Santo senza miracoli

Pubblicato: sabato, 7 maggio 2011
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Avete mai parlato con un prete di quartiere, qualcuno di buona volontà ma poco abituato ad esercitare il proprio pensiero critico almeno nei confronti della dottrina e dei dettami della gerarchia ecclesiale? È quanto di più comune possa accadere, d’altra parte sarebbe troppo pretendere che i sacerdoti si ispirino tutti alle idee aperte di don Gallo, il prete che vive tra la gente del porto di Genova.

In questo ultimo periodo mi è capitato più di frequente di ascoltare Messa e devo dire che sono rimasto sorpreso dalla mancanza di novità che ho colto. Gli stessi gesti, le stesse parole che c’erano anche quando io ero piccolo – ma forse non è questa la cosa più sorprendente. Ciò che più colpisce (in linea con lo scandalo di kierkegaardiana memoria) è la necessità di ricorrere ai trucchi da baraccone, alla tradizione miracolistica pagana, all’intervento diretto della Deità o della immagine sacra del Santo che ogni anno, proprio in occasione della sua festa, puntualmente (ecco il vero miracolo, la puntualità in Italia!) scioglie il sangue nell’urna.

Forse vi domanderete di cosa vaneggio. Sarò più chiaro esponendovi i fatti nudi e crudi.

Messa di Precetto Pasquale durante la Settimana Santa insieme a tanti alunni di una scolaresca, dai più grandi fino a quelli dell’asilo. Il simpatico pretino invita i più piccoli sul palco per farli partecipare e li invita ad alcune considerazioni su Cristo. I bimbi ovviamente sanno poco, appena che sta sulla croce e che è il figlio di Dio, ma il pretino insiste “come sappiamo che è il vero figlio di Dio?” Domanda da Concilio di Nicea o giù di lì, roba da eresia ariana, di grande difficoltà teologica. Penso “meno male che non l’ha chiesto a me”. Il primo bimbo non sa che pesci pigliare poi gli viene un’idea meravigliosa, e per non fare brutta figura risponde: non mi ricordo (cioè: me lo avevano spiegato ma mi è sfuggito di mente – morale: salviamo almeno la maestra). Scappatoia che utilizzano tutti gli altri bambini sul palco quando il torturatore microfonato porge loro a turno la stessa domanda. Lui li guarda con falsa indulgenza e dà la risposta: per i miracoli che ha fatto! Ecco la testimonianza, vi ricordate lo storpio che riprende a sgambettare? I bimbi si entusiasmano: si, questa la sanno, e anche quella del cieco guarito. E che altro, sobilla il pretino, la moltiplicazione del pane e … e … “Salame!” risponde il sorriso ingenuo di un bimbetto. “Dei pesci, dei pesci!” si affretta a correggerlo quello, indirizzando un’alzata di sopracciglia di muto rimprovero verso il gruppo delle desolate maestre.

Ah, mi dico, per questo allora. Risposta semplice per una domanda apparentemente difficile. Quindi sappiamo che è il vero figlio di Dio (al di là della questione della consustanzialità – che in questo momento non sarebbe appropriato tirare in ballo) solo dalle testimonianze dei MIRACOLI.

Me ne vado non tanto convinto. Poi in una settimana densa di fatti e notizie a loro modo storiche, ci si avvicina alla beatificazione di Giovanni Paolo II del 1 maggio. Cerco di capirne di più su un argomento che ha risvegliato il mio interesse, sulla figura importante di un papa che ha mostrato innanzitutto la sua grande umanità.

Mi trovo in prima fila sin dal mattino a seguire quanto diranno, poltrona e pantofole davanti alla tivù, e scopro che tutta quella carica di simpatia, di fratellanza, di fascino, di comunicazione di papa Wojtyla non vale nulla ai fini della beatificazione. Cioè per la Chiesa i lunghi pellegrinaggi, le sofferenze fisiche e le convinzioni morali dell’uomo non gli danno diritto ad essere un beato, men che meno un santo. L’unica cosa che conta sono le parole di una suora che dichiara di essere stata guarita da lui. Ma sa, la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che alla folla di sinceri ammiratori di Giovanni Paolo II che si raduna spontaneamente in piazza San Pietro, non importa affatto se sia vero o no che solo attraverso un miracolo sia guarita quella suorina? Ciò che fa ancora amare Wojtyla a milioni di persone nel mondo è il suo ESEMPIO NELLA VITA, non le sue intercessioni dopo la morte affinché si verifichi il miracolo. Lui era straordinario nella sua determinazione di portare il messaggio della Chiesa in tutto il mondo personalmente, ammonendo i mafiosi ad Agrigento, lì, sul luogo. Ecco perché deve essere beatificato, per la sua inopportuna umanità e fisicità esibita in bellezza e poi in disgrazia. Un modello per tutti, anche per i non credenti.

Chiunque d’altronde è in grado di sorprendere gli altri, il mondo è pieno di fatti inspiegabili; la Chiesa non deve rimanere ad una concezione Medievale della religione. Sono finiti i tempi dei trucchi da baraccone, o delle prove da paranormale, e persino delle profezie oracolari. Non saranno certo quelle a rendere più attendibile il messaggio di Gesù per un credente, né la guarigione di qualcuno fa che Wojtyla sia maggiormente apprezzato nel mondo.

La santità deve essere un’altra cosa.

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