Duro colpo alla mafia di Carini: colpita la cosca guidata da uno degli ultimi “padrini” (foto)

Pubblicato: martedì, 15 novembre 2011
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CARINI - Conclusa la maxi operazione che ha condotto all’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare che colpiscono sia capi che gregari della cosca di Carini. Le attività investigative hanno consentito di monitorare in tempo reale le strategie e gli obiettivi di controllo del territorio della famiglia mafiosa, guidata da Calogero Passalacqua, anziano “padrino” di 80 anni, al vertice sin dagli anni ‘70 e già ristretto agli arresti domiciliari, dai quali riusciva a gestire l'intera "famiglia" mafiosa.

I principali interessi criminali riguardavano il controllo diretto delle aziende attive nelle opere di movimento terra, l’imposizione di operai presso le ditte, nonché il traffico di stupefacenti.

Il traffico di stupefacenti era gestito da Vito Caruso, "il pescivendolo del Bivio Foresta", consuocero di Calogero Passalacqua. Caruso aveva il duplice ruolo di essere un punto di snodo cruciale per il collocamento della droga e di tenere vivo il sodalizio mafioso attraverso la cessione gratuita del pesce alle mogli dei detenuti per il fabbisoglio familiare e per quello dei reclusi.

L'intera operazione ha permesso anche di mettere in luce quali sono i comportamenti assunti dalla mafia nel terzo millennio, grazie ad un osservazione che va avanti da oltre un anno. La "filosofia estorsiva" di Passalacqua risparmia il pagamento della messa a posto alle piccole attività commerciali e a quelle appena avviate, ritenendo che non bisogna aggiungere a queste un ulteriore peso economico. Diversamente queste sono invece costrette ad assumere operai, impiegati e guardiani notturni sempre seguendo le indicazioni impartite dal vertice della famiglia mafiosa.

Infine, riguardo alle opere di movimento di terra, ci si riferisce ad un danneggiamento di un escavatore perpetrato ai danni di Giacomo Lo Duca, soggetto sempre riconducibile alla "famiglia" Passalacqua.

Tale segnale ritorsivo fu eseguito da Antonino Buffa e Croce Maiorana, entrambi riconducibili, invece, alla "famiglia" Pipitone. Tale dissidio interno è la reazione al mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra gruppi mafiosi. In base ad un vecchio accordo, i lavori di sbancamento e movimento terra dovevano essere gestiti in sinergia tra le ditte di Lo Duca (riferimento Passalacqua) e Giuseppe Pecoraro "Cagnuleddu" (riferimento Pipitone): al primo lo sbancamento al secondo il trasporto degli inerti. Quando Pecoraro viene arrestato ne 2007, Lo Duca smette di servirsi della sua ditta ed acquista proprio camion per effettuare i movimenti di terra.

Proprio durante le indagini, i Carabinieri hanno potuto registrare tale conflitto e accertare le responsabilità di una serie di attentati intimidatori, ponendo fine ad una contrapposizione che rischiava di avviare una nuova guerra di mafia nel palermitano.

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