora o mi ha solo partorito abbandonandomi a me stessa? Talete risponde che tale principio è l’acqua. Una risposta non banale se penso che tutte le creature vive nascono nell’acqua, mammiferi e ovipari accomunati dallo stesso albume nutritivo, mentre i semi dei vegetali attendono sempre l’acqua per germogliare. Tutti i viventi necessitano di acqua per tutta la loro vita. Non esiste vita senza acqua. E mentre navigo in queste fantasie mi accorgo che suona la campana e nessuno si muove. Tutti sono merluzzati, forse stanno addirittura pensando! Il Pleistocene rimane allampanato anche quando Carlo, detto Trosky, lo attacca: “Il punto è che la mente dei bigotti si rifiuta di considerare un principio di tutte le cose non intelligente, perché diverso da quanto scritto nella Bibbia!”

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