Toni Servillo: trionfo a Roma per “Una vita tranquilla”

Pubblicato: domenica, 7 novembre 2010
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ROMA - Va a Toni Servillo il premio al miglior attore del Festival del cinema di Roma. Già protagonista di Gomorra e de Il divo, torna nelle sale con Una vita tranquilla, un film di Claudio Cuppellini (alla sua seconda esperienza cinematografica, dopo Lezioni di cioccolato) che è la storia di un quasi nietzscheano ‘eterno ritorno’, di un passato ingrato che non passa. Toni è Rosario, proprietario dell’omonimo ristorante nella campagna tedesca, i cui luoghi silenziosi e sonnolenti sono figura della tranquillità apparente della sua stessa vita, almeno fino a quando l’arrivo di Diego (interpretato da Marco D’Amore, al suo esordio al cinema) rompe il felice bozzetto famigliare. Rosario si trasforma nell’animale braccato che si rifugia nelle tane di tre lingue diverse (oltre all’italiano, infatti, il film parla il tedesco della nuova vita e il napoletano del passato da camorrista), nell’uomo combattuto tra due vite che si scontrano, nel padre che deve fare i conti con un figlio che cela nell’amaro silenzio le sue emozioni, non nel killer spietato ma nell’assassino che ha paura di morire e per questo persevera nei suoi errori.  In 105 minuti la pellicola spazia dalla camorra, il cui triste racconto acquista credibilità grazie alla stessa provenienza degli attori, allo sfondo di cronaca: l’emergenza rifiuti in Campania “ma non la strage di Duisburg del 2007 (in cui persero la vita, in una faida, sei persone legate ad un clan camorrista)- ci tiene a precisare il regista- perché il soggetto era già stato scritto”. Ma il tema principale riamane quello del doppio, cui già tragedie greche e shakespeariane, tanto radicate nell’immaginario comune da diventare fonti inconsapevoli d’ispirazione, ci avevano abituato. Oltre alla consapevolezza che da se stessi è impossibile scappare. Uscito nelle sale italiane il 5 novembre, è dunque un film di respiro europeo che abbandona (a buon rendere!) lo stereotipo dell’italiano medio all’estero, figlio di un cinema nostrano sano, ma che non riesce ad essere industria, cui lo stesso Servillo ha dedicato il premio.

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