Privati dell’acqua

Pubblicato: giovedì, 26 maggio 2011
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Ricordati di votare per i referendum, dico congedandomi al telefono da un amico di stanza a Torino. Non ti preoccupare, qua  i referendari sono molto presenti, non me lo perdo neanche cascasse il mondo, mi risponde. Chiudo lo sportello-bocca del cellulare e sorrido, Torino è sempre così avanti! E da noi? Non ho visto ancora un manifesto, una segnalazione, qualcosa. La gente lo sa che vogliono privatizzare l’acqua, costruire centrali nucleari e che hanno (parzialmente) istituito il legittimo impedimento del – cosiddetto – Premier? Lo chiedo subito a Marilena, mia moglie, che capisce meglio gli umori della gente, magari ha captato qualcosa, qualche amica le ha chiesto notizie sui quesiti. No, dice, non si muove nulla, nessuno ne parla, nessuno ha capito. Anzi sai che ti dico, non ho capito bene neanch’io.

Ma come, prorompo indignato, non sai che importanza hanno questi referendum? Ma si, fa lei, del nucleare si capisce, dobbiamo farci sentire; del legittimo impedimento più o meno si intuisce che è un ennesimo voto pro o contro berluscao; ma dell’acqua? Sappiamo che non dev’essere privatizzata, ma se è solo questo perché ce n’è due?

E qui mi piglia in castagna, non so rispondere; mi metto a tergiversare come quando al liceo non sapevo rispondere e cercavo di cavarmela buttandola sul vago o cambiando argomento (di solito l’attualità politica andava benissimo, a patto di conoscere le simpatie dell’insegnante; quello si metteva a blaterare le sue convinzioni e si dimenticava del tutto la domanda). Lei però mi conosce bene e mi blocca brutale: non tergiversare, informati da bravo, hai tutto il pomeriggio, e poi me lo spieghi; ora devo andare al lavoro, ciao! Mi saluta con un lieve bacio e scompare dietro la porta, insieme ai suoi occhialini, lo spolverino ghiaccio, sciarpa e collana pendenti e il borsone a tracolla. Bye-bye.

Ecco in arrivo però un altro abitante della casa che non vi ancora mai presentato, perché c’è sempre di sfuggita, la si incontra solo nel corridoio mentre disegna la traiettoria più breve tra l’uscio di casa e quello della sua stanzetta (sulla porta il poco invitante motto: “Lasciate ogni speranza … di entrare!!!”). Si tratta di mia figlia Elena, la piccola, ormai diciassettenne, che frequenta la terza liceo al Classico. Al volo le chiedo cosa ne pensi della privatizzazione dell’acqua. È una sciocchezza, mi risponde parlando a raffica come fa lei, è come privatizzare l’aria, le nuvole, il sole; però è tipico dell’uomo occidentale che vuole possedere tutto; sai la storia, no? L’orientale ammira il fiore e ne declama la bellezza, poi arriva l’occidentale che lo strappa per portarlo alla sua bella. Ciao, vado, torno stasera per cena.

E sparisce anche lei dietro la porta di casa, treccine, borsone, gonna lunga, occhialoni, kefiah e stivali, lasciandomi interdetto. Cosa vuol dire la storiella dell’orientale? Insegnano questo nei licei? Speravo in un discorso più politico, più impegnato, un comitato studentesco per il referendum. Mah!

Non mi rimane che il mio amico genio, cioè internet. Leggo per prima qualcosa sui due quesiti e scopro che servono ad eliminare due parti di leggi diverse (forse non ci voleva un genio per intuire questo). La prima, il decreto Ronchi, al momento obbliga i Comuni ad affidare l’acqua, i trasporti e ogni servizio pubblico di rilevanza economica a un imprenditore privato o a una società mista pubblica/privata. La seconda, legata alla prima, abrogherebbe la parte di una norma che stabilisce che la tariffa del servizio idrico può essere aumentata per rifarsi del capitale investito. (Mmm … non sembrano tanto favorevoli ai cittadini, lette così)

Però non mi voglio troppo sbilanciare e allora mi leggo le ragioni del NO. Due motivi fondamentali a favore delle privatizzazioni: 1) poca trasparenza nella gestione della cosa pubblica in mano ai partiti (penso: è vero non se ne può più dei partiti che gestiscono ogni cosa); 2) per risanare la rete idrica e ridurre lo spreco d’acqua ci vogliono 64 miliardi di euro, ma i Comuni non hanno i soldi e sarebbero costretti a imporre nuove tasse (non vogliamo altre tasse, ne siamo già tartassati, almeno noi che le paghiamo).

Poi le ragioni del SI: 1) se i servizi essenziali vanno tutti in mano ai privati non potremo più controllarli (almeno adesso abbiamo il potere del voto); 2) i privati non fanno beneficienza, quelli altro che tasse, ci fanno pagare tutto e subito triplicando le tariffe (ah! E qui finalmente entrerebbe in gioco il secondo quesito referendario fatto per agevolare il recupero degli investimenti dei privati).

Detto così si potrebbe dire che hanno alcune ragioni gli uni e altre gli altri, il pubblico partitico non funziona, ma il privato rapace preferisce il profitto al servizio.

Poi però una notizia inquietante mi colpisce. Pare che il presidente della Nestlè, Brabek, abbia proposto di creare una Borsa dell’acqua, proprio come per il petrolio, così quando sale la domanda, le persone la useranno con più efficienza. Il guaio è che a fare la proposta è la più grande multinazionale dell’acqua (proprietaria solo in Italia di marchi come: Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Lora Recoaro, Panna, Pejo,Terrier, Pracastello, San Bernardo, San Pellegrino,Sandali, Tione, Ulmeta, Vera). E il pensiero di poche multinazionali che controllano tutta l’acqua dolce è spaventoso.

Ripenso a quello che ha detto mia figlia, l’acqua è un bene prezioso, non possiamo immaginare i fiumi, i laghi e le sorgenti privatizzati, così come non concepiamo che qualcuno possa privatizzare l’aria o le nuvole. Però abbiamo consentito di privatizzare i boschi, i prati, ora anche le spiagge (ultima trovata tremontiana). Così all’improvviso mi viene in mente la lettera del capo indiano Seattle, quando il presidente americano Pearce a metà dell’800 gli chiese di vendere la terra su cui viveva la sua tribù. L’idea al pellerossa sembrò assurda, si può vendere o acquistare il cielo, il calore della terra, o l’albero che vi cresce sopra?

Allora se tutto lo spazio attorno a noi è ormai PRIVATO, nel senso che non ne possiamo usufruire perché appartiene a qualcuno (e quindi a rigor di logica siamo stati noi ad esserne privati), gli unici posti dove possiamo aggirarci liberamente sono quelli appartenenti alla comunità, gli spazi ancora demaniali. Così voglio immaginarmi le acque dei fiumi e dei laghi, un luogo di tutti. Ok, ho deciso, voto SI al referendum per non sentirmi PRIVATO DELL’ACQUA.

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