Nemo propheta in patria 2

Pubblicato: giovedì, 17 maggio 2012
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La cena va avanti allegra tra rumori poco educati di teste di scampi risucchiate e dita leccate, ma tutte le risate del mio figlio maggiore, Dario, mi sono ora sospette. Dietro ogni smorfia noto qualcosa di forzoso, dopo che Marilena mi ha spiegato ciò che lo rode. Magari per qualche momento si diverte davvero, ma non posso non identificare la piega amara che compare di tanto in tanto agli angoli della sua bocca e non pensare che si impegni per apparire gioviale. Mio figlio ci parla nel dopocena di quanto gli sta a cuore, cioè le istanze che vuole portare nel Senato accademico, una migliore organizzazione delle segreterie delle facoltà e un archivio dati totalmente informatizzato online senza necessità di cartacei, un più rigoroso controllo sulla puntualità delle sessioni di esami e sulle lezioni dei professori, la presenza dei rappresentanti degli studenti nelle commissioni d’esame dei dottorati di ricerca. Poi dell’apprezzamento ricevuto anche dai veterani del movimento della sinistra universitaria, nonostante la sua inesperienza politica. Il suo sguardo si fa più deciso mentre ci parla dei suoi progetti, poi di colpo si ferma, guarda l’orologio e ci saluta; si è messo d’accordo con un vecchio compagno di scuola per una passeggiata serale, non farà tardi, dice. Noi concludiamo presto la serata, accendiamo la tivù su raitre, mentre aiuto mia moglie a sparecchiare e a rimettere in ordine. Commentiamo brevemente con favore l’entusiasmo mostrato da Dario a proposito delle proposte per l’università. Report è ormai alla fine, cerco di seguirne il filo, le solite porcherie regolarmente denunciate che dovrebbero indurre i cittadini a ritrovarsi in piazza a protestare e che invece sorprendentemente non sortiscono effetti, cadendo nel vuoto del disinteresse e dell’ottusità diffusa. Decidiamo di andare a dormire. Mia moglie Marilena legge a letto, da qualche giorno ha finalmente deciso di affrontare il primo volume della mia vecchia edizione de “Lo scialo” di Vasco Pratolini, uno dei miei libri preferiti (1372 pagine di fitto toscano forbito). Io per una prima mezz’ora le chiedo qualche aggiornamento dei suoi progressi nella lettura, occhieggiando il nuovo Tabucchi che sfoglio negligentemente, ripensando con nostalgia a Ninì (personaggio de “Lo scialo”). Poi mi viene sonno, chiudo il libro, spengo l’abatjour e mi giro di fianco dandole la schiena. La luce dal suo lato si riflette sul soffitto in un cerchio che mi ferisce gli occhi, allora mi rigiro verso di lei, ma così è peggio. Cerco di accoccolarmi con la coperta sugli occhi, ma il cuscino mi si mette male, si incastra sotto la spalla, mi dà fastidio. Faccio fatica a trovare una posizione, ma alla fine sono mezzo addormentato quando finalmente Marilena spegne. Si gira e si addormenta. Anch’io, quasi. Apro gli occhi come se fosse mezzogiorno, nel buio perfetto attorno e capisco che sarà una notte lunga. Due soluzioni, accendo la lampada dal mio lato e mi rimetto a leggere sperando che il sonno torni oppure mi alzo e raggiungo il divano e la tivù, dove la noia dei programmi agirà sul mio subconscio intorpidendo l’attività cerebrale più facilmente di un libro. Opto per la seconda soluzione, mi alzo in pigiama e pantofole, vago fino alla cucina per un po’ d’acqua, quando rientra Dario. Mi raggiunge, accetta anche lui dell’acqua, si mette seduto, ha voglia di parlare. “È mai possibile”, si sfoga, “che ieri ho dovuto parlare all’intera assemblea degli studenti per la prima volta senza avere nessuno dei miei amici a fianco? Per fortuna è andata benissimo e ho ricevuto solo elogi”. Forse ha bevuto un pochino, penso, però sono contento se questo lo incoraggia a parlarmi apertamente di ciò che prova senza ricorrere alla consueta mediazione della madre. “E non solo non avevo i miei amici di sempre con me sul palco”, continua, “ma addirittura non erano neanche nella platea degli astanti; cioè, t’immagini, sono trascinato in un’avventura del tutto nuova, senza alcuna preparazione e non posso contare su qualche volto amico in prima fila, pronto ad applaudirmi scusando errori ed emozione”. “Certo è imperdonabile da parte tua, ti capisco”, concordo. Non potere contare sugli amici in un momento così importante è davvero deludente. Provo, nondimeno, ad affievolire la sua frustrazione cercando di portare all’attenzione le motivazioni degli altri. “Magari quelli di loro che si sono impegnati sin dall’inizio con l’arcigay” (vd. Nemo propheta in patria 1, Il mondo di Alberto, su Alqamah), osservo, “non possono di punto in bianco abbandonare l’organizzazione di quella lista che hanno contribuito a creare”. “Non sono d’accordo, loro non sono né candidati, né iscritti ufficialmente da nessuna parte; semplicemente nel momento in cui hanno capito che io mi sono candidato per un organo che ha più rilevanza, anzi avrebbero potuto dirottare su di me le stesse istanze che sostengono in arcigay, con una maggiore possibilità di risultato. Questo dal punto di vista dell’opportunità politica, per non parlare dell’aspetto affettivo: sarebbe dovuto bastare loro il fatto che sono io candidato, per abbandonare qualsiasi attivismo che avrebbe potuto anche lontanamente danneggiarmi”. “Ma nel momento in cui hai deciso di accettare la proposta”, domando, “come gliel’hai presentata?”. “Semplicemente l’ho detto, non pensando neanche lontanamente che l’avrebbero accolta freddamente come fosse un problema. Pensa che cretino, credevo avrebbero fatto i salti di gioia per me, le congratulazioni, che sarebbero stati emozionati come me e si sarebbero messi a disposizione per aiutarmi. Contavo proprio su di loro quando ho accettato, perché in realtà io fossi l’espressione del gruppo. Noi saremo al Senato, gli ho detto”. “Invece ci sarai da solo”, commento; “Mi fa venire in mente una cosa che ho letto di Giordano Bruno, che non ricordo esattamente perché scrive in modo incomprensibile, ma insomma il succo è che è più facile affascinare – riferendosi a profeti o ai medici che per lui erano due mestieri simili – persone meno note che i familiari. Con ciò riferisce il proverbio Nessun profeta è riconosciuto nella sua terra, in questo caso vale per te verso i tuoi amici”. “La citazione a quest’ora è proprio tua, tipica. Ora vado a letto, buonanotte”. E se ne va. Rimango qualche altro minuto in cucina riflettendo sull’intera faccenda e poi sulla sua ultima frase che lì per lì avevo preso per un complimento, ma ripensandoci … forse non lo era.

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