VECCHIAIA, OVVERO SE NON C’È RICAMBIO DI CELLULE

Pubblicato: mercoledì, 9 novembre 2011
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Rimango solo in casa nel pomeriggio con un mal di testa ottenebrante indotto dal raffreddore, naso intasato, la gola che punge, una tosse secca e ripetuta. Una febbriciattola poco significativa da un paio di giorni che non mi ha impedito di andare al lavoro e persino di svolgere alcune incombenze nell’orto davanti casa, senza peraltro affaticarmi troppo. Poi sotto la doccia calda nel tentativo di liberare finalmente le due narici che da giorni non fanno più il loro dovere – qualunque esso sia – provo a inalare dell’acqua bollente prima nell’una poi nell’altra (delle narici), quindi soffio con tutta la forza nel tentativo di espellere via tutto il muco accumulato e BAM! Sento come un’esplosione all’interno dell’orecchio sinistro, seguita da un terribile dolore. Quindi comincio a vedere la tenda della doccia e le pareti in mosaico arancio girare intorno a me, una cosa che lì per lì mi diverte. Mi fa ricordare di quando, bambino, giocavo con mio fratello a “giro-giro”, le braccia aperte a roteare su noi stessi il più possibile fino a non farcela più, per cadere sul letto e vedere la stanza, le pareti, i mobili, ruotare dapprima veloci e poi sempre più lentamente, danze che portavano ad una spossata quiete, il momento più bello. Adesso invece tenda, mosaico arancio, shampoo mulinano sempre più rapidi e il sorriso lascia il posto allo sgomento; tenda, mosaico arancio, shampoo, tenda mosaico arancio shampoo, tendamosaicarancioshampoo… Sento che sto per svenire, ma non voglio cadere lì nella doccia, so che può essere pericoloso, rischio di rompermi qualcosa, così provo ad abbassarmi sulle ginocchia, se devo battere la testa almeno riduco l’altezza, mi dico mentre mi piego a fatica cercando di non farmi prendere dal panico, come insegna il vecchio Ford Prefect. È l’ultimo pensiero, la Guida galattica per gli autostoppisti di Adams, prima di crollare in avanti fuori dalla doccia, sul tappeto ericino che arreda la stanza da bagno. Mi riprendo dopo qualche momento, mettendomi supino a seguire il tragitto circolare che le macchie sul soffitto disegnano attorno al lampadario. Rimango lì steso immobile pensando a che ora tornerà mia moglie, se non perderà tempo a fare la spesa o se in una botta di fondoschiena, chissammai potrebbe addirittura rincasare a sorpresa mia figlia Elena. Naturalmente non arriverà nessuno per un po’, bisogna cavarsela da soli. Chiudo gli occhi sperando di sentirmi meglio a non vedere tutto quel frullare di oggetti. E segretamente fidando che riaprendoli tutto sia passato. Ma non è così due volte, cioè: 1) non mi sento meglio ad occhi chiusi; 2) riaprendoli non si ferma nulla. Maledico l’orecchio, il martelletto, i canali dell’equilibrio o qualsiasi altra cosa ci sia lì annidata che mi fa sentire un imbecille e poi maledico me stesso e la brillante idea di soffiarmi il naso intasato a quel modo. Dopo alcuni minuti, con molta lentezza, le cose del mondo ritornano ad occupare il consueto distinto posto nello spazio, apparentemente solido. Soltanto ora decido di rimettermi in piedi. Lo faccio con grande prudenza e per gradi, consapevole del mal di testa e d’orecchio che ancora mi opprimono. Azzardo quindi qualche cauto passo, mentre la nausea mi risale in gola. Arrivo a fatica fino alla stanza da pranzo dove mi lascio cadere sul divano, ma seduto, non osando sdraiarmi per la paura che tutto si rimetta a girare. Avrei necessità di qualcosa di caldo, un the, una tisana. Ma nessuno a cui chiederla. Per cui raccolgo le forze e lentamente mi alzo per dirigermi verso la cucina. Dopo quel botto nell’orecchio, ancora un paio di giorni dopo mi sento rintronato, ottenebrato, come se davvero mi si siano bruciate alcune sinapsi, come se il cervello ne sia rimasto danneggiato in modo permanente e l’età che avanza comporti insieme ad un chiaro decadimento fisico, un parallelo degrado mentale, sottoforma di distruzione di gangli nervosi.   Non posso fare a meno di pensare che il mio cervello dia segni di cedimento, da qualche giorno mi sembra di non ragionare con chiarezza, come se si fossero bruciate delle connessioni nervose mai più rimpiazzate. Anzi, forse è proprio così, andando avanti con gli anni si sa, si diventa più scemi. D’altra parte non si dice che il matematico trovi le sue idee migliori quando è molto giovane? Poi passa il resto della vita a perfezionarle, ma le intuizioni geniali, quelle che rivoluzioneranno la scienza, avvengono molto presto. È la vita bellezza, si dice, che è segnata dal tempo che corre e che ci avvicina alla morte. La vecchiaia – che altro? – è proprio questa progressiva mancanza di avvicendamento delle cellule; ne muoiono a migliaia, ma al contrario di quanto avviene in gioventù, alcune di esse non saranno mai più rimpiazzate. E forse la cosa che mi innervosisce di più è l’idea che queste riflessioni sulla vita e sulla morte abbiano avuto inizio a causa di un comune, insignificante raffreddore. (Dal titolo avevate pensato che si trattasse di una analisi sociologica sulla società italiana, eh? Siete rimasti delusi? Bé le analogie ci sono.)

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