Alberto, l’americano e la fotografia 3 – Il pranzo

Pubblicato: giovedì, 27 settembre 2012
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“S’addorme il ragazzo, Il capo reclino, Sognando contento Per l’ottimo vino” Declama versi lo zio Tano alla fine del pasto in onore del giovane ospite americano che domani parte. È stato un pranzo che chiamare distruttivo è poco; lui infatti, poco abituato, è crollato sulla sdraio ben prima che arrivasse il caffè. Così sembra brutto disturbarlo, lo lasciamo dormire mentre le donne di casa sparecchiano in fretta. Noi uomini invece rimaniamo intontiti a guardarci attorno, apparentemente senza una meta, i sensi e la mente obnubilati, ma con l’istinto che ci guida con decisione verso una qualsiasi sistemazione che ci consentirà di “stendere le gambe cinque minuti”. Solo che zio Tano, che con le sue rime ed i suoi brindisi ha imperversato fino a pochi minuti fa, fino all’ultimo bicchiere di passito di Pantelleria, ora ha già chiuso gli occhi e respira pesante a bocca aperta. Il nonno invece, come al solito, anche da seduto, non appena appoggia il mento sul petto, già russa. Sarà stato il vino? Certo quello aiuta, ma non tutti ne hanno bevuto nella stessa quantità. Forse le cassatelle fritte con la ricotta, concludere i pasti in questo modo risulta pesante, si sa, la frittura … che poi sono arrivate dopo un certo tempo da quando avevamo mangiato il gelato; d’altronde se si vogliono gustare belle calde devono essere fritte al momento. Ma già il gelato: lo dico sempre che il gelato fa rallentare la digestione, specie se passa qualche minuto da quando si è finita la frutta. Del resto gli zii avevano portato il tronchetto, che fa dobbiamo fare la cattiva figura di non presentarlo a tavola, come se ce lo volessimo tenere per noi? Lo stesso vale per le Minne di Virgini portate nientepopodimenocché direttamente dal Bar Napoleon e prenotate per l’occasione da Angeluzzo, non si possono fare certi sgarbi, bisogna assaggiare in questi casi. Alla fine, non è per i dolci però che il pranzo è risultato pesante. È che se si prepara lo stufato, quello giusto con tanti tipi di carne assieme, non è che ci condisci solo i maccheroni, lo vuoi assaggiare – anche senza pane, solo per sfizio – dopo i secondi. Eh sì, perché i secondi previsti dalla casa erano due, ma non tanto pesanti (si tratta di pesce in fondo!). Abbondante tonno arrostito sulla griglia, almeno un paio di tranci a testa, anche per spiegare la differenza tra i diversi tagli, servito con verdure arrosto di contorno, nello specifico melanzane, zucchine e patate a fette. Poi sorpresina finale, i gamberoni al forno, tre per spiedo, cotti appena per non perdere il sapore del mare. Per sciacquare la bocca, insalatona mista con cuore di palma. Se però dopo i secondi mi presenti la zuppiera dello stufato con i pezzi di manzo, di agnello e soprattutto con le prelibate cotiche di maiale, chi resiste? È lo stesso condimento del primo piatto, i maccheroni fatti a casa, che poi nel piatto tutti noi arricchiamo ulteriormente col formaggio grattugiato, chi parmigiano (persone considerate indegne dallo zio Tano) chi pecorino stagionato. Personalmente devo confessare che qualche pezzo di carne sui maccheroni io lo piazzo volentieri, poi lo faccio a piccoli pezzi per accompagnare la pasta (un po’ come fanno i tunisini nel cuscus con carne). Certo non è un piatto leggero, ma sono tutte cose naturali, fatte a casa, che non possono far male. Nemmeno si può imputare questo languore organico che ci prende a fine pranzo ai diversi antipasti assaggiati all’inizio. È un classico: i cugini di mia moglie, da parte di padre, sono soliti arrivare in ritardo, per cui, seguendo l’esempio dello zio Tano, ad un certo orario si comincia a piluccare alcune curiosità gastronomiche che lui stesso ci sottopone. Palamito sotto sale, preparato da lui stesso; lattume crudo di dentice con un filo d’olio buono di Castelvetrano; salamella morbida delle Madonie. A quel punto le donne, indispettite dalla concorrenza, scoperchiano i piatti fino ad allora velati, rivelando sulla tavola gli antipasti previsti: formaggi di diverse qualità, assortimento di salumi tagliati al momento (da me nell’affettatrice di casa, mio unico contributo), gli immancabili pomodori secchi ripieni e fritti, ricotta fresca, olive varie, e poi cappelletti fritti e alici marinate. Perché non ci sono le uova sode, dite? Non è mica Pasqua! E così il giovane americano ha retto con le foto giusto fino ai maccheroni con lo stufato, poi ha lasciato il suo tablet e si è dato alle libagioni. Ha ripreso il suo strumento solo per un ultimo scatto ai gamberoni che danzavano dalla teglia al suo piatto. A quel punto si è dato da fare con le mani e la bocca, liberandola solo per chiedere di passargli del vino. Del resto l’ultimo pranzo… Devo dire che è strano: ripercorso così il banchetto, dall’ultima portata alla prima, mi sembra più spaventoso che nella realtà. Mi domando come io abbia potuto davvero ingurgitare tanta roba (e come possa farlo regolarmente, ogni qual volta c’è di mezzo una qualsiasi occasione di festa). Forse non è così strano che poi ne risenta.

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