Giornata della memoria a Trapani

Pubblicato: giovedì, 27 gennaio 2011
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TRAPANI - Il comune di Trapani e la Provincia celebrano oggi il “Giorno della Memoria”, per non dimenticare l’Olocausto, con una manifestazione, promossa dalla Commissione Pari Opportunità del Comune, che coinvolgerà gli studenti degli istituti trapanesi.
La manifestazione si aprirà alla Sala Perrera alle ore 9.00. Relatori saranno Erika Lorenzon, del Dipartimento di Studi Storici dell’Università Cà Foscari di Venezia, e Pietra De Blasi, docente di Lettere
E sempre in occasione della Giornata della Memoria, venerdì alle ore 10.00, presso l'Auditorium “S. Chiara” del Seminario Vescovile di Trapani avrà luogo la presentazione della “video-storia "Il potere dei senza potere – storie di uomini alle Olimpiadi di Hitler" a cura del giornalista di "SportMediaset" Nando Sanvito.
Sarà presente l'autore che risponderà anche alel domande degli alunni dell'istituto tecnico economico "Leonardo Sciascia" di Erice casa Santa.
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  1. Pietra De Blasi ha detto:

    LA RESISTENZA DEI SOLDATI ITALIANI PRIGIONIERI NEI LAGER IN GERMANIA
    NON PIU’ RETICOLATI NEL MONDO

    Mi fa piacere leggere mentre sfoglio i quotidiani o mentre clicco su alcuni siti che enti locali promuovono iniziative come questa. A questo articolo che ho appena letto, mi piace aggiungere qualcosa. Il giorno della Memoria è come un prato che va coltivato e innaffiato se vogliamo che i fiori del ricordo possano crescere e mantenere vivi i loro colori. Giorno per giorno, una goccia di memoria sarà il nutrimento necessario affinchè i giovani e i meno giovani conoscano il Male che ha fatto l’uomo e che purtroppo continua a fare. Il periodo del nostro passato recente necessita di un continuo approfondimento perché riflettendo sugli orrori del passato si faccia sempre strada tutto ciò che aiuta l’uomo a fare cose grandi.
    I media e i giornalisti, in particolare, promotori della parola scritta e della diffusione dell’informazione, credo che abbiano il compito di aggiungere a conoscenze altre nuove conoscenze, e in particolare in questo giorno, della Memoria, testimonianze ad altre testimonianze. Mi spiace sottolineare che nei vari articoli che ho letto non ho trovato neanche un accenno ai soldati italiani deportati nei lager nazisti (testimonianza di una prigionia in Germania, quella del vissuto di mio padre e di mio zio, che io ho fatto conoscere ai giovani studenti trapanesi) e ai partigiani ( testimonianza illustrata da Erika Loren, seconda relatrice ha parlato della staffetta Maria Braut.). Gli IMI, Internati Militari Italiani rimangono dei contenitori ancora chiusi, una pagina di storia ancora da decodificare, da leggere con attenzione. Adesso che negli ultimi anni questi contenitori della vergogna incominciano ad essere scoperchiati e il silenzio durato troppo tempo diventa parola, io credo che bisogna dare voce ed ascolto.
    Per questo motivo sento di sottolineare che gli IMI hanno fatto la loro Resistenza-. Noi conosciamo solo quella dei partigiani che hanno lottato nelle valli del nord della nostra Italia. Conosciamo le lotte partigiane della Val d’Ossola, di Fondo Toce, della Val Sesia, della partigiana Arbeja Costanza (che ho la fortuna di conoscere come donna, crocerossina ed ex partigiana), delle valli bergamasche. E l’elenco potrebbe continuare, ma della Resistenza dei nostri soldati prigionieri non se ne parla o se ne parla troppo poco. Sia i partigiani che i nostri giovani soldati catturati sui fronti di occupazione, hanno dato il loro contributo per costruire il nostro oggi, la libertà e la democrazia. Ognuno ha lottato in modo diverso su fronti diversi, ma spinto dagli stessi ideali di pace
    Gli IMI con il no al fascismo, ai nazisti e alla Repubblica di Salò, hanno lottato giorno per giorno sopportando freddo, fame, umiliazioni, brutalità, e torture delle SS della Wermacth e della Luftwaffe. Gli italiani prigionieri, un esercito senz’armi, che ha fatto della propria debolezza fisica, la forza per difendere la vita. Dalle Alpi ai Nebrodi e ai Peloritani un unico grido: libertà.
    Oggi poco alla volta si chiude la memoria visiva di quanto è accaduto 65 anni fa e con ogni testimone se ne va il mondo che è stato. ( poco alla volta ci lasciano coloro che queste cose le hanno vissute sulla loro stessa pelle). Ogni volta che parliamo di una persona che non c’è più, di un fatto triste o cruento accaduto nel passato come quello della deportazione o e della prigionia di Giuseppe, mio padre e di Andrea, mio zio, è come se accendessimo una lampadina sulle altre. Questa luce ci aiuta a vedere oltre, dentro e fuori di noi, a fare sbocciare speranze, a costruire il presente, a preparare il futuro con maggiore responsabilità ed oculatezza. Ogni giorno una primavera per fare sbocciare dentro e fuori di noi qualcosa di buono. Se non parliamo delle ingiustizie, se non parliamo di quello che abbiamo visto, il veleno della discriminazione attecchirà ancora. Se parliamo delle ingiustizie subite, i monumenti che hanno lasciato gli ebrei, i deportati, i prigionieri, tutti i caduti e le vittime delle guerre, saranno fatti di pensiero, di parole, di storia, di comunicazione, di memoria che cammina di generazione in generazione, di una memoria che ci permetterà di camminare nel tempo.
    GLI IMI. CHI ERANO?
    Imi = Internati Militari Italiani
    Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’esercito italiano, lasciato senza ordini, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato tedesco, si dissolve.
    Internati militari,non prigionieri di guerra
    Gli 810 000 militari italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra vengono considerati disertori oppure franchi tiratori e quindi giustiziabili se resistenti (in molti casi gli ufficiali vengono trucidati, come a Cefalonia).
    Sono classificati prima come prigionieri di guerra, fino al 20 settembre 1943, poi come internati militari (Imi), con decisione unilaterale accettata passivamente dalla RSI che li considera propri militari in attesa di impiego.
    Hitler non li riconosce come prigionieri di guerra (KGF) e per poterli “schiavizzare” senza controlli, li classifica “internati militari” (IMI), categoria ignorata dalla Convezione di Ginevra sui Prigionieri, del 1929.
    Degli 810 mila militari italiani, 94.000 optano alla cattura per la RSI o le SS italiane, come combattenti (14.000) o ausiliari (80.000).
    Dei 716.000 IMI restanti , durante l’internamento, 43.000 optano nei lager come combattenti della RSI e 60.000 come ausiliari (per un quadro più dettagliato delle cifre, vedere il saggio di Sommaruga “1943/45. Schiavi di Hitler”).
    Quindi, oltre 600 mila IMI, nonostante le sofferenze e il trattamento disumano subito nei lager, rimangono fedeli al giuramento alla Patria, scelgono di resistere e dicono “NO” alla RSI.
    Il trattamento disumano
    Gli internati – rinchiusi nei lager con scarsa assistenza e senza controlli igienici e sanitari – a differenza dei prigionieri di guerra sono privi di tutele internazionali e sono obbligati arbitrariamente e unilateralmente al lavoro forzato (servizi ai lager, manovalanza, edili, sgombero macerie, ferrovieri, genieri, o al servizio diretto della Wehrmacht e della Luftwaffe, o presso imprenditori e contadini).
    I “lavoratori liberi”
    Con gli accordi Hitler-Mussolini del 20 luglio 1944 gli internati vengono smilitarizzati d’autorità dalla Rsi, coattivamente dismessi dagli Stalag e gestiti come lavoratori liberi civili.
    Si tratta in realtà di lavori forzati con l’etichetta ipocrita del lavoro civile volontario/obbligato (!).
    A quella data i superstiti sono 495 mila, mentre in 50.000 sono morti d’inedia, tbc e violenza
    Alla fine della guerra gli ex-IMI fuori dai lager come “lavoratori liberi” sono 495 mila, altri 14 mila invece sono rimasti nei lager.

    Pietra De Blasi

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